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dic 26 2012

Interviste a Disertori delle Forze Armate Siriane
di Robert King

VICE ha contattato il fotoreporter e documentarista Robert King nel tentativo di comprendere fino in fondo la situazione siriana. Robert è un uomo dal cuore d’oro, con fegato da vendere e palle di lonsdaleite. Da ormai più di 20 anni documenta le polveriere del mondo all’apice delle loro ondate di violenza, posti come l’Iraq, l’Albania, l’Afghanistan, il Kosovo e molti altri.

Ho cominciato a interessarmi al conflitto in Siria per il solito motivo per cui inizio a interessarmi a qualcosa—mi sembrava che non se ne parlasse abbastanza. Non c’erano molte agenzie di stampa desiderose di impiegare le risorse necessarie a informare i propri lettori sulla situazione in modo continuativo, quindi ho deciso che l’avrei fatto io.

Credevo fermamente che il popolo siriano avesse acceso una miccia che andava oltre le semplici proteste, soprattutto da quando non è più un mistero che il regime di Assad usi strumenti di repressione come elicotteri, aerei, arresti arbitrari e anche torture per sedare la rivolta. Quando mi trovavo a Falluja, in Iraq, nel 2005, venni rapito da un commando di guerriglieri sunniti. Riuscii a fuggire, ma non riponevo troppe speranze nel tornare nella regione—e soprattutto nel poter andare in un Paese dove era esplosa una violenta lotta tra le forze ribelli e l’esercito regolare. Ma sapevo di doverci tornare, e prima di ripartire da casa, a Memphis, mi sono messo in contatto con alcuni gruppi di aiuto impegnati in territorio siriano.

Il mio primo contatto mi aveva indirizzato verso altre due persone che, una volta entrato nel Paese, mi avrebbero indicato ulteriori attivisti in grado di farmi entrare clandestinamente da una città vicina al confine siriano, o almeno questa era la mia speranza. Quando mi sono sentito tranquillo, convinto di essermi assicurato il passaggio più sicuro possibile, ho iniziato molto cautamente il mio spostamento in Siria.

Il “biglietto” di andata e ritorno mi era costato 1.000 dollari e mi consentiva di prendere una via traversa per entrare nel Paese, con la garanzia—per quanto valga la parola di un contrabbandiere—che avrei avuto libertà di passaggio per dieci giorni nel governatorato di Idlib. Mi hanno portato nella città di Binnish, dove si sono proposti di trovarmi un posto per dormire per circa 100 dollari a notte. Quel primo viaggio non è stato proprio una passeggiata.

A quel tempo—tra la fine di marzo e l’inizio di aprile—erano ancora pochissime le pubblicazioni che avevano anche solo una vaga intenzione di assegnare a un reporter un lungo viaggio in Siria. Inoltre, avevo scoperto che gli attivisti con cui ero entrato in contatto avevano l’abitudine di stare svegli a bere Pepsi fino all’alba e poi dormire fino alle tre del pomeriggio.

Binnish era una città morta, dal mio punto di vista. Non c’erano molti combattimenti, né succedeva qualcos’altro, ed era molto difficile convincere le mie guide a portarmi dove volevo. A ripensarci, assumere quelle guide non è stato proprio un investimento oculato. Nel fine settimana di Pasqua—il mio viaggio di tre settimane volgeva al termine—è avvenuta una tremenda carneficina a circa 15 chilometri di distanza da noi, a Taftanaz. Dozzine di persone sono state massacrate. E io ero uno dei pochi giornalisti occidentali sul posto.

Dopo la strage, si temevano tumulti anche a Binnish. I ribelli dell’Esercito Siriano Libero che avevano cercato di contenere l’attacco a Taftanaz se ne erano andati dalla città circa due ore dopo esservi arrivati perché avevano finito le munizioni. Presto era divenuto evidente che non erano in grado di offrire protezione o sostegno.

Le mie guide cominciavano a spazientirsi, nello specifico a spazientirsi delle mie richieste di essere portato in posti potenzialmente pericolosi. Hanno dato completamente di matto quando li ho informati che all’Osservatorio per i Diritti Umani avevano detto che avrebbero pagato loro perché documentassi il luogo del recente massacro, quindi due giorni dopo sono tornato in Turchia e mi sono rintanato ad Antiochia per un po’. Stavo attaccato al telefono per cercare qualche contatto che dal Libano mi portasse nella città di Al-Qusayr, dove in quel momento si stavano verificando gli scontri più intensi.

