Intervista raccolta il 29 luglio da Jacques Babel.

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3/8/13

Un’intervista a Gilbert Achcar

Dal blog di Antonio Moscato, un’interessante intervista a Gilbert Achcar sugli sviluppi e le difficoltà dei processi rivoluzionari nel mondo arabo.


Gilbert Achcar, marxista rivoluzionario di origine libanese, docente alla School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra.

Il processo rivoluzionario nella regione araba non smette di sorprendere i media. Come analizzi i recenti avvenimenti in Egitto e Tunisia?

Ci sono certo stati dei cambiamenti qualitativi ma il fatto stesso che ci siano state nuove turbolenze nonpotrebbe sorprendere se si è compreso che quel che si è messo in moto dalla fine del 2010 – inizio del 2011 è un processo rivoluzionario di lunga durata. L’idea che i successi elettorali delle forze provenienti dall’integralismo islamico in Tunisia e in Egitto potessero chiudere i processi si è rivelata del tutto erronea.  Queste forze erano destinate al fallimento nella misura in cui, come i regimi che avevano sostituito, non avevano risposte ai gravissimi problemi sociali ed economici che sono all’origine delle sollevazioni. Esse si collocano nella continuità delle ricette neoliberiste e non saprebbero risolvere quei problemi, che non fanno altro che aggravarsi. Il processo rivoluzionario può assunere forme sorprendenti, ma si continuerà a passare a lungo da uno sconvolgimento a un altro su scala regionale, prima di una stabilizzazione della situazione, che presupporrebbe in un’ipotesi positiva un cambiamento profondo della natura sociale dei governi, in direzione di politiche centrate sugli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori.

Come vedi lo scontro attualmente in corso in Egitto?

In Egitto oggi bisogna distinguere tra i due livelli: le manovre e i conflitti intorno al potere, e l’onda profonda del movimento popolare. Questa conosce una seconda esplosione dopo quella del 2011, ma che sbocca, come le precedente, in un intervento dell’esercito. Mubaraq nel febbraio 2011 era già stato scartato dai militari, che avevano preso direttamente il potere: il Consiglio superiore delle Forze Armate si era impadronito del vertice dell’esecutivo.
Questa volta si sono guardati bene dal ripetere la stessa operazione, dato che si erano scottati le dita tentando di governare direttamente il paese in una tale situazione di sconvolgimenti da provocare un’usura rapidissima di un qualsiasi governo che si limitasse a riproporre le politiche neoliberiste. I civili nominati alla testa dell’Esecutivo non possono nascondere il fatto che sono i militari a esercitare il potere. Ma detto questo, bisogna aggiungere che l’argomento secondo il quale l’esercito questa volta sarebbe intervenuto contro un governo democraticamente eletto risente di una concezione molto destrorsa della democrazia, secondo cui gli eletti hanno carta bianca per fare quel che vogliono durante la durata del loro mandato, anche se tradiscono in modo clamoroso le attese dei loro elettori ed elettrici. Una concezione radicale della democrazia implica il diritto alla revoca degli eletti. Ed è questa la forma che il movimento ha scelto in Egitto con la petizione per la cacciata di Morsi e per nuove elezioni lanciata dai giovani del movimento “Tamarrod” (Ribellione), che hanno riunito in pochi mesi un numero impressionante di firme, molto superiore a quello dei voti che Morsi aveva ottenuto per essere eletto alla presidenza. Da questo punto di vista, la sua revoca era del tutto legittima.
Tuttavia il  grosso problema è che invece di organizzare il movimento per rovesciare Morsi con gli strumenti della lotta delle masse – lo sciopero generale, la disubbidienza civile – si è visto che i dirigenti dell’opposizione liberale e di sinistra si accordavano con i militari e applaudivano il loro colpo di Stato, la cui logica finale era di captare il potenziale di mobilitazione popolare indirizzandolo a favore di un ritorno a un ordine autoritario, come è stato confermato dai comportamenti dei militari. Questo è molto grave, e a questo livello c’è una forte carenza della sinistra egiziana nelle sue componenti maggioritarie. Essa ha ridato smalto al blasone dell’esercito, e ha incensato il suo comandante in capo. Costui è il vero uomo forte del nuovo-antico regime. Quantunque sia ministro della Difesa, si è permesso di convocare la popolazione a manifestare a sostegno dell’esercito, ignorando totalmente il nuovo governo.
Oggi anche i giovani di Tamarrod cominciano a preoccuparsi, ma un po’ tardi, dell’ingranaggio in cui sono finiti loro stessi. Il colpo di Stato permette ai Fratelli Musulmani di rifarsi una verginità politica presentandosi come martiri e vittime di un putsch militare. Hanno riconsolidato la loro base sociale, certo minoritaria – attualmente è chiaro – ma pur sempre importante. L’azione dei militari ridà lustro alle loro insegne.

