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19 Novembre 2012

Siria, sostenitori dello Stato islamico sempre più forti?

Sono stati lasciati soli a resistere? Gli unici a offrire armi e danaro sono state forze oscurantiste? Dopo più di venti mesi di proteste represse nel sangue e trasformatesi in rivolta armata, la notizia che segue è il risultato non solo di 40 anni di politica confessionale del regime, ma anche dell’inazione dei Paesi che si dicono sostenitori di una Siria pluralista, laicista e garante dei diritti delle comunità.

Chi sul territorio sta imponendo la sua vittoria nel nord della Siria si sente legittimato a respingere i progetti politici per il post-Asad proposti da altri siriani costretti all’esilio. La sua legittimità è costruita sulle armi e sul sostegno ricevuto da chi ha visioni culturali in contrasto con quelle della società civile europea. Che è rimasta silenziosamente  alla finestra dal marzo 2011. E che ora si dirà preoccupata per “la minaccia islamica”.

Alcuni dei principali gruppi fondamentalisti dei ribelli siriani nel nord della Siria hanno annunciato nella notte tra il 17 e il 18 novembre 2012 il loro rifiuto al progetto di uno Stato civile e laico proposto nei giorni dalla principale piattaforma delle opposizioni siriane e si dicono intenzionati a creare uno Stato islamico.

Col passare delle ore però, nella mattina del 18 novembre, sono giunte a pioggia smentite e prese di distanza da leader delle stesse sigle e, soprattuto dal colonnello Abdel Jabbar Ukaydi, del consiglio militare di Aleppo e capo della brigata Tawhid.

In un video amatoriale diffuso nella notte, un gruppo di uomini che si erano presentati come rappresentanti delle principali brigate fondamentaliste islamiche affermavano di aver raggiunto un accordo all’unanimità per la creazione di uno “Stato islamico giusto” e il “il rifiuto di ogni progetto straniero che coalizioni e consigli ci impongono a noi all’interno (della Siria)”.

Il riferimento implicito era alla Coalizione nazionale, piattaforma creata a Doha, in Qatar, nei giorni scorsi e nella quale sono confluite le principali sigle del movimento popolare di protesta in patria oltre al Consiglio nazionale, sigla che dall’ottobre 2011 riunisce oppositori in esilio e che è dominata dalla Fratellanza musulmana.

Nel filmato odierno si elencavano i gruppi dei ribelli e tra questi spiccano il nome della Brigata Tawhid, maggioritaria nel fronte della battaglia di Aleppo e quello della Jabhat an Nusra, che rivendica una prossimità con al Qaida.

L’emissione del comunicato – apparso anche sul profilo Facebook della Tawhid – avviene in contemporanea con l’annuncio da parte dei ribelli di Aleppo di aver conquistato “l’ultimo bastione dei lealisti” nella parte occidentale della città.

Eppure, le stesse sigle dei gruppi ribelli siriani con tendenze fondamentaliste e operativi nella regione di Aleppo e Idlib hanno smentito di aver mai aderito al comunicato.

Sul sito Internet della Brigata Ahrar ash Sham, citata dal filmato di stamani, si legge che “il comunicato non ha alcuna fondatezza” e che “i leader della Brigata non hanno partecipato a nessuna riunione del genere”, come invece si afferma nel video amatoriale.

Numerosi altri attivisti di Aleppo e Idlib mettono in dubbio la veridicità del comunicato. “Prima di tutto – affermano gli attivisti sui forum solidali con la rivolta anti-regime – nel video non compaiono i leader della brigata Tawhid Abdel Jabbar Uqaydi e Abdel Qader Saleh. Secondo, abbiamo contattato numerosi leader delle brigate e nessuno di loro era a conoscenza del comunicato. Terzo, il video è stato pubblicato nella notte, quando era impossibile verificarne l’autenticità”.

Infine il colonnello Ukaydi, interpellato da Orient TV, emittente ostile al regime siriano, ha detto di non sapere nulla del comunicato affermando che comunque ognuno è libero di esprimere il proprio parere

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