Era circa un mese, allora, che lavoravo alla questione siriana senza aver ottenuto risultati tangibili, o comunque nulla che fosse stato pubblicato. Ero molto frustrato. Quando ho contattato quelli del Time, mi hanno detto che avevano già fatto uscire una storia sulla Siria la settimana precedente. Newsweek avrebbe pubblicato una delle mie fotografie del massacro, ma un caporedattore ha tagliato il mio testo senza alcuna spiegazione. Avevo gli scatti dell’eccidio di Taftanaz, e per quanto ne so erano gli unici a essere stati offerti a riviste americane, ma nessuno li voleva. Ero fuori di me, arrabbiato con l’editoria e con quello che era diventata. Non facevo che pensare, Non posso continuare a fare questo lavoro. Non ne vale la pena. Comunque ad Al-Qusayr ci andai lo stesso e finii per rimanerci due mesi.

Ero determinato a restare finché non mi avessero pubblicato altri scatti. Stavo anche girando dei video, e il giorno del mio compleanno la BBC ha comprato uno spezzone di 30 secondi del mio girato. Poi nella regione sono arrivati dei giornalisti di Al Jazeera, e ho pensato che finalmente le cose stavano prendendo la piega giusta—anche inaspettatamente giusta. Nel mentre ho assistito alle più rivoltanti stragi di civili, tra le peggiori che io abbia mai visto. A volte in un giorno arrivavo a vedere fino a dieci bambini feriti dalle bombe lanciate indiscriminatamente, o nel corso di altri attacchi. Quando sono arrivato ad Al-Qusayr la città era sotto assedio, circondata dalle forze di Assad che avevano occupato due presidi al suo interno—l’ospedale pubblico e il palazzo del comune.

Entrambi i presidi avevano cecchini piazzati, l’autostrada era completamente bloccata—c’erano convogli di truppe di supporto che si stavano dirigendo verso la città. Caccia e droni volavano sulla zona frequentemente, in ricognizione, e tutti i giorni la città era bersagliata a colpi di mortaio e altra artiglieria pesante. Circa 200 squadre dell’ESL non hanno abbandonato le proprie posizioni, ma erano surclassate senza appello dalle forze di Assad sia per numero di uomini che per disponibilità di armi. Ad aggravare ulteriormente la situazione, la maggior parte della popolazione di Homs—anch’essa occupata dalle truppe dell’esercito regolare—era fuggita verso Al-Qusayr o sfollata nelle campagne circostanti.

Nel complesso, penso che gran parte dei media americani stesse completamente ignorando la situazione—soprattutto dopo che il piano di pace delle Nazioni Unite è andato in fumo. Anderson Cooper era un’eccezione. Probabilmente è stato uno dei pochi giornalisti del piccolo schermo intenzionati a offrire quotidiani aggiornamenti a riguardo. Penso che i giornalisti se ne siano tenuti ben lontani perché sono problematiche molto complesse, e potrebbero gettare cattiva luce sul governo americano e su altri governi occidentali in anno di elezioni, e giornalisti come Paul Conroy (che ha paragonato i fatti di Homs al massacro di Srebrenica o a quelli in Ruanda) sono rimasti feriti sul campo, mentre lavoravano.

Le testate temevano che fosse troppo rischioso mandare reporter nella zona. Non era come l’Egitto o la Libia o altri posti in cui sono scoppiate ribellioni nel corso della Primavera Araba, posti in cui potevi tranquillamente arrivare in aereo e fare il diamine che volevi. Con la Siria, a meno di avere qualche contatto già prima di arrivare, era troppo costoso, perché dovevi startene in albergo a cercare di organizzare in meno di 30 giorni quello che avresti dovuto preparare in tre o quattro mesi. Per raccontare questa storia bisognava fare molti più compiti a casa del solito.

La mia comparsa all’Anderson Cooper 360 a giugno mi ha fatto ottenere altro lavoro, e altre testate hanno cominciato a occuparsi delle insurrezioni. Qualcosa è scattato, e i caporedattori e i producer hanno iniziato a chiedere ai loro staff: “Ehi, che cazzo state mettendo insieme sulla Siria, e perché cazzo non state usando le foto di questo tizio?”

