Re:Common
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27 maggio 2013

Shell, la Nigeria stremata chiede ancora il conto ambientale e sociale delle estrazioni
di Luca Manes

Poche le speranze di un cambio radicale della politica della corportation

 Ormai le grandi corporation planetarie, specialmente quelle più inquinanti, si sono rassegnate. Quando il calendario propone l'annuale appuntamento dell'assemblea degli azionisti, il Consiglio d'Amministrazione e il management si trovano a fronteggiare la forte e motivata protesta di comunità locali, nonché di associazioni e gruppi della società civile. La scorsa settimana la multinazionale anglo-olandese del petrolio Royal Dutch Shell non ha certo fatto eccezione. Anzi.

Le rimostranze avvengono sia fuori che dentro la sede dell'incontro. L'azionariato critico è una forma di dialogo con un'entità che spesso preferisce tapparsi entrambe le orecchie, ma anche un potentissimo strumento di denuncia. Uno strumento che sta prendendo sempre più piede anche in Italia, come dimostrano i casi delle assemblee degli ultimi anni di Eni ed Enel.

A l'Aja, città che ospita la sede della Shell, si erano dati appuntamento numerosi attivisti da vari angoli della Terra. Tanti i punti scottanti del cahier de doleances presentato ai vertici dell'azienda. Possiamo iniziare dal cosiddetto "non convenzionale" citando la devastante caccia alle sabbie bituminose in Canada, dove la regione dell'Alberta in alcuni punti rammenta tristemente un paesaggio lunare e dove le comunità dei nativi lamentano tassi inconcepibili di inquinamento delle falde acquifere e dei territori da loro abitati. Eriel Deranger, della Athabasca Chipewyan First Nation, non ha dubbi che il tentato annacquamento delle normative ambientali da parte del governo canadese sia da collegare alle attività di lobby della Shell, che anche in Europa sta facendo pressione sulle istituzioni comunitarie per far arrivare nel Vecchio Continente il petrolio derivante dalle sabbie bituminose. D'altronde la compagnia non si fa troppi scrupoli a operare in situazioni ancora più estreme, come quella del Mar Artico.

Per la verità, viste le enormi difficoltà, i programmi estrattivi, costati finora oltre cinque miliardi di dollari, hanno subito un forte rallentamento. Tuttavia il pericolo per l'Alaska e per gli habitat marini artici non è stato ancora del tutto debellato. Per Mae Hank, rappresentante delle comunità indigene dell'Alaska, qualora in futuro si dovesse verificare uno sversamento di greggio nel Mart Artico, dato il contesto particolarmente complesso, le conseguenze sarebbero inimmaginabili.  

Ma c'è un Paese dove la Shell è sinonimo di devastazioni ambientali e violazione dei diritti umani: la Nigeria. A due anni dal rapporto delle Nazioni Unite che spiegava come ci servissero almeno 30 anni e vari miliardi di dollari per cominciare a ripulire il Delta del Niger dagli effetti dell'attività estrattiva, il gigante petrolifero non ha compiuto nessuno sforzo per sanare i danni provocati. Le perdite di oro nero proseguono, così come il gas flaring, da troppi anni dichiarato fuorilegge dalle autorità nigeriane. Purtroppo in maniera del tutto vana.

In questi giorni è terminato il mandato dell'amministratore delegato Peter Voser. Visti i precedenti, le speranze che il suo successore possa ascoltare la voce delle comunità e di chi ha a cuore le sorti del pianeta non ci sembrano francamente troppo ben riposte.

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