Dunque c’è stata una rapida usura dei movimenti islamici che avevano occupato il posto degli antichi regimi in Tunisia e in Egitto, ma anche la debolezza della sinistra oggi pone seri problemi?

Al di fuori della sinistra rivoluzionaria, che resta marginale in Egitto, la maggior parte della sinistra si è impegnata nel Fronte di Salvezza Nazionale. Le correnti provenienti dal movimento comunista tradizionale e quella nasseriana, che resta la più importante a livello di influenza popolare, hanno partecipato alla campagna di mistificazione sul ruolo dell’esercito. È tanto più deplorevole che queste forze erano state in piazza contro l’esercito nei mesi che avevano preceduto l’elezione di Morsi! Quando Sabahi, il leader nasseriano, spiegava qualche giorno prima del 30 giugno che era un errore aver gridato un anno prima “Abbasso il governo dei militari”, ricavava una pessima lezione dalla storia. Quello che è un errore è pentirsene e pensare che bisogna di nuovo applaudire l’esercito.

Cosa pensi dei mezzi a cui ricorrono i tunisini per mettere fine al regime di En-Nahda?

Disgraziatamente si rischia di avere in Tunisia uno scenario analogo a quello egiziano: una sinistra che non ha la lucidità politica di battersi sulla base di un programma di sinistra, e che si appresta a stringere alleanze perfino con i resti dell’antico regime presenti in Nidaa Tounès.
Questo tipo di impostazione va a beneficio delle forze islamiste  che hanno il gioco facile a denunciare la compromissione della sinistra con i resti del vecchio regime. Questo permette ai Fratelli musulmani o a En-Nahdha di presentarsi come difensori della legittimità e della continuità della rivoluzione.

C’è dunque un problema di rappresentanza politica degli strati popolari nella rivoluzione?

Si, il problema è che invece di cercare di conquistare l’egemonia nel movimento di massa impegnandosi soprattutto sulla questione sociale, anche a rischio di veder coalizzarsi contro di essa tutti i sostenitori del neoliberismo – che vanno dagli integralisti agli uomini del vecchio regime, passando per i liberali – la sinistra si inserisce in alleanze dall’ottica angusta con settori del vecchio regime.
In un paese come la Tunisia, a mio avviso, la centrale sindacale UGTT è una forza socialmente egemonica, e che può facilmente divenire tale anche a livello politico. Ma attualmente una muraglia è stata eretta tra il sindacale e il politico. La sinistra tunisina, oggi alla testa dell’UGTT, piuttosto che lanciare la centrale sindacale nella battaglia politica con all’orizzonte un governo dei lavoratori, sembra orientarsi verso alleanze contro natura tra i suoi raggruppamenti politici organizzati nel Fronte Popolare, da una parte, e i liberali e i residui del vecchio regime dall’altra.

Nonostante queste difficoltà negli sbocchi, le rivolte continuano in numerosi paesi, e si vedono apparire dei movimenti “Tamarrod” in Libia, nel Bahreïn…

Nei sei paesi che sono stati più profondamente toccati dalle rivolte del 2011, i movimenti di massa continuano. In Libia è un’ebollizione permanente. I media non ne parlano, ma ci sono costantemente mobilitazioni popolari, soprattutto contro gli integralisti; le istituzioni elette sono sottoposte a pressioni diverse della base popolare. Nello Yemen il movimento continua anche se indebolito dal compromesso in cui si sono impantanate parte delle forze di opposizione. Alcune forze radicali, in particolare giovani e di sinistra, continuano a battersi contro questo simulacro di cambiamento.
Nel Bahreïn il movimento popolare continua contro la monarchia. E in Siria, la guerra civile è in un punto culminante, ha raggiunto un livello altamente tragico che vede oggi una controffensiva feroce del regime, sostenuto da Russia, Iran e Hezbollah libanese. La Siria è un caso flagrante di cinismo delle grandi potenze, che lasciano massacrare un popolo che non ispira loro altro che sfiducia.

Dunque, due anni e mezzo dopo l’inizio del processo, questo continua alla grande?

Una dinamica rivoluzionaria si è innescata nel 2011, un processo di lunga durata che conoscerà alti e bassi, episodi di reazione, di controrivoluzione, e anche di rilanci rivoluzionari. Ma per uno sbocco positivo a questo processo, occorre che emergano forze portatrici di risposte progressiste ai problemi posti sul piano sociale ed economico.
In mancanza di esse, sono possibili altri scenari, di regressione, di reazione, di alleanze repressive contro le popolazioni tra quelli che oggi sembrano contrapposti, militari ed integralisti. Non c’è nessuna fatalità in un senso o nell’altro, è una situazione aperta, in piena ebollizione. La sinistra deve urgentemente affermare una terza via indipendente, contro gli antichi regimi e contro gli integralisti, per la soddisfazione delle rivendicazioni sociali di tutte e tutti coloro che hanno partecipato a queste sollevazioni.

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