Ho avuto gli occhi puntati addosso, a un certo punto, per un reportage su un ospedale di fortuna di Al-Qusayr in cui avrebbero dovuto essere ricoverati solo ed esclusivamente civili, ma che, nel completo caos in cui era sprofondata la situazione, tentava di offrire qualche cura a chiunque vi si presentasse. Le forze di Assad avevano preso il controllo dell’ospedale maggiore della città, e un gruppo di medici si era stanziato in una catapecchia bombardata, una casupola di piccole dimensioni. Uno di loro, un gastroenterologo che aveva studiato in Russia e parlava un po’ di inglese, mi ha spiegato come stavano le cose. L’altro “chirurgo” prima delle ribellioni era un veterinario, e il resto dello staff era composto da volontari. L’energia veniva da un generatore, e la loro posizione era nota all’esercito regolare, che continuava ad attaccare l’ospedale—un indiscutibile crimine di guerra. Per mia esperienza, l’esercito regolare siriano considerava nemico armato chiunque vivesse nel piccolo villaggio agricolo.

I membri dell’ESL avevano cominciato a scavare bunker e rifugi anti-bomba. Un membro del personale di un media center dei ribelli che avevo incontrato si era già scavato la fossa in un cimitero per martiri. E questo quando ancora le Nazioni Unite stavano cercando di negoziare un cessate il fuoco, cioè quando non c’erano ancora così tanti caccia come ora, ma gli elicotteri, i cecchini e quant’altro attaccavano comunque, costantemente, gli abitanti della cittadina. Non c’era fine.

Quando l’ho lasciata a metà giugno, Al-Qusayr era ancora sotto assedio. Sono tornato a Memphis per vedere la mia famiglia e fare il punto della situazione. A quel tempo, il teatro degli scontri più duri era Aleppo, una delle città più grandi e più antiche della Siria, che, prima della rivoluzione, era il centro fiorente del commercio nazionale. Sono rimasto inattivo a rimuginare per un po’ di tempo, poi ho deciso di organizzare il viaggio successivo come progetto su Kickstarter e ho raccolto finanziamenti sufficienti per volare di nuovo in Turchia, da dove poi, a piedi, ho attraversato il confine a Kilis (che, a quel punto, i turchi riconoscevano come zona sotto controllo dell’ESL—il mio passaporto stesso è stato timbrato da membri dell’ESL) e mi sono incontrato con un contatto con cui avevo cucito rapporti in precedenza, che è comparso in moto e mi ha guidato a Umm el-Marra, dove mi sono fermato per un paio di giorni per organizzare il viaggio verso Aleppo.

In quel periodo ho incontrato un ragazzo di Long Island che tuttora fa l’attivista in Siria. Ha organizzato per me e un altro giornalista un viaggio ad Aleppo, dove saremmo stati messi in contatto con il media center dell’ESL. Durante la mia visita mi hanno portato in prima linea, in un ospedale locale, e in altri luoghi devastati dalla guerra.

Aleppo è una città grande, era considerata una metropoli, prima delle insurrezioni. Ma molti studenti universitari se ne erano andati, rimpiazzati da abitanti delle campagne spostatisi in città. La cosa che mi ha più lasciato sconvolto della città è che, a differenza di posti come Al-Qusayr e Homs, non così tante persone avevano fatto sventagliare la bandiera della vittoria per l’arrivo dell’ESL. Certo, non tutti in città sostengono i ribelli, ma, secondo me, il motivo di questa assenza di pubblico sostegno è dovuta al fatto che nessuno, in quella città e in quelle circostanze, può fidarsi nemmeno del proprio vicino. La paranoia è tangibile perché nella regione ci sono ancora dei sostenitori di Assad che monitorano la situazione e tengono informate le proprie forze armate. E i quartieri dove si combatte più violentemente sono praticamente abbandonati.

Ciò detto, l’ESL è forte anche ad Aleppo. Gestiscono la distribuzione del pane e i prezzi del gas, e hanno preso controllo dei palazzi governativi chiave. Ma su alcuni ambiti non riescono ancora ad avere la meglio. Per esempio, non c’è stato verso di aprire una scuola al momento—sarebbe da irresponsabili. E, come a Homs, l’esercito regolare siriano colpisce a occhi chiusi civili e militanti dell’ESL. Senza alcuna distinzione.

Un giorno, mentre ero all’ospedale hanno portato un bimbo a cui la testa era stata praticamente staccata dal collo quando i missili di un attacco contraereo erano piovuti sulla sua casa. Un altro giorno ho visto due padri tenere in braccio i figlioli morti, mentre piangevano inconsolabili. Sono anch’io padre, li capivo. Era una cosa da far smettere di respirare—uno dei momenti più drammatici della mia vita.

