http://www.epochtimes.it/
09.12.2013

Come i censori dell'internet cinese producono messaggi virali
di Joshua Philipp

Di recente sulla rete cinese si è diffuso in modo virale un post online pieno di richiami al patriottismo che esortava i cinesi a guardarsi dai poteri occidentali anti-Cina.

Il post intitolato 'Non sei nessuno senza la patria' è diventato virale mentre la Cina era impegnata in dispute territoriali, in particolare nel Mar Cinese Orientale dove il 23 novembre il regime ha istituito una zona di difesa aerea sopra le acque internazionali. Il post definisce gli Stati Uniti dei cospiratori che tentano di rovesciare la leadership cinese, esorta il popolo cinese a sostenere la politica del regime e difende il nuovo leader di Partito Xi Jinping.

Diversi media cinesi, fra cui il Pla Daily e il Guangming Daily, hanno trasmesso dei commenti sul post, alimentando la sua popolarità nelle discussioni online.

Gli utenti della rete hanno fatto molti commenti di derisione. Un utente ha schernito il titolo scrivendo 'Gli schiavi non hanno patria'. Un altro ha messo in dubbio la legittimità del regime cinese commentando: «Perché non dicono che, dopo il caos, [la Cina, ndt] sarà come il Taiwan» — Taiwan è una democrazia priva di repressione politica e priva di tutti i mali che affliggono la Cina continentale.

Il portavoce del regime Xinhua non ne è rimasto turbato, ma ha lodato l’articolo per «aver ottenuto l’approvazione e la simpatia degli utenti della rete».

In un Paese in cui internet è pesantemente censurato e i media sono controllati dallo Stato, ‘virale’ non è ciò che sembrerebbe essere.

I media cinesi ricevono direttive su ciò che devono coprire, come devono coprirlo e cosa non devono coprire. Una direttiva di questo tipo è trapelata al pubblico quando il 28 ottobre in Piazza Tiananmen una macchina si è schiantata contro una folla di persone facendo scoppiare un incendio. Ai media cinesi era stato raccomandato di «sminuire l’accaduto; non speculare su di esso… e rafforzare la gestione degli account di Weibo [sito di microblogging cinese simile a Twitter, ndt] di tutti i media e del personale dei media».

Le discussioni online sono controllate anche attraverso le direttive di celebrità e di persone influenti nella società cinese.

A marzo le autorità hanno tentato di allestire una campagna animata da alcune celebrità nell’ambito del blog cinese Sina Weibo per attaccare Apple e Volkswagen. Il tentativo è fallito quando Peter Ho, una star del cinema di Hong Kong, ha scritto: «Non posso credere che Apple stia usando così tanti trucchi sporchi nel servizio clienti», pubblicando inavvertitamente la direttiva che diceva: «Da inviare alle 18:20 circa».

Poi c’è la Brigata dei 50 centesimi, cioè dei commentatori della rete assunti dal Partito Comunista Cinese per plasmare le discussioni online. Diffondono la propaganda del regime attaccando verbalmente coloro che si oppongono. Il loro nome si riferisce al loro guadagno: ottengono 50 centesimi di yuan (0,6 euro circa) per ciascun post.

INTERNET DIFFERENTE

In Occidente di solito un contenuto diventa virale in questi due modi. Può ottenere l’attenzione di un utente attraverso un social media nel momento in cui una persona lo condivide, oppure mette un ‘mi piace’ o lo ritwitta. Anche la copertura mediatica può far diventare un contenuto virale: diversi media se ne occupano e più persone ne discutono sui social media.

Il modo in cui un contenuto diventa virale in Cina è nettamente diverso. Contenuti mirati diventano virali se il Partito lo ordina e paga celebrità e commentatori per metterlo in evidenza.

D'altronde il dilagare di contenuti sgraditi viene bloccato dalla censura cinese e dall’autocensura degli utenti cinesi ottenuta attraverso un clima di terrore.

Malgrado ciò, mentre la rete è pesantemente censurata, offre anche ai blogger cinesi la possibilità di mostrare informazioni al di fuori delle linee imposte dai censori del regime.

«Non è tutto bianco o nero», ha detto in un’intervista telefonica Sarah Cook, analista di ricerca senior dell’Asia orientale per Freedom House.

«Il modo in cui la gente usa internet è molto diverso – ha detto la Cook, riferendosi alla Cina – Ci sono molte persone che si servono dei blog in sostituzione ai media perché non credono ai media principali».

«Si ottiene questo effetto quando le persone sono molto più attive su queste piattaforme dei social network rispetto a società libere», ha spiegato.

Ci sono più di 500 milioni di utenti di internet cinesi. Fra i 200 e i 300 milioni di questi utenti sono anche microblogger e questa armata di blogger può spesso far nascere una discussione su un argomento che altrimenti non sarebbe disponibile nell’ambiente della rigida censura cinese.

Cook ha fatto riferimento a una lettera scritta il 2 dicembre da Wang Qinglei, un ex produttore di Cctv, un media di Stato cinese. La lettera critica la rigida censura dei media in Cina dichiarando: «Le voci che speriamo di trasmettere e gli atteggiamenti che speriamo di esprimere sono state messe a tacere ancora e ancora».

La lettera di Wang è stata rapidamente cancellata dalla censura, tuttavia i blogger cinesi l’hanno riportata in vita postandola di nuovo. Infine la lettera è stata ripresa anche dai media occidentali.

La definizione della diffusione virale di un post in Cina è molto diversa. Nei Paesi occidentali un contenuto che ottiene 30 mila visualizzazioni online può essere considerato virale. In Cina, a causa del vasto numero di blogger e dell’ampio utilizzo di blog come fonti di notizie incensurate, 30 mila visualizzazioni non sono molte.

Le autorità cinesi sono ben informate su come il post di un blog possa decollare. Una nuova legge per prevenire la ‘fuga di notizie’ prevede la condanna di un blogger a tre anni di carcere se un post sgradito alle autorità viene postato più di 500 volte o viene visualizzato almeno da cinquemila persone.

Cook ha detto che la nuova legge «ha un effetto spaventoso» che sta allo stesso modo interessando quali notizie si diffondono.

«Le persone che hanno un ampio numero di follower hanno paura di postare notizie che potrebbero essere sensibili», ha affermato e questo alimenta la capacità del regime di controllare le notizie che diventano popolari.

top