Questa intervista è uscita il 25/06/2013 sul quotidiano argentino Pagina 12, che ringraziamo, con il titolo: “Reconstruir el sentido común disidente”.

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4 luglio 2013

Il tempo delle conversazioni
Veronica Gago intervista Raquel Gutiérrez Aguilar

La dignità è sempre il punto di partenza dell’autonomia politica e morale ma al centro della nostra discussione per cambiare il mondo dovrebbe esserci una domanda: di cosa altro abbiamo bisogno? La grande e diretta conoscenza delle lotte indigene e popolari dell’América latina suggerisce a Raquel Gutiérrez Aguilar che la nebbia diradata dall’energia dei movimenti e delle grandi sollevazioni del passato è di nuovo calata con l’espropriazione da parte degli Stati della semantica della ribellione. Questo è dunque un tempo delle parole e della conversazioni per ricostruire un senso comune. La studiosa messicana comincia con l’orizzonte del “comune”, visto non come una categoria di classificazione della proprietà ma come l’idea forza centrale per ripensare la convivenza tra le persone. Il comune è produzione di senso e di relazioni per dotarsi in modo collettivo della capacità di intervenire sulle questioni generali, è ciò che si produce in modo collettivo e sul cui controllo e decisione non si delega ad altre mediazioni politiche che non siano le stesse che lo producono. 

Raquel Gutiérrez Aguilar (foto in basso, ndr) è nata in Messico. Ha studiato filosofia e matematica e ha cominciato giovanissima il suo impegno con la lotta politica degli esiliati del Fronte Farabundo Martì di liberazione nazionale del Salvador. Più tardi, negli anni Ottanta, è andata in Bolivia, dove è stata tra i fondatori dell’Ejército Guerrillero Tupak Katari, insieme al suo compagno di allora, Alvaro García Linera, oggi vicepresidente della Bolivia di Evo Morales. Dopo aver accompagnato le insurrezioni delle comunità aymara e quechua, Raquel Gutiérrez ha trascorso diversi anni in carcere, durante gli anni Novanta. Poi ha fatto parte del gruppo della Comuna per infine tornare in Messico dove, nei primi anni del secolo, ha scritto la tesi del suo dottorato sull’esperienza della guerra dell’acqua di Cochabamba, che l’ha vista anche in veste di partecipante. Come ricercatrice dell’Università di Puebla e nella Unam, ha studiato e documentato con particolare attenzione i processi delle assemblee costituenti del continente, paragonando, ad esempio, i casi della Bolivia e dell’Ecuador. L’intervista che segue è stata realizzata durante un suo viaggio a Buenos Aires, dove è stata invitata a tenere due conferenze intitolate “La politica del comune: ripensare il cambiamento sociale in America Latina” e “Cosa possono fare i movimenti sociali contro il narcotraffico? Intuizioni dal presente messicano”.

Come possiamo pensare alla situazione attuale in America latina? Ci sono diversi gruppi che sostengono che sia finito il ciclo dei cosiddetti governi progressisti…

Non sono molto sicura che l’espressione “fine del ciclo” si possa adattare ai governi progressisti dell’America latina…Ci sono alcune incongruenze nei processi in corso, per esempio, in Bolivia e in Ecuador rispetto al Venezuela, soprattutto dopo la morte di Chavez. In ogni caso, più che alla “fine di un ciclo” credo stiamo assistendo al consolidamento di un ciclo, che è cominciato dopo i processi costituenti, tanto in Bolivia come in Ecuador. Siamo di fronte al crescente consolidamento del monopolio dei privilegi sulle decisioni politiche più importanti, privilegi che sono in mano a un piccolo gruppo di funzionari politici. Questo “tamponamento”, per dirla in qualche modo, delle diverse prospettive e percorsi politici che si erano aperti anni fa, dal mio punto di vista, è arrivato a un punto di straordinaria saturazione.

In cosa si esprime questa saturazione?

In Bolivia e in Ecuador credo ci sia un momento di forte consolidamento dello Stato e di crescente messa sotto tutela delle iniziative popolari e indigene che devono adeguarsi ogni giorno di più a ciò che è stato deciso da altri. È questo che vedo: la reiterazione di forme liberali della politica, consolidate nell’espropriazione della capacità sociale di intervenire nelle questioni pubbliche che riguardano gli indigeni e i settori popolari.

Ci sono ri-configurazioni dello Stato che possono definirsi post-neoliberali?

Credo che il momento attuale non sia uguale a quello liberale della politica e del “politico” che ha devastato l’America latina negli anni Novanta. Lo si vede facilmente vivendo, come adesso vivo io, in Messico, dove è ancora presente e imperante nella discussione politica ufficiale il repertorio delle idee (neo)liberale della riforma strutturale che limita l’intervento dello Stato, aggredisce quelle che si suole chiamare “conquiste sociali” e fomenta il predominio degli interessi imprenditoriali monopolistici attraverso il pretesto del predominio del mercato. Questo io penso che non esista più, non si sente parlare di questo nei paesi dove ci sono state mobilitazioni vigorose ed energiche durante i decenni passati, paesi che hanno attraversato processi costituenti e hanno governi progressisti.

Dopo queste mobilitazioni e i cambiamenti a livello dello Stato, si modella un nuovo tipo di conflittualità?