Da quello che ho visto, credo che le forze di Assad stiano cercando di epurare un certo pool genico. Non credo sia una forzatura dire che stanno tentando la pulizia etnica, perché i loro obiettivi sono i sunniti di tre generazioni: quelli che hanno iniziato la rivoluzione, i loro bambini e i nonni dei loro bambini.

L’obiettivo è di assicurarsi che, anche se la rivoluzione dovesse avere buon esito, non ci sia abbastanza prole per dare vita a uno stato veramente laico. Ho visto abbastanza mucchi di cadaveri siriani per credere fermamente che sia proprio quello che sta accadendo. I governi occidentali e le Nazioni Unite vorrebbero far credere che questa sia una guerra civile, ma non lo è. L’ESL e i suoi alleati non hanno abbastanza risorse perché ci sia anche solo una parvenza di equilibrio in termini di armamenti e forze in campo. È una strage.

A fine agosto ho filmato una dimostrazione contro Assad ad Aleppo. Avevo già assistito a simili proteste a Binnish e Al- Qusayr. La protesta di Al-Qusayr era molto meglio organizzata e cominciava con una preghiera. Era come se avessero fatto convergere in una sola zona tutta una serie di proteste con cause disparate da perorare. Aleppo era diversa. Sventolavano bandiere nere degli estremisti islamici, e venivano distribuite a bambini e famiglie che avevano fatto capannello lì intorno. Immagino che il motivo per cui l’ESL accetti di incorporare nelle proprie file gruppi jihadisti sia la disperazione. Gli estremisti sono gli unici ad avere la volontà di insorgere, e quando le cose sono così sconfortanti, si cerca aiuto ovunque.

Un’altra atrocità a cui ho assistito ad Aleppo è stato il rogo dell’antico suq nella Città Vecchia. Ci stavamo recando lì quando, lungo la strada, ci siamo imbattuti in Haji Mara, uno dei quattro comandanti delle unità dell’ESL operative nella regione. Guidava la sua moto, andando a rapporto con altri combattenti della sua unità per un check delle loro posizioni, quindi abbiamo fatto inversione per seguirlo. Volevo parlargli; era un po’ che desideravo fotografarlo, e quella era la mia occasione. Dopo aver intervistato Haji Mara l’autista mi ha portato al suq in fiamme. Quando sono arrivato al vecchio mercato, sono rimasto paralizzato a fissare i raggi di sole che attraversavano l’atrio, così come le fiamme e il fumo che si alzavano dalle sue mura. E d’improvviso, i cecchini del regime hanno aperto il fuoco sui ribelli.

Quando il fumo ha cominciato a dissolversi e varchi si aprivano nella sua grigia cortina i cecchini hanno iniziato a puntare ai venditori che cercavano di mettere in salvo la merce dai loro negozi che rapidamente diventavano cenere. Tutti, quasi tutti, piangevano. Il suq medievale di Aleppo era uno dei meglio conservati ed era stato inserito tra i siti storici dell’UNESCO. Da allora era un punto di incontro per i sostenitori della cultura panaraba, e la sua distruzione è un altro crimine di guerra.

La situazione siriana attuale è come molte altre sono state nel corso della storia—la disfatta finale della minoranza religiosa che domina e opprime la maggioranza. Io cerco solo di registrare tutto, e presto tornerò. È quanto di meglio possa fare.


Intervista ad Abu Ahmad, ingegnere civile e disertore dell’esercito regolare siriano

VICE: Dove sei cresciuto?
Abu Ahmad: A Salaheddin, nella città di Aleppo.

Cosa facevano i tuoi genitori?
Mia madre non lavora, mio padre è agente immobiliare.

Cosa facevi prima della guerra?
Ero ingegnere civile e tenente dell’esercito.

Dove ti trovavi nel luglio del 2000, quando Bashar al-Assad è diventato presidente della Siria?
Ero ancora all’università.

Che esperienze hai avuto con l’esercito di Assad prima del 2011?
Nessuna in prima persona, ma non ero contento della loro condotta.

Dove ti trovavi nel marzo 2011, quando 13 ragazzi furono arrestati a Daraa per aver scritto sui muri slogan anti-Assad? 
Facevo la leva militare nella campagna fuori Damasco.

