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martedì 4 settembre 2012

In autunno si entra al Parco della Pace

«Dobbiamo arrivare a coltivare, ovvero fare qualcosa su quest’area»; con queste parole l’architetto Andreas Kipar, ospite con l’assessore Antonio Dalla Pozza al Festival NodalMolin, ha concluso il suo intervento al dibattito "Parco della Pace: un bene comune".

Un incontro iniziato con l’introduzione di Olol Jackson, del Presidio NoDalMolin, che ha ripercorso la genesi del Parco della Pace. Una suggestione nata nel settembre 2007 - il 13, per la precisione - quando migliaia di persone entrarono per la prima volta nell’area per piantumare 150 alberelli. Non una semplice operazione urbanistica, dunque, non un parco qualunque. Ma uno spazio che parla, racconta e ripropone la grande mobilitazione che ha coinvolto decine di migliaia di vicentini. «Seicentotrentamila metri quadri sottratti alla guerra, un primo tassello nel percorso di smilitarizzazione del territorio che viviamo». Il Parco della Pace non è il punto d’arrivo, non è la fine della storia, «è un risultato ottenuto dai vicentini che deve confrontarsi quotidianamente con il mostro costruito al di là del filo spinato».

Ma il rapporto tra Parco della Pace e nuova base statunitense non è soltanto ideale; «oggi - ha ricordato l’ing. Guglielmo Vernau - gli statunitensi impondono, all’interno del Parco della Pace, una fascia di rispetto di 45 metri dalla recinzione della base militare, nella quale non si potrà piantare alcun albero; ma la relazione paesaggistica approvata per il progetto statunitense prevedeva, anzi imponeva, la piantumazione di alberi di alto fusto lungo tutto il perimentro, per mascherare le costruzioni: una contraddizione evidente». E poi c’è l’acqua che, nel suo scorrere, scava contraddizioni: «la falda scorre da est a ovest, e quel che succede a valle ha ripercussioni a monte. Significa che quel che succederà nel perimetro della base avrà ripercussioni sul parco, e se l’acqua non potrà scorrere liberamente quest’ultimo si allagherà a ogni acquazzone. Devono essere ripristinati al più presto i drenaggi e dobbiamo avere un monitoraggio costante di quel che succede al di là del filo spinato».

«Sulla falda - ha risposto l’assessore Antonio Dalla Pozza - confermo la grande attenzione dell’amministrazione comunale». E l’architetto Kipar ci ha tenuto a sottolinerare l’anormalità di questo parco, che nasce da un percorso di lotta e mobilitazione. «Il Parco - ha sottolineato - lo abbiamo già, quello che dobbiamo tenere è il movimento. Dobbiamo domandarci come si proietta nel futuro la storia da cui nasce il parco, stimolando questo processo con visioni, simulazioni, ragionamenti». E se Photoshop non esiste nella realtà, e i palazzi statunitensi non si possono cancellare come la vista che ci si propone di fronte come fosse una foto, Kipar ricorda che «non sempre le ferite si possono cancellare. Come - si è domandato l’architetto - possiamo costruire un parco in una situazione particolare come questa», con ai confini dell’area verde una servitù militare?

A chi ha ricordato che quell’area verde non è un parco qualunque, ma il frutto di una mobilitazione contro l’imposizione che deve continuare a vivere e a essere praticata nell’area appena conquistata, Dalla Pozza ha risposto che l’amministrazione comunale non dimentica il percorso dal quale questo processo ha preso spunto, sottolineando che «questa caratterizzazione identitaria, che tutti noi sentiamo nostra, ha bisogno di nascere e crescere nel percorso partecipativo che si aprirà sulla progettazione dell’area».

Ma quali sono gli strumenti con i quali promuovere pratiche partecipative delle quali si parla da mesi? «Io - ha risposto Kipar - mi sento come il direttore d’orchestra. I musicisti sono i vicentini, e il direttore potrà fare un buon lavoro se avrà di fronte dei bravi musicisti. In autunno, appena avremo la fruibilità dell’area, metteremo una pedana al centro del parco, per vederlo e capirlo meglio; faremo dei workshop, chiederemo a tutti di mettersi in gioco con microprogetti dalla durata breve, per poi valutarne i risultati. Viviamo l’ansia da prestazione, il vuoto ci spaventa: noi dobbiamo riempire quel territorio con le nostre attività».

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