Quello che è tremendo è che nei paesi dove la mobilitazione sociale è stata forte continua il pieno predominio degli interessi del capitale transnazionale più potente, che ora sembra aver “catturato” anche le forme statali ricostruite dopo gli scossoni del decennio passato. Questo è quello che si trova quando si cerca di capire quel che accade dalle similitudini dei conflitti che si sviluppano in paesi, come il Messico, ogni volta più “liberalizzati” e formalmente “democratici”; oppure come l’Ecuador e la Bolivia, dove i popoli indigeni devono continuamente difendere i loro territori e la vita, minacciati da nuove ansie di saccheggio e devono lottare contro l’insensata imposizione di politiche che, nel Sud, si fomentano per il “presunto bene” di quegli stessi popoli che si difendono. È in discussione quello che è germogliato nei tempi agitati e ribelli, di nuovo come un orizzonte del “comune”, che ha pesantemente alterato i termini del discorso politico liberale moderno.

Che significa l’orizzonte del comune come politica?

Dal mio punto di vista, ciò che alcuni anni fa si è intravisto come possibilità politica è stato una specie di disposizione collettiva in sintonia, non esente da tensioni interne, per riappropriarsi tanto della ricchezza materiale quanto delle capacità politiche precedentemente espropriate. Questa chiave di lettura ti permette di capire le ricorrenti lotte che hanno cercato sia di stabilire dei limiti all’azione di espropriazione-privatizzazione del capitale più potente, sia di determinare nuovi termini di controllo sociale della ricchezza recuperata, che si trattasse di acque, boschi o idrocarburi. A partire da questo insieme di azioni di lotta, le società hanno recuperato e ricostruito a poco a poco le capacità politiche nel senso più ampio: possibilità di gestire in modo collettivo quello che riguarda tutti perché tutti danneggia. Questo, tendenzialmente, ha eroso e minacciato di dissolvere certi termini moderni di comprensione del “politico”, come la distinzione tra pubblico e privato. È sulla minaccia di dissoluzione di quest’antica distinzione che fonda gran parte della nostra comprensione del politico; del resto, i momenti della lotta sono stati anche tempi energici di produzione e riproduzione del “comune”. Il comune non è una categoria di classificazione che allude alla proprietà ma un’idea forza centrale della riorganizzazione della convivenza sociale.

Comporta una nuova forma di cooperazione e di autorità? Qual è la differenza con “pubblico”?

Il “comune” è ciò che si produce in modo collettivo e sul cui controllo e decisione non si delega ad altre mediazioni politiche che non siano le stesse che lo producono. Il “comune” è una maniera di nominare quel che è “pubblico non-statale”. L’orizzonte del comune è, prima di tutto, una prospettiva di lotta che si lancia a riprendere e recuperare in modo diretto e collettivo ciò che è stato strappato dalle mani delle collettività. In tal senso, il comune non è qualcosa di meramente ereditato ma, prima di tutto, è produzione ripetuta di senso e di legame per dotarsi collettivamente di capacità di intervento in questioni generali.

Come si può leggere la violenza contemporanea del Messico? Come gioca la questione del narcotraffico in relazione ai movimenti sociali?

Questo è un tema opprimente. Ti presento un paio di chiavi di interpretazione: oltre la cosiddetta “transizione democratica”, in Messico continua a essere pienamente vigente una forma del politico che si regge su un asciutto patrimonialismo. Il Messico è il paese dei monopoli e della loro difesa con ogni mezzo. In questo contesto, la guerra contro le droghe – promossa dagli Stati Uniti e che in Messico è stata scatenata, soprattutto, durante il secondo governo del conservatore Partido Acción Nacional (Pan) di Calderón, ha imposto una ridefinizione dei termini di uno degli affari più lucrosi che esistono in Messico: quello della produzione e del trasferimento di sostanze controllate. Questo ha scatenato un’autentica guerra su diversi fronti e con molti attori, la cui possibile identificazione non è sempre chiara. Così, si è generalizzato uno scontro in cui si distinguono due livelli: da un lato, la violenta sfida tra mafie che esercitano il controllo territoriale come garanzia della permanenza dei propri affari e, dall’altro, una sotterranea guerra contro i popoli e la popolazione civile, che si pretende di obbligare a obbedire a fucilate e inanellando omicidi. Tutto questo non è solo molto confuso ma anche molto pericoloso. E la cosa peggiore è che questa autentica dissoluzione dell’autorità dello Stato – in molti territori della Repubblica – è coperta da un velo di opacità quasi totale, quindi le informazioni circolano con difficoltà. Quella che è certa è la proliferazione di un’infinità di lotte locali di autodifesa da parte di molteplici comunità, località, popoli e regioni. In queste lotte c’è la speranza di ricostruzione delle rovine nelle quali abitiamo.

Di fronte a questa situazione, quali sono le sfide per la militanza?

Questo è un tempo per le parole e le conversazioni. Dobbiamo ricostruire il senso comune dissidente e di lotta. Quasi tutto quello che eravamo riusciti a chiarire nella precedente ondata di mobilitazioni e sollevazioni è stato “ricodificato” in termini statali; prima c’è stata una “cattura” sematica delle nostre parole, che già non designavano con chiarezza ciò a cui alludiamo nei periodi di maggior crisi politica. A questo ha fatto seguito una “cattura” politica, e poi “organizzativa”, dei contenuti politici e più filosofici delle nostre lotte. Per questo conviene tornare a centrare la discussione non tanto su quello che stanno facendo attualmente gli Stati e i diversi governi ma in quello che sono stati i nostri apprendimenti.

Per riflettere sulle lotte odierne, serve il concetto di dignità, che a suo tempo hanno lanciato gli zapatisti?

Per me la dignità è sempre il punto di partenza dell’autonomia politica e morale così come delle fessure che si imprimono nelle gabbie della paura e della diffidenza. Si potrebbe dire, a voler essere formali, che la dignità è sempre necessaria sebbene possa essere insufficiente nel dispiegarsi delle lotte per la trasformazione sociale politica. Il “che cos’altro è necessario?” costituisce, credo, il cuore del dibattito politico militante contemporaneo.

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