Quando hai deciso che dovevi combattere Assad?
Molti fattori mi hanno spinto a unirmi all’ESL. Ho visto i servizi d’ordine trascinare una donna dopo averle strappato tutti i vestiti di dosso. La insultavano e l’accusavano di aver chiamato Al Jazeera.

Prima di disertare hai mai partecipato ad azioni repressive contro i dimostrati?
Non ho partecipato ai massacri, ma ho assistito a esecuzioni di dimostranti a Daraa, Saqba, Zamalka, e Kafr Batna.

Hai visto anche civili uccisi in questi scontri? E se sì, cosa è successo esattamente?
Ho visto uomini giovani e vecchi uccisi mentre lasciavano la moschea dopo le preghiere del venerdì.

Hai mai ucciso?
No.

Come è organizzato l’ESL?
In modo non gerarchico.

Qual è stato il momento peggiore che hai vissuto da quando è iniziata la guerra civile?
Quando un ragazzino è stato colpito da un cecchino a Daraa, e il colpo gli ha spappolato la mascella—era l’inizio della rivoluzione.

Tornerai presto sul campo di battaglia?
Sì.

Cosa farai dopo la guerra?
Quando Assad sarà caduto, tornerò al mio lavoro.


Intervista ad Akhi Muhammad, disertore di Damasco e ufficiale dell’ESL

VICE: Che lavoro facevano i tuoi genitori?
Akhi Muhammad: Mio padre era un impiegato in pensione, mia madre casalinga.

E tu cosa facevi prima della guerra?
Ero volontario nell’esercito regolare, ero un ufficiale, ma mi sono laureato in geografia—ho ottenuto la laurea mentre prestavo servizio militare.

Dov’eri quando Bashar al-Assad salì al potere?
A Damasco.

Quali erano le tue esperienze con i soldati o la polizia di Assad prima del 2011?
Ne avevo avute parecchie. La minore delle vessazioni e delle umiliazioni che ho dovuto soffrire durante il servizio militare era che sentivo una distinzione netta e palpabile tra i ranghi musulmani e alawiti. Altra piccola, piccolissima cosa era la corruzione. I vigili fermavano persone a caso chiedendo apertamente tangenti, senza alcuno scrupolo, ogni minimo pretesto era buono per intascare 25 lire siriane [meno di 30 centesimi di euro].

Cosa hai pensato alle notizie delle caduta di leader totalitari come Ben Ali, Mubarak e Gheddafi, che si sono avvicendate a partire dall’anno scorso?
Sono sempre felice di vedere tiranni cadere, in qualsiasi parte nel mondo. Speravo che Gheddafi venisse processato, perché potessimo scoprire i suoi segreti. Certo, per me è facile dirlo, ma capisco che il popolo libico la veda diversamente, dato che le loro famiglie e i loro figli morivano ammazzati per la stupidità di Gheddafi da ormai decenni. Forse se catturassimo Bashar gli faremmo la stessa cosa, forse anche peggio.

Dove ti trovavi nel marzo del 2011, quando i 13 ragazzi furono arrestati a Daraa a causa dei loro graffiti?
Alla mia base militare di Damasco.

Hai partecipato alle proteste?
No, eravamo in stato di allerta quando iniziò la rivoluzione. Non ci lasciavano nemmeno andare a trovare le nostre famiglie.

C’è stato un momento specifico in cui hai deciso di prendere le armi contro Assad?
Mio fratello venne arrestato. Mi ha detto che quando ti arrestano, senti che il mondo ti cade addosso, e quando in prigione ti torturano non ti senti più nemmeno un essere umano. La tortura corporea non è dolorosa come il momento in cui viene umiliato tutto ciò in cui credi—questa è una tortura ben peggiore. Ti senti come un insetto schiacciato. Gli calpestavano la testa costringendolo a dire che nostra sorella e nostra madre sono delle puttane, e dissero che ci sarebbero andati a letto. Bestemmiarono Dio e lo costrinsero a dire che Bashar al-Assad è il vero Dio. Lo tirammo fuori di galera sborsando a un ufficiale alawita 300 mila lire siriane [circa 3.400 euro]. Era completamente a pezzi. Quando mio fratello mi raccontò cosa succede ai prigionieri, seppi che le proteste non-violente non sfiorano questo regime nemmeno di striscio.

Quando hai sentito parlare per la prima volta dell’ESL? E da chi?
Ho sentito parlare per la prima volta dell’ESL alla televisione e alla radio di Stato. I media statali parlavano dei grandi risultati dell’esercito di Assad contro “le bande terroriste”.

