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29 maggio 2012

Beirut Danza Sull’Orlo del Vulcano Siriano
di Maurizio Musolino

Il Paese dei Cedri vive tutte le conseguenze, a partire da quelle geopolitiche, della crisi devastante in corso in Siria. Con il pericolo di precipitare in una nuova guerra civile

Beirut, 29 maggio 2012, Nena News – Damasco vista da Beirut  sembra ancora più vicina di quello che la geografia ci racconta. Non trovo parole migliori per descrivere quanto sta accadendo se non prendendo in prestito il titolo di  un fondo pubblicato alcuni giorni fa dal più importante giornale in lingua francese del Paese dei Cedri, L’Orient le jour: “il Libano danza sul cratere del vulcano siriano”. Un vulcano che con la sua lava rischia di investire l’intero Libano, facendo saltare i fragili equilibri attuali.

Mi sono recato a Beirut per vivere accanto ai palestinesi della diaspora l’anniversario della Nakba. Una ricorrenza tragica per un popolo che dopo decenni di lotta non riesce a vedersi riconoscere diritti basilari a partire da quello a poter ritornare sulla propria terra, come previsto anche dalla 4° convenzione di Ginevra. Da qui è subito evidente che chiunque dovesse alla fine prevalere in Siria, il Libano e i palestinesi saranno i sicuri perdenti. Ancora una volta le vittime designate dalla storia.

Beirut è un osservatorio privilegiato per capire la Siria, da qui si riescono a vedere, e quindi comprendere, tante facce di una medesima crisi. In molti regna la disillusione, sanno che dal vicino anche questa volta non arriveranno cose positive, ma hanno la consapevolezza che la storia non si cambia e che i libanesi dovranno fare i conti con quello che succede a Damasco per lungo tempo ancora.

“Le elezioni siriane sono state solo teatro ma in gioco e’ scenario geopolitico”, dice il direttore di As-Safir

Talal Salman, mitico direttore di As-Safir, quotidiano progressista e panarabo, ci spiega che le recenti elezioni siriane sono state solo un “teatro” ma che oggi non è in gioco il potere di una confessione, gli Alawiti, semmai è in gioco il potere di una famiglia, gli Assad, e soprattutto di un intero scenario geopolitico. Talal Salman ci offre una sua personale ricostruzione di questi ultimi anni: <la Siria si sentiva tranquilla, ed è rimasta sorpresa dalla forza delle opposizioni. Si sentiva tranquilla perché aveva costruito ottimi rapporti con l’Iraq, la Turchia, il Libano e con gli stessi cugini sauditi. Questi rapporti insieme ad un inizio di riforma economica che aveva aperto il Paese ai mercati sembrava poter assicurare agli Assad una certa tranquillità e alla Siria assoluta stabilità>. Ma evidente non era così, visto che come lo stesso Salman sottolinea, <l’apertura al mercato ha fatto si che i ricchi iniziassero un vero e proprio saccheggio del Paese, dando inizio ad una crisi economica che fino ad allora aveva solo lambito la Siria – che fra l’altro è fra i pochissimi stati al mondo a non avere debito estero –e  innescando una serie di proteste da parte dei contadini, operai, commercianti, edili. Tutti colpiti dagli aumenti dei prezzi. A questo si somma una crisi idrica che non ha precedenti negli ultimi anni, causata sia da una siccità meteorologica, sia dal fatto che la Turchia prosegue da anni con la sua politica di dighe che prosciugano il corso dell’Eufrate che attraversa la zona nordorientale del paese. Tutto questo genera un forte processo migratorio verso le grandi città, con la conseguenza della formazione di vere e proprie cinture di povertà intorno ad Aleppo, Damasco, Latakia, Tartus, Homs, Hama… A questa crisi il partito Baath non riesce a dare risposte e così si arriva alle prime proteste, in particolare a Daraa dove il governo siriano risponde con violenza. E’ il fiammifero che accende l’incendio>.

