Fonte: sbilanciamoci
http://www.controlacrisi.org
09/10/2013 11:19

Dove vanno le primavere arabe

Antonio Cantaro, a cura di, Dove vanno le primavere arabe , Ediesse, Roma, 2013
Pankaj Mishra, The revolt against the West and the remaking of Asia , Allen Lane, Londra, 2013 

L’Afrique noire est mal partie , dichiarava in un suo saggio un noto studioso francese, René Dumont, nel 1962 ed allora aveva certamente ragione. Ma le cose cambiano con il tempo ed ora quel continente sembra aver trovato la strada dello sviluppo. Negli ultimi dieci anni si sono così registrati tassi annui di aumento nel Pil del continente intorno al 5,5 percento e nell’ultimo periodo il ritmo sta addirittura accelerando sino al 6-7 percento. L’andamento dell’economia appare persino sorprendente.

Certamente non mancano i problemi e le contraddizioni, anche gravi, in tale processo, ma esso sembra in ogni caso destinato a durare a lungo e a conquistare l’attenzione crescente del mondo. Tra l’altro, il continente registra una crescita demografica molto rilevante e si valuta che in pochi decenni la sua popolazione supererà quella di Cina ed India messe insieme.

Ma in tale quadro può apparire ancora più sorprendente dover registrare il fatto che i protagonisti di questo risveglio economico sono soprattutto i paesi dell’Africa sub-sahariana, mentre gli stati che si affacciano sul Mediterraneo, come del resto gran parte dei vicini paesi del Medio-Oriente, anch’essi interessati ai sommovimenti politici in atto, riescono a crescere di meno.

Eppure quest’area ha una popolazione mediamente più istruita, un livello di partenza per quanto riguarda dotazioni infrastrutturali, livelli di reddito pro-capite, sviluppo della società civile, storia di crescita economica, certamente superiori.

Indubbiamente un punto centrale del problema sta forse proprio qui. Si può registrare in effetti una crescente contraddizione, nei paesi ora interessati dalle agitazioni, tra l’evoluzione generale della società, a partire dalla crescita di una gioventù urbana sempre più istruita, consapevole e quantitativamente sempre più rilevante e la mediocrità e il sostanziale blocco dei destini politici, sociali ed economici cui essa sembra destinata, in preda, tra l’altro, almeno sino a ieri, a regimi dispotici ed, a tratti, sanguinari.

Sul tema di cosa stia effettivamente succedendo in quei paesi si stanno interrogando con attenzione governi, media, studiosi di varie discipline, le opinioni pubbliche di tanti paesi.

Alla questione è dedicato in particolare il testo appena pubblicato a cura di Antonio Cantaro ( Dove vanno le primavere arabe , Ediesse, Roma, 2013 ). Il volume inaugura una nuova collana delle edizioni Ediesse, diretta dallo stesso Cantaro, dal titolo Doxxi, domande per il XXI secolo , la cui ambizione è quella di guardare al mondo che ci circonda non somministrando certezze, ma cercando di pensare per domande; come scrive lo stesso autore, si tratta di interrogarsi sulla realtà con quella curiosità e quella sete di conoscenza che hanno di solito i bambini.

Come viene sottolineato nella presentazione al volume, noi non sappiamo nulla dei popoli che vivono dall’altra sponda del Mediterraneo, così come, più in generale, sappiamo molto poco dei popoli dell’Asia e dell’Africa che si stanno ora risvegliando a fondamentali sommovimenti economici, sociali e politici. Si tratta di un’ignoranza non più ammissibile.

A questo punto appare utile aprire una lunga parentesi. Riesce a colmare almeno una parte delle lacune delle nostre conoscenze del mondo emergente, in particolare della sua storia recente, anche un altro bel testo, uscito da qualche tempo, di Pankaj Mishra ( The revolt against the West and the remaking of Asia , Allen Lane, Londra, 2013 ).

Esso parte dal quadro della progressiva conquista occidentale del Medio Oriente e dell’Asia nei secoli scorsi; al cuore della sua analisi stanno le riflessioni di alcuni pensatori dei paesi soggiogati, a cavallo tra Ottocento e Novecento, in particolare di personalità come Jamal al-Din al-Afgani, Liang Quichao, Ali Shariati, Rabinandranath Tagore, ignoti alla maggior parte di noi, tranne Tagore, ma che hanno contribuito fortemente a forgiare quello che l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa Mediterranea sono oggi. Essi hanno in particolare pensato alle possibili vie da seguire per la rigenerazione delle loro stanche civiltà, che da una parte presentavano regimi politici ormai decrepiti, dall’altra si dovevano anche scontrare con la brutalità dell’occupazione occidentale, uscendone umiliate.

Alcune delle tematiche sollevate da tali pensatori nelle loro riflessioni sono ancora oggi molto attuali; si pensi soltanto agli interrogativi già di allora su come porsi nei confronti dell’Occidente, su quale ruolo assegnare all’Islam nel riscatto dei loro paesi, più in generale su quale bilanciamento ricercare tra modernità e tradizione, su quale rapporto istituire infine tra nazionalismo e panarabismo.

L’autore, alla fine, svolge delle meditazioni sulla situazione attuale. Egli riflette in particolare sul fatto che la primavera araba, o come altro si vogliono chiamare i movimenti in atto, con tutti i suoi problemi, ha comunque portato ad un risveglio importante delle masse popolari in Africa e nel Medio Oriente. A questo proposito, egli non si nasconde di temere che nuovi adepti del dispotismo nelle loro varianti locali, periodicamente cacciati via, continuino a ritornare sulla scena, sia pure in nuove incarnazioni. E cosa potrà succedere, si chiede Mishra, se le fondamenta sociali del dispotismo non saranno toccate e rimarranno al loro posto? Cosa può ancora accadere se l’intervento esterno e le debolezze interne cancelleranno i guadagni ottenuti dalle mobilitazioni di massa?