Come è stato il tuo passaggio dall’esercito regolare all’ESL?
Col passare del tempo, mi sono accorto che i miei commilitoni iniziavano a essere meno nervosi nel discutere quello che stava accadendo al Paese. Gradualmente, la cortina della paura è caduta. Un collega suggerì che avremmo dovuto disertare, e altri tre oltre a me erano d’accordo. Iniziammo a pianificare la defezione, per un paio di settimane. Riuscimmo a metterci in contatto con un battaglione dell’ESL nelle campagne di Damasco. Mentre ci trovavamo a un posto di blocco, riuscimmo a scappare in una cittadina nei paraggi, e gli abitanti ci aiutarono a raggiungere il battaglione con cui avevamo avuto contatti.

Come soldato dell’esercito regolare siriano, avevi partecipato ad attacchi ai dimostranti?
Non ho ucciso nessuno; per la maggior parte del tempo lavoravo alla base militare, ma in seguito, quando il regime richiedeva più soldati attivi in campo per combattere, ci hanno dislocati ai posti di blocco.

Dov’eri e cosa stavi facendo nell’aprile del 2012, mentre veniva vagliato il cessate il fuoco delle Nazioni Unite?
Ero col mio battaglione; speravamo che il cessate il fuoco venisse messo in pratica, ma il regime continuava ad attaccare i civili, e questo ci fece perdere ogni speranza.

Di che requisiti c’è bisogno per entrare nell’ESL?
Bisogna credere in quello che si sta facendo. E bisogna accettare che la morte verrà comunque, sia che si resti uccisi sia che ci si spenga naturalmente.

Puoi descrivere le battaglie in cui hai combattuto?
Come puoi descriverle? Ognuna ha un obiettivo diverso, ma quello generale è di impedire che questi criminali riescano a colpire le aree abitate da civili. Quando ci prepariamo a uno scontro imminente, facciamo un “giuramento di morte”, che significa che combatteremo fino alla morte se necessario, e preghiamo. Sento il polso farsi più veloce e il sudore freddo colar giù per la schiena. Sul campo di battaglia, aspetto il “fuoco!” del nostro capobrigata—e poi sento solo il rumore dei colpi e dimentico tutto il resto. Tutti i sentimenti si congelano e il mondo intorno scompare.

Contro chi hai combattuto? Che tipo di armi avevano, e che esiti ha avuto lo scontro?
Combattiamo chiunque prenda civili come bersagli, ovvero l’esercito regolare e gli shabiha, ma soprattutto gli shabiha perché non hanno alcun freno morale o religioso—nessun limite. Sono bande interessate solo a rubare e uccidere. Non posso dire che vinciamo sempre. A volte ci dobbiamo ritirare a causa dell’intensità del fuoco nemico o perché loro hanno armamenti medi o pesanti, o se sono molti più di quanto ci aspettassimo. In questi casi, attacchiamo e poi muoviamo in ritirata.

Hai visto morti ammazzati? In che situazione?
Ho visto civili venire ammazzati dagli shabiha. Il mio compito era di tenere sotto controllo con il binocolo e valutare la situazione durante uno scontro nelle campagne di Damasco. Tre soldati spingevano una donna fuori dalla sua casa. Le hanno parlato, poi l’hanno uccisa. Avevano dei carri armati e avevano una scorta armata. Non so cosa le abbiano detto.

Hai ucciso? Se sì, in che situazione?
Pensi che sparassi per divertimento?

Qual è stato il momento peggiore per te dall’inizio delle guerra civile?
Il momento più duro per me è stato prendere la decisione di disertare. Avevo un gran subbuglio interiore, a metà tra la felicità perché mi stavo liberando dalla schiavitù al regime di Assad e la paura per la mia famiglia, per quello che il regime poteva far loro, soprattutto perché, facendo parte dell’esercito, sarei processato per tradimento se vi tornassi. La pena per me sarebbe l’esecuzione capitale, senza dubbio.

Cosa hai intenzione di fare dopo la guerra?
Mi sento incerto sul futuro. Ora sto facendo qualcosa per me e per il mio popolo. Potrei tornare al mio lavoro nell’esercito o cercare un altro lavoro. Non lo so. Non è questa la vita che speravo di vivere. Ma io e i miei compagni ci siamo stati costretti. E non cederò mai. Andremo avanti fino alla fine.


Haji Mara è comandante dellaprincipale brigata ESL di Aleppo.