Ma proviamo a capire – seguendo sempre le parole del direttore di As Safir – cosa è successo, cosa ha cambiato una situazione che appena 24 mesi fa sembrava per Bashar Al Assad ottimale. Prima di tutto il Libano. I problemi fra Siria e Libano sono infatti di vecchia data, in particolare dopo l’assassinio di Hariri non si sono mai spente le tensioni fra sunniti e alawiti libanesi, un conflitto latente che da anni incendia Tripoli. Un anno è mezzo fa cadeva il governo di Hariri e veniva sostituito con un governo filo-Hezbollah, forza politica da sempre amica di Damasco. Un cambio che non poteva che irritare la monarchia saudita che da anni compete proprio con Damasco per il controllo del piccolo stato mediorientale. Poi la Turchia. Erdogan aveva puntato molto sull’amicizia con Bashar, sicuro di poterlo controllare e influenzare a suo piacimento. Il primo ministro turco aveva scommesso sulla debolezza siriana ed era convinto che attraverso Damasco avrebbe potuto aumentare l’influenza sull’intero medioriente. Una tappa fondamentale all’interno del progetto di neo-ottomanesimo tanto caro al partito islamico al potere in Turchia. Dal canto suo Bashar riteneva che la rete di rapporti creata con Turchia e Iran lo avrebbe posto nell’invidiabile posizione di mediatore di tutti i conflitti della regione. Lui alawita, alleato di ferro dei sunniti turchi e degli sciiti iraniani.

Erdogan e il neo-ottomanesimo

Ad un certo punto però Erdogan ha iniziato ad intervallare forti consigli ad altrettanti forti minacce, irritando così la sensibilità e l’orgoglio del “dottore” Bashar che rispondeva rivendicando autonomia e diversità. In poco tempo quella che sembrava una amicizia di ferro si trasforma in vero e proprio astio. Un rapporto di reciproca utilità era anche quello con il Qatar. Il sultanato tramite l’amicizia con la Siria si rifaceva una “verginità” fra gli arabi, coprendo affari e accordi stipulati con l’”odiato” Israele, mentre la Siria utilizzava l’Emiro (padrone dell’Eliseo, grazie agli ingenti finanziamenti dati da Sarkozy) per aprirsi le porte verso la Francia, vecchio paese coloniale da sempre amato e odiato dai siriani. Anche su questo fronte però tutto inizia a cambiare circa un anno e mezzo fa, quando il Qatar ha cominciato a pretendere favori come ricompensa per i suoi investimenti e il governo Baath inizia a registrare un soffocante assedio specie in materia religiosa. Non va dimenticato che il Qatar ospita da anni il leader dei Fratelli mussulmani, e che questi nello stesso periodo salgono al potere in Tunisia e in Egitto.

Per il direttore di As Safir a questo punto è utile sottolineare il momento di svolta nella politica estera americana registrato con lo storico viaggio al Cairo di Obama nel 2009. Quella tappa, prima carica di tante aspettative e subito dopo ridimensionata e sottovalutata da molti analisti, ha segnato la fine della strategia del muro contro muro messa in atto da Bush contro l’Islam. Da quel giorno gli Usa cambiano, e anche grazie alla diplomazia di Hillary Clinton cercano nel islam politico, cosiddetto moderato, interlocutori, trovandoli soprattutto nella corrente dei Fratelli Mussulmani, da sempre complementari alle logiche di mercato e del liberismo economico. Poco importa in questo ambito se gli stessi non hanno mai nascosto una concezione integralista della religione. Una decisione che verrà utile appena pochi mesi dopo, quando uno dopo l’altro regimi che sembravano indistruttibili si sgretolavano – anche perché da tempo incapaci di assicurare come era accaduto dieci anni prima in Marocco, Giordania e Siria una successione indolore – vedendo cadere prima Bel Alì, poi Mubarak e dopo ancora Gheddafi (quest’ultimo grazie anche ad una infame guerra della Nato fatta solo per il controllo delle risorse energetiche di cui quel paese è ricco). Al posto di questi despoti nel giro di pochi mesi salgono uomini legati proprio a questa concezione dell’islam, che assicureranno da subito il loro sostegno alle politiche Usa.

In questo contesto si inserisce la Siria e la sua crisi, nata certamente da motivazioni interne ma ben presto diventata ben altro, con il coinvolgimento di quanti volevano cogliere l’occasione per abbattere un governo scomodo e non allineato. Lo stravolgimento di quelle che erano le prime manifestazioni contro Assad arriva anche da un oppositore siriano che incontro a Beirut, Munir. Munir fa parte di quel pezzo di opposizione che condanna qualsiasi influenza straniera e si definisce progressista, ma nello stesso tempo non lesina critiche ad Assad colpevole – a suo dire – di perseguitare chi come lui vuole riforme, cambiamento, ma non sangue. Munir però riconosce che oggi il suo Paese deve affrontare anche un altro pericolo <quello dell’integralismo islamico, dei “salafiti”. Ce ne sono tanti in Siria, arrivati da molti paesi. Questi però non c’entrano nulla con la nostra lotta e sono nostri nemici>.

