El País
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21/07/13

Voci laiche nell’Islam
di Houda Louassini.
Traduzione di Alessandra Cimarosti.

L’attivista egiziana Nawal Saadawi, riferendosi agli islamisti radicali, afferma che è molto difficile intavolare un dialogo con chi parla in nome di Dio, quando una persona sta parlando in nome dell’Uomo.

Effettivamente credo, risulta impari parlare in nome dei diritti umani, delle libertà individuali, del rispetto nei confronti degli altri, con degli interlocutori che si elevano a portavoce di Dio. I difensori della laicità sono dei poveri esseri fallibili. La loro parola è poco importante dinnanzi agli occhi degli apostoli della “Verità assoluta”, gli islamisti.

Senza dubbio, nessuno ha l’esclusiva riguardo alla parola di Dio, tutti i discorsi sono interpretazioni del messaggio divino, e quanti più lettori ci sono, tante più letture saranno possibili e nessuna avrà la supremazia perché tutte devono essere valide. Nell’Islam, solo gli ulema hanno il diritto di interpretare i testi sacri e pertanto le spiegazioni, i commenti dipenderanno dal libero arbitrio di ogni ulema.

Ogni giorno ci porta un carico di notizie violente riguardanti l’Islam. Noi musulmani siamo assediati da parte dei mezzi di comunicazione che ci ricordano a colpi di cronaca che l’Islam è violento. Ultimamente, abbiamo assistito a varie azioni dei cosiddetti “lupi solitari”, nell’attentato di Boston, quello di Londra o quello di Parigi; sono esempi di questo nuovo modus operandi. Ad ogni attentato, noi musulmani ci sentiamo aggrediti: tanta irrazionalità nel nome dell’Islam ci fa vergognare, ci mette in imbarazzo. I terroristi ci investono e l’opinione pubblica occidentale ci mette tutti nello stesso sacco, con una visione riduzionista. Gli estremisti di qualsiasi ideologia o religione possono essere violenti, non sono esclusivi dell’Islam.

Tuttavia, come musulmana mi chiedo: “Da dove si ispirano gli islamisti radicali?” Indagando, mi rendo conto che nei testi sacri c’è pascolo per tutte le pecore, anche per quelle più sbagliata e disturbate.

L’eccellente documentario di Frédéric Brunnquell e dell’arabista francese Gilles Kepel traccia un illuminante nesso tra i Fratelli Musulmani e gli altri movimenti islamisti: dalla rivoluzione iraniana fino al movimento terrorista di Al-Qaeda. Il punto cardine del pensiero di Qutb, l’ideologo dei Fratelli Musulmani è il dovere del Jihad per tutti i musulmani. L’obbligo di condurre una crociata contro l’Occidente che è in declino, col fine di purificarlo e dirigerlo verso il cammino della verità.

I Fratelli Musulmani nacquero in Egitto all’inizio del XX secolo e si diffusero negli altri paesi arabi e musulmani, a volte con ramificazioni distinte, anche se tutte appartenenti allo stesso albero. I suoi eredi naturali sono quelli che si sono appropriati della primavera araba e che hanno vinto le elezioni in Egitto (anche se ora un colpo di Stato legittimo pretende di mandarli a casa), in Tunisia e più discretamente in Marocco.

Da ciò si evince che questi movimenti sono in crescita; mantengono un discorso “moderato”, però, in confidenza, confessano le proprie vere convinzioni e si rinchiudono in un labirinto di un incubo surrealista: parlano del Grande Califfato islamico, del prossimo dominio dell’Islam sull’universo, non solo sulla terra.

Quando vogliamo allontanare l’ombra violenta che perseguita l’Islam, ci nascondiamo dietro al pensiero sufi, seguito da numerose famiglie marocchine e ci aggrappiamo ai suoi messaggi di amore, pace e apertura verso gli altri. Però questo Islam non piace ai paladini dei movimenti islamisti che portano avanti decenni di crociate contro il sufismo, condannando le pratiche delle confraternite e i precetti dei pensatori sufi. Non si preoccupano di schiacciare i valori ancestrali della nostra società marocchina. Si attaccano le libertà individuali, sostenendo che sono un lascito della colonizzazione occidentale.

Gli islamisti continuano ad avanzare e gli oppositori musulmani li aiutano con la propria ambiguità e il proprio silenzio, perché pensano che criticarli significa attaccare i valori sacri della nostra società e hanno paura di essere trasformati in traditori. Cadono nella trappola tesa dai propri radicali. A queste persone si dovrebbe ricordare che il Marocco esisteva prima dell’arrivo dell’Islam. Per millenni, molte civiltà lo hanno attraversato, lasciando le proprie orme. Il popolo amazigh, originario del nord Africa, non è stato di certo ad aspettare gli arabi per mettere su la propria identità. Inoltre ci sono i marocchini ebrei, i marocchini atei che comunque sono molto discreti quando devono rivelare le proprie convinzioni, per timore dell’ascia dell’apostasia.

I radicali sono soliti attaccare i difensori della laicità, tirando in ballo le influenze dell’Occidente. Senza dubbio, l’Occidente ha ricevuto con le braccia aperte il lascito dei pensatori musulmani, pionieri della corrente razionalista, come Averroè o Ibn Khaldun. Il mondo musulmano, nella sua grande diversità, ha permesso che fiorissero nel proprio seno saggi, filosofi, scienziati, letterati sostenitori della ragione, fino a che la decadenza culturale, il declino, il fanatismo islamico (in molte fasi storiche) hanno finito per batterli.

I difensori di un Marocco laico sono sempre di più, anche se continuano ad essere una minoranza, a causa dell’analfabetismo di una grande parte del popolo che confonde la laicità con l’ateismo. I movimenti laici hanno la grande responsabilità di dover annullare questa confusione che favorisce il diffondersi dell’ideologia dominante. Il primo lavoro è pedagogico: spiegare al popolo il vero significato della secolarizzazione dello Stato.

C’è una corrente che difende la laicità dal punto di vista musulmano, come ad esempio il teologo egiziano Ali Abderraziq che assicura che “Niente ( nell’Islam) impedisce ai musulmani di edificare il proprio Stato e il proprio sistema di Governo seguendo le ultime creazioni della ragione umana” e aggiunge “cercheremo invano un’indicazione nel Corano, implicita o esplicita, che possa appoggiare la tesi dei sostenitori del carattere politico della religione musulmana”.

Altro teologo, più contemporaneo, il tunisino Mohamed Talbi sostiene la laicità citando i versetti del Corano e dimostrando che, ai tempi del profeta, il Governo era laico. L’Islam politico sarebbe apparso dopo la morte del profeta, come risultato delle lotte per il potere tra fazioni opposte, e ciò avrebbe ribaltato il messaggio del profeta.

I difensori della laicità sono frutto delle proprie società. Nessuno impedisce di apprendere dagli altri. “Andate alla ricerca della conoscenza anche se dovete arrivare in Cina” disse il profeta. L’identità culturale non traballa impregnandosi dell’altro, al contrario, la cristallizza e la arricchisce.

La laicità potrebbe diventare un valore aggiunto per l’Islam, preservandolo dagli estremisti e dai violenti. La secolarizzazione dello Stato è il baluardo che potrebbe proteggere tutti i musulmani e i non musulmani dalle pecorelle smarrite.

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