VICE: Come se la cavano i tuoi uomini?
Haji Mara: Siamo solo formiche in confronto all’esercito regolare. L’esercito ha unità ben equipaggiate, piani collaudati, e armi. Noi abbiamo solo i Kalashnikov. Un colpo va a segno, un altro no. Ciononostante, copriamo tra il 60 e il 70 percento di Aleppo. È un sacrificio che bisogna affrontare. Le cose più importanti per noi sono, prima di tutto, Dio, e al secondo posto le ansie delle nuove generazioni.



Cosa vorresti dire agli americani, agli europei e alla gente di tutto il mondo sul movimento di cui fai parte?
Innanzitutto, voglio che un messaggio arrivi a tutti i capi di stato del mondo. Tutti i leader mondiali devono vergognarsi. La loro vergogna se la portano scritta in fronte perché le nostre donne e i nostri figli vengono uccisi tutti i giorni, e loro restano in silenzio. I capi del mondo non hanno più nulla a che fare con noi. Il messaggio che vogliamo inviare ora, lo vogliamo inviare alla persone normali, alle popolazioni, che hanno una coscienza. Vogliamo che la nostra posizione sia chiara. Siamo fratelli, perché tutti siamo parte dell’umanità. Siamo fratelli nell’Islam. Prendiamo posizione, mettiamoci davvero dalla parte delle persone che vengono uccise e massacrate tutti i giorni. Prendete ad esempio un cittadino che vuole comprare il pane e la panetteria viene bombardata. È ordine questo? Se andate ad Aleppo ora, vedrete persone dormire per le strade. E ancora, dopo tutto questo, la gente sta in silenzio? Perché? Dove hanno l’anima? Dove sono i musulmani? Il mio messaggio è che prendano col cuore le parti del popolo, che facciano sentire la loro voce alle orecchie dei governi che li opprimono.



Cosa significa per te vivere in un Paese libero?
Abbiamo dato vita alla rivoluzione per ottenere la libertà. Libertà per tutti noi. Libertà di praticare la mia religione e celebrare i miei riti come Dio comanda, senza che nessuno abbia da contestare. La mia libertà è il mio diritto di esprimermi, e farlo apertamente. La mia libertà è libertà di partecipare. Non siamo piccoli. Da quando eravamo piccoli, ci hanno detto: “Zitto, figlio mio, anche i muri hanno orecchie.” Abbiamo imparato a convivere con questo orrore da quando siamo molto piccoli. Siamo stati cresciuti nella paura. È questa paura che dobbiamo fare cessare. Vogliamo vivere come tutti gli altri.



Cosa può fare il resto del mondo per aiutare la Siria?
Il mondo può fare un sacco. La gente può uscire allo scoperto e protestare ed esprimere il proprio dissenso verso le organizzazioni mondiali che non hanno concesso gli aiuti al popolo siriano; può costringere i governi a darsi una mossa.



Si parla molto della presenza ad Aleppo di stranieri che combattono fianco a fianco con voi. Alcuni report, poi, sostengono che l’ESL sia composto da estremisti. Come commenti queste notizie?
Fratello mio, l’Esercito Siriano Libero e i suoi rivoluzionari vengono tutti dalla Siria. Però sì, accanto a loro troverai persone che vengono qui di propria volontà per offrire sostegno ai propri fratelli. Vengono dalla Tunisia, dalla Libia, da altre nazioni. Ma sono molto pochi. E che Dio li benedica, noi glielo diciamo sempre. Per tutti i rivoluzionari, loro sono rivoluzionari siriani, capisci? Sono rivoluzionari di questa terra. Tu sei qui con le telecamere e le macchine fotografi che, e ne sei testimone. Forse su cento uomini ci saranno un paio di stranieri, ma questo non significa che l’ESL sia composto da militanti stranieri.



Perché ti sei unito alla rivoluzione?
Tutto è cominciato con proteste non-violente. I giovani si presentavano portando rami d’ulivo. E loro li attaccavano e bombardavano. Non potevamo starcene con le mani in mano. Ma per sei o sette mesi nemmeno abbiamo pensato di metter mano alle armi. Pensavamo che al “nostro Bashar” sarebbe toccata la stessa sorte di Hosni Mubarak e di Ali Abdullah Saleh. Pensavamo che in pochi mesi la rivoluzione avrebbe fatto il suo corso. Ma si è scoperto che non avevamo un presidente. Avevamo un assassino. E l’assassino ha imbracciato le armi, perciò la nostra unica possibilità è stata di imbracciare a nostra volta le armi e trascinarlo con la forza giù dal trono.