Il Libano prossima tessera di un domino mondiale

L’esplodere del vulcano siriano rende giorno dopo giorno il Libano sempre più consapevole di essere la prossima tessera di un domino mondiale da tempo in azione. E così poco a poco le parti libanesi iniziano a schierare, prendendo posizione chi con il governo di Damasco, chi con gli oppositori. Ma anche in questo il Libano mostra una sua particolare vocazione: se dalla parte sciita è pressoché unanime l’appoggio a Bashar Al Assad, gli Hezbollah si dicono fiduciosi sulla possibilità che il presidente siriano riprenda in breve l’intero controllo del suo Paese, non accade lo stesso ad esempio fra i maroniti. La maggiore componente dell’universo cristiano libanese è divisa in tre. Da una parte quelli che fanno capo al generale Aoun saldamente alleati del governo di Damasco, dall’altra le Falangi libanesi, schierate con gli insorti, in mezzi molti esponenti del partito Kataeb desideroso di non rompere l’alleanze antisiriana con le Falangi e con i sunniti del partito Futuro, ma anche preoccupati di quanto potrà accadere ai loro coreligiosi che vivono a Damasco con la caduta dell’attuale governo. I sunniti invece si dividono in quanti come il partito Futuro, non perdono occasione di attaccare Bashar e di chiedere un intervento armato per abbatterlo, in quanti come le forze legate alla tradizione nasseriana e panaraba (particolarmente forti a Sidone) non nascondono simpatie verso il partito Baath e infine in quanti – forse la maggioranza – resterebbero volentieri fuori dal conflitto. Capofila degli interventisti anti Siria – almeno a parole – è anche il leader druso Walid Jumblatt. Una miscela esplosiva, quindi, specie se si aggiunge al fatto che nel 2013 il Libano sarà impegnato in difficili – come sempre – elezioni politiche e che già da settimane si parla di possibili riforme elettorali con la conseguenza di un inasprirsi delle divisioni fra le forze politiche. Una sensazione che ci viene ben raccontata dal segretario del Pc libanese Khaled Hadadad: il Libano è sempre più fragile, serve una reale riforma per farne uno stato vero, fin quando questo non accadrà saremo sempre sull’orlo del baratro, con vecchie ferite pronte a riaprirsi, e soprattutto con un disagio sociale che viene sempre messo in secondo piano.

In Libano molti puntano sui veti incrociati all’Onu

L’ombra della storia recente copre il cielo del Paese dei cedri e fanno paura ai libanesi gli echi degli scontri della scorsa settimana a Tripoli, quando per diversi giorni spari e morti hanno caratterizzato la vita della cittadina del nord, come tolgono il sonno gli scontri di qualche giorno fa nelle vie di Beirut fra fedeli di Hariri, che volevano vendicare l’uccisione di un loro leader religioso, colpevole di non essersi fermato ad un posto di blocco dell’esercito sulla strada che porta a Damasco, e forze filo siriane. Come se non bastasse quattro giorni fa due pullman di pellegrini sciiti libanesi di ritorno da un viaggio religioso in Iran sono stati fermati e successivamente sequestrati in Siria dalle forze antigovernative. Non si è fatta attendere la risposta di Hezbollah per bocca dello stesso sheick Nasrallah, una risposta durissima.

In molti contano sui veti incrociati dentro il consiglio di sicurezza, la posizione di Cina e Russia fa ben sperare che non si ripeta il copione libico, ma nessuno ha la certezza che tutto possa cambiare nel giro di 24 ore. Le pressioni su Pechino sono enormi e la Russia vede riaprirsi vecchie ferite nelle repubbliche asiatiche, tutte mussulmane sunnite, che rimproverano a Putin una posizione per loro inaccettabile.

Con queste premesse è difficile prevedere cosa accadrà in Libano nelle prossime settimane. Ancora una volta lo spettro di una guerra civile dietro l’angolo è reale, l’unica novità rispetto al passato è che questa volta sarebbe importata. Una ben magra consolazione per un paese che per l’ennesima volta cerca di far ripartire la propria economia. Nena News

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