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18 marzo 2013

E il croupier disse: «Benvenuti in banca»
di Alberto Zoratti

Nella roulette il banco ha sempre un vantaggio. Anche la banca

Premessa scritta da Alberto Zoratti per la ricerca «Le banche o la vita» fatta insieme al Centro nuovo modello di sviluppo (con il contributo di Banca etica). In questa pagina è possibile scarire la ricerca in PDF: http://www.cnms.it/node/154

«Banca: [bàn-ca] s.f. (pl. -che). Istituto finanziario pubblico o privato, che si pone come intermediario tra risparmiatori e produttori raccogliendo denaro e concedendo prestiti a interesse». Questo, in poche ma chiare righe, il significato del termine «banca» secondo il dizionario della lingua italiana Sabatini-Coletti. La banca, secondo la teoria economica, è innanzitutto un intermediario tra risparmiatori e produttori, più semplicemente «tra chi ha finanze da investire, ma non ha idee» e «chi ha creatività da spendere, ma pochi soldi». L’incontro tra questi due soggetti sta alla base della «finanza sana», quella che permette al denaro di svolgere il proprio ruolo di investimento produttivo e possibilmente di produzione di ricchezza a vantaggio di tutta la collettività. Ma è davvero così?

Questa ricerca («Le banche o la vita») tenta di rispondere a questa domanda. Più in particolare se e quanto il sistema bancario italiano sia orientato ad investimenti al servizio dell’economia reale, o piuttosto ad attività speculative messe in atto col proposito di arricchire i propri azionisti e la propria dirigenza attraverso il raggiro dei clienti e la pratica della scommessa.

Dalla ricerca, che si articola lungo tre snodi (evoluzione del sistema bancario; analisi delle strategie bancarie, studio di tre colossi italiani – UniCredit, Intesa Sanpaolo, Cassa Depositi e Prestiti-), emerge che ci stiamo allontanando dalla vecchia idea di banca che svolge attività di intermediazione al servizio dell’economia reale. Il percorso storico che ha accompagnato lo sviluppo del settore del credito e, soprattutto, le trasformazioni profonde che questo ha subito nel corso del novecento ed in particolare negli ultimi decenni del «secolo breve» ci hanno messo di fronte ad uno scenario completamente cambiato, in cui le istituzioni bancarie, ed i soggetti a loro collegati, svolgono il ruolo di attori centrali della finanza con fini che molte volte si sganciano dalle esigenze reali della comunità che dovrebbero servire.

La crisi del 1929 mise le basi per un maggior controllo e monitoraggio dell’attività bancaria e finanziaria nel suo insieme. Il caos che derivò dalla crisi di Wall Street impose una revisione delle norme che regolavano il sistema finanziario. Uno dei cambiamenti più sostanziali fu l’approvazione da parte del Congresso degli Stati uniti del Glass-Steagall Act nel 1933, che impose una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. Le due attività non potevano essere esercitate dallo stesso soggetto, introducendo la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Fu un atto politico, ma anche simbolico, perché sottintendeva come il mercato ed i suoi agenti economici non fossero in grado di autoregolarsi ed autogestirsi se non a rischio di pericolosi sbilanciamenti. In quel momento, simbolicamente, la società riprendeva il controllo dell’economia.

Ma la memoria storica è breve tanto o forse di più del secolo appena trascorso. Sono bastati settant’anni e l’avvento del pensiero neoliberista rimescola le carte in tavola. Sarà il 1999 quando Bill Clinton promulgò il Gramm-Leach-Bliley Act, che permise nuovamente le attività miste di credito ed investimento. Ritorna il tempo delle fusioni (in quegli anni nasce Citigroup dalla fusione tra la banca Citicorp e il gruppo assicurativo Travelers) e saranno proprio questi nuovi colossi i protagonisti principali delle crisi del nuovo millennio. Poco dopo, nel 2000, sempre sotto l’amministrazione Clinton, si darà il via libera alla deregolamentazione dei derivati finanziari, in particolare sul mercato delle materie prime, le così dette commodities. Due tappe, tra le tante, che porranno le basi per l’ultima, devastante crisi economico-finanziaria che, ancora oggi, sta colpendo pesantemente i diritti sociali in tutto il mondo.

Un percorso di progressiva deregolamentazione ma anche di messa a punto di nuove strategie finanziarie finalizzate al profitto mordi e fuggi tipico dei contratti derivati molto simili a scommesse. E siccome l’appetito vien mangiando l’azzardo si è fatto sempre più marcato sia in termini qualitativi che quantitativi. Qualitativi perché si è investito in operazioni sempre più opache e rischiose. Quantitativi perché si è impegnato molto più denaro di quello raccolto sotto forma di capitale sociale o di depositi di lunga durata. Un fenomeno che in gergo bancario va sotto il nome di effetto leva o leverage, ma che nel linguaggio di tutti i giorni si può ben definire tasso di indebitamento. E quando ci si indebita per scommettere su eventi dall’esito totalmente imprevedibile, è come fare dipendere il proprio fallimento dal gioco della roulette.

Del resto le fonti di finanziamento a disposizione delle banche si sono espanse a dismisura con la nascita del così detto shadow banking, alla lettera sistema bancario ombra, costituito da fondi che raccolgono risparmi collettivi con la promessa di farli fruttare il più possibile. Un sistema che secondo il Financial Stability Board gestisce titoli e contratti per un valore nominale di 67mila miliardi di dollari, una cifra più alta del Prodotto lordo mondiale.

Parallelamente il mercato dei derivati finanziari ha raggiunto, secondo le stime della Banca dei regolamenti internazionali, il valore nozionale di sfiora i 700mila miliardi di dollari, una cifra 10 volte superiore al Prodotto lordo mondiale.

Rispetto allo scenario mondiale, e più specificamente europeo, le banche italiane hanno tenuto un atteggiamento più prudente, dettato più da una preoccupazione di stabilità economica e quindi di profittabilità di lungo periodo, che da una convinzione alternativa del ruolo del credito. Le banche classiche prese in considerazione in questa ricerca – Banca Intesa e Unicredit – si sono esposte sul mercato dei derivati in maniera meno pesante delle loro concorrenti europee, ma non per questo in maniera sempre corretta. Nell’affannosa ricerca di maggiori profitti, si sono lasciate andare a comportamenti in alcuni casi contrari alla legge, che le hanno portate in tribunale. Neanche la Cassa Depositi e Prestiti brilla per correttezza nonostante la sua matrice pubblica. Tant’è basa la propria raccolta sui depositi postali, ha come scopo dichiarato lo sviluppo del Paese, appartiene per il 70 per cento al ministero dell’Economia e delle Finanze. Segno che se non cambia il sentire della società, non cambia neanche l’economia.

 

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