I problemi dell’Africa e del Medio Oriente, sottolinea pessimisticamente l’autore, rimangono altrettanto spaventosamente intransigenti come sempre. Egli sottolinea come essi siano per la gran parte quelli di al-Afgani.

I disordini in atto non ci devono far dimenticare come sia difficile per tali società, a volte molto differenziate al loro interno, trovare una loro identità politica, sociale e culturale senza fenomeni di violenza e disordine. L’autore sottolinea come la stessa Europa ebbe bisogno di centinaia di anni per sviluppare e mettere a punto il concetto di stato-nazione sovrano come prerequisito della modernità, per poi subito dopo cadere in due guerre mondiali ed in altre tragedie.

Ma torniamo al testo coordinato da Cantaro.

Esso consta di un’introduzione dello stesso studioso; di una parte molto analitica, dedicata alle specifiche situazioni dei vari paesi in ebollizione (Tunisia, Egitto, Libia, Siria, Yemen, Turchia), affidata a giovani ricercatori molto informati e che appaiono puntuali sui problemi dei vari stati; di un’altra parte concentrata infine su delle riflessioni di tipo più generale.

Non potendo riferire analiticamente su tutti i testi, ne ricordiamo solo alcuni.

Intanto, l’introduzione del curatore sottolinea tra l’altro la difficoltà di comprendere la natura dei sommovimenti in corso. Si oscilla in giro tra espressioni quali primavera araba , o invece inverno islamista , si parla anche di rivoluzioni democratiche e rivoluzioni della dignità civile. Dietro le varie rappresentazioni, ci ricorda l’autore, si nascondono ovviamente delle diverse visioni politiche del mondo.

Cantaro si interroga su quanto tali accadimenti possano rappresentare una rivoluzione di tipo politico e quanto invece di natura sociale - aspetto quest’ultimo a torto trascurato in genere nelle analisi-, quanto essi rappresentino un moto unitario del mondo arabo-musulmano e quanto invece facciano riferimento alle specificità nazionali.

Per l’autore, alla fine, gli esiti del processo sono imprevedibili e la verità delle primavere arabe è ancora da scrivere. Non servono a tale proposito ermeneutiche a senso unico, serve piuttosto un’ermeneutica del chiaroscuro, che sappia di volta in volta interpretare la specificità dei conflitti, la loro autonomia, il loro intreccio.

Viene comunque auspicato che uno dei più rilevanti compiti storici delle transizioni in corso possa diventare quello di tracciare una via islamica alla democrazia e una via democratica all’islam.

Su quest’ultimo tema si concentra il testo scritto da Luigi Alfieri. Esso parte dall’assunto che per capire quello che sta succedendo nel mondo arabo bisogna tornare a prendere sul serio la teologia politica e quindi il nesso tra religione e storia. La ragione per cui le rivoluzioni arabe non hanno potuto non essere rivoluzioni islamiche attiene in effetti alla fondamentale teologia politica dell’islam. Il solo principio di unificazione comunitaria è Dio, in quanto unico legislatore, unico giudice, unico sovrano, il che significa che l’Islam o è teocratico o non è . Ma questa dimensione teocratica non acquisisce necessariamente la terribile connotazione che ha da noi. Non sono mai esistiti in tutta la storia dell’Islam sovrani, ma neanche papi, per grazia di Dio. Non è mai esistita alcuna autorità umana che potesse pretendere di esprimere la volontà di Dio. Quindi nessuna sovranità umana è assoluta, nessuna è incontestabile. Per quale motivo allora la democrazia, si chiede Alfieri, non dovrebbe poter essere islamica? Alla fine, in un tale sistema, l’unico giudice possibile della volontà di Dio è il consenso dal basso. Il potere resta di Dio, ma il popolo è legittimato a esprimere un consenso ( o un dissenso) nei confronti delle forme umane del potere.

Non si vede, per altro verso, è sempre l’autore che parla, perché l’Islam dovrebbe cedere il passo alla nostra democrazia invece di essere il fondamento di una loro democrazia. Lasciamoli alla loro storia, che ha tutto il diritto di essere diversa dalla nostra.

Citiamo infine lo scritto di Maria Eleonora Guasconi, che concentra la sua attenzione sulle relazioni euro-mediterranee.

In questi ultimi due anni, afferma l’autrice, sono cresciuti i dubbi sulla capacità europea di riuscire a svolgere un ruolo da protagonista in questa area così vicina geograficamente e così importante per la stessa nostra stabilità e la nostra crescita economica. Le rivolte arabe hanno, tra l’altro, modificato le relazioni euro-mediterranee, scompaginando i paradigmi e le categorie con cui i governi erano abituati a guardare ai popoli della sponda sud mentre anche la crescente impopolarità dei regimi con cui i governi europei avevano collaborato a lungo ha messo a nudo i limiti e le contraddizioni dell’approccio europeo alla questione. Ne risulta un ruolo sempre più marginale svolto dalla stessa Europa in questa regione e la necessità invece di fare del Mediterraneo una priorità della politica estera del nostro continente.

I due volumi sopra ricordati si presentano come molto diversi tra di loro come approccio e come contenuti, ma ambedue appaiono in un momento molto opportuno. Essi, per vie certamente differenti, contribuiscono a farci comprendere alcuni aspetti di una realtà complessa che siamo sempre più obbligati a cercare di analizzare. E lo fanno con forse un maggior distacco di chi analizza un mondo lontano l’uno, con maggiore partecipazione, a tratti anche appassionata, l’altro.

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