Come sei diventato comandante?
Per come la vedo io, non sono un ufficiale. Sono un servo e un fratello. Non siamo come le altre organizzazioni, in cui un superiore fa il saluto alle truppe andandosene. Io combatto fianco a fianco con i miei uomini, e con loro uccido perché questo regime abbia fine. Proprio ora, siamo a 200 metri dal campo di battaglia. Per quanto riguarda il mio grado, sono i miei fratelli che sono stati generosi a concedermelo. Sono loro che mi hanno elevato a questa posizione.



Qual è il vostro piano se riuscirete a vincere la rivoluzione?
Mi riposerò, sono stanco. È ormai un mese che non ho tregua, un mese che sono come mi vedi. Se Dio vorrà, avremo il futuro del Paese a cui badare. Se Dio vorrà, la situazione sarà stabile. Perché questo popolo, la sua sicurezza, è questo che mi sta a cuore. Come vedi, ancora c’è chi li opprime. Ci sono opportunisti che si arrogano il nome di rivoluzionari. Ma sono solo bugiardi e criminali. Noi combattiamo, e loro ci vengono dietro per approfittarne e rubare. Faremo giustizia. Non ci concederemo tregua finché non avremo fatto giustizia e la situazione sarà stabile. Allora, proverò a tornare al mio lavoro quotidiano.


Abu Turab è un manovale di Homs, ora combattente nell'ESL.

VICE: Dov’eri nel marzo del 2011, quando 13 ragazzi furono arrestati a Daraa per aver scritto sui muri slogan anti-Assad?
Abu Turab: Ero al lavoro.

Eri coinvolto nelle proteste? Se sì, qual è stata la tua esperienza?
Ho preso parte alle proteste, e mi sono guadagnato una pallottola. Ma non sono stato arrestato.



C’è stato un momento specifico in cui hai deciso, devo combattere contro le forze di Assad?
Ho iniziato a pensare a unirmi all’ESL durante l’occupazione della mia città, quando gli shabiha hanno iniziato a colpire con continuità.



Quando hai sentito parlare la prima volta dell’ESL?
La prima volta è stato in televisione.



Altri membri della tua famiglia sono coinvolti nelle battaglie?
Tutta la mia famiglia combatte.



Come sei entrato nell’ESL? Qual è il nome del tuo battaglione, e come si è formato?
Non posso dire il nome del mio battaglione, ma è stato formato dagli abitanti del mio quartiere.



Di che requisiti c’è bisogno per combattere con l’ESL?
Chiunque può farlo, chiunque può combattere con l’ESL.



Come è organizzato? Chi prende le decisioni nel tuo battaglione?
Le prendiamo insieme, collettivamente.



Chi decide dove e quando combatterete?
Tutti decidiamo, insieme, le battaglie.



Qual è stata la prima battaglia a cui hai preso parte?
La mia prima battaglia con l’ESL è stata la liberazione del palazzo di Al-Zahrawi [palazzo storico di Homs].



Contro chi combattevate, di preciso?
Contro gli shabiha.



E chi erano i tuoi compagni di battaglia?
Combattevo con la gente di Homs.



Hai assistito a morti violente? E se sì, in che contesto?
Ogni giorno vedo persone uccise da carri armati e dalle barrel bomb. Sono bombe riempite con il barameel [una miscela di dinamite, petrolio e altre sostanze, che esplode e distrugge qualsiasi cosa] e vengono sganciate dagli elicotteri. Fanno brandelli delle persone, letteralmente.



Qual è stato il momento peggiore per te da quando è cominciata la guerra civile?
Da quando è cominciato l’assedio ai vecchi quartieri di Homs, molte persone ferite non riescono ad avere accesso a cure mediche. Quando le ferite si infettano, siamo costretti a usare strumenti rozzi per amputare gli arti. Presto tornerò a combattere.



Sei cambiato, da quando hai iniziato a combattere?
Sì, ora sono una persona migliore.



E anche il tuo modo di pensare è in qualche modo cambiato da quando hai iniziato a combattere con l’ESL?
La mia fede in Dio si è rafforzata. E durante la guerra è diventato evidente che la comunità internazionale abbia mentito.



Dopo la guerra, cosa farai?
Quando sarà finita, tornerò al mio lavoro.

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