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04/03/2013

Cosa succede in Portogallo
di Wu Ming

Abbiamo chiesto a Paolo La Valle, un compagno di Bartleby che ultimamente ha frequentato in modo intenso la penisola iberica, di contestualizzare e raccontare la manifestazione che ha avuto luogo due giorni fa in tutte le città del Portogallo. Leggendo il suo racconto emergono svariate similitudini e differenze con quanto sta accadendo in Italia. Le differenze ci sembrano più evidenti: sia sul piano elettorale, sia su quello dei movimenti. Ad esempio è alquanto significativo che nelle piazze portoghesi si gridi uno slogan internazionalista, inneggiante all'estensione della lotta a tutti i PIGS… e che dall'elenco sia esclusa proprio l'Italia. Buona lettura

1. Grandola, terra della fratellanza

«Grândola, vila morena / Terra da fraternidade / O povo é quem mais ordena / Dentro de ti, ó cidade.» José Afonso, Grândola, vila morena

E’ appena scoccata la mezzanotte del 25 aprile 1974, quando dalle onde di Radio Renascença , viene trasmessa Grândola, vila morena , una canzone scritta e interpretata da José Afonso. Viste le parole di libertà e uguaglianza che ricorrono nella canzone, visto anche il fatto che la canzone è dedicata ad un’associazione operaia che è stata repressa dalle forze dalla polizia di Salazar, trasmettere la canzone è proibito dal regime che da oltre cinquant’anni domina sul Portogallo e sulle sue colonie. Il 25 aprile 1974 è il giorno in cui si pone fine a questo dominio.

La note di Grândola sono in realtà un segnale concordato che in tutto il paese dà inizio alle operazioni militari: nel giro di poche ore il Movimento de Forças Armadas prende il controllo del paese presentando un programma che prevede l’annullamento della censura, la libertà di associazione e l’elezione di una nuova assemblea costituente.

A Lisbona la popolazione si unisce ai militari, marciando nelle strade e arrivando a circondare il palazzo in cui ha sede la polizia politica. Il colpo di stato diventa una festa popolare di liberazione, una fioraia regala fiori alle truppe per salutare il loro arrivo. Questi fiori daranno il nome all’evento di quella giornata. L’espressione «Rivoluzione dei garofani» non rende l’idea degli anni di guerra contro i movimenti di indipendenza delle colonie (specialmente in Angola e Mozambico) che sfiancarono l’esercito portoghese portandolo a ribellarsi contro il regime. Né rende fede al complicato (e, in alcuni casi, sanguinoso) processo che seguì quel 25 aprile. Ma quell’evento segna un cambiamento epocale per il Portogallo che di lì a poco avrà una nuova Costituzione e abbandonerà l’impero coloniale che dura da centinaia di anni. L’identità del paese è destinata a cambiare radicalmente.

Quarant’anni dopo sono ancora tante le persone che hanno vissuto in prima persona quel 25 aprile, tante quelle che ricordano la repressione della polizia politica, tante quelle che hanno vissuto la guerra nelle colonie. Sebbene in Portogallo esista un problema di trasmissione della memoria storica fra le varie generazioni (si consiglia la lettura di Pais de Abril, Filhos de Novembro – Memória do 25 de Abril, di Tiago Matos Silva), gli elementi simbolici di quella giornata sono ancora molto presenti nell’immaginario dei portoghesi: sui muri dell’Universidade Nova di Lisbona ci sono dei disegni che richiamano le lotte universitarie e invocano una «escola de Abril», mentre i garofani appaiono ovunque come simboli della libertà.

Sabato 2 marzo 2013, una manifestazione contro la Troika e l’austerità raduna nelle strade di tutto il paese un milione e mezzo di persone, su un totale di dieci milioni di abitanti. Alle 18:30 in tutte le piazze risuona la stessa canzone, Grândola, vila morena. Era già successo, nelle manifestazioni precedenti, che la canzone venisse intonata a più riprese. Tuttavia l’evento che caratterizza la manifestazione di sabato è proprio il canto della canzone, che ha unito l’intero paese, fino ad arrivare addirittura all’estero: diversi portoghesi sono andati sotto le ambasciate portoghesi di tutta Europa.

I video che provengono dal Portogallo sono a dir poco toccanti : adolescenti, ventenni, genitori, compresi uomini e donne che hanno vissuto quel lontano 25 aprile, intonano l’inno ad alta voce ricordando al mondo e soprattutto alla classe politica che specula sulle loro (e nostre) vite che «o povo é quem mais ordena». È il popolo che più comanda.

2. Prolegomeno

«Eles comem tudo e não deixam nada.» José Afonso, Os Vampiros

Queste manifestazioni moltitudinarie non sono nuove in Portogallo, già nel marzo 2011 centinaia di migliaia di persone protestavano contro la crisi economica che stava maturando.

All’epoca il governo era presieduto dalla coalizione del centro-sinistra guidata da José Socrates, eletto per la prima volta nel 2005 e successivamente rieletto nel 2009. Il suo partito (il Partido Socialista) era a capo della maggioranza con il 36% dei consensi, che andava ad unirsi ad un 10% del Bloco de Esquerda e all’8% portato dal Partido Comunista. Una coalizione solida che perse il controllo del parlamento proprio a causa delle misure di austerità.

Nelle elezioni successive, la destra di Passos Coelho conquistò una maggioranza netta, mentre il centro-sinistra crollò, con l’eccezione del partito comunista, che mantenne all’incirca la stessa percentuale di due anni prima.

A non cambiare fu il quadro economico: le misure di austerità, dettate dall’FMI e dalla BCE, rimasero e si inasprirono. Le manifestazioni continuarono. Le proteste erano caratterizzate inizialmente dalla presenza della cosiddetta Geração a Rasca, a generazione dei venti-trentenni senza garanzie, disoccupati, precari, stagisti, intermittenti che viene ormai data per persa. Di manifestazione in manifestazione la forbice generazionale si allargò.

Dopo il marzo 2011 fu il tempo della grande manifestazione internazionale 15 ottobre 2011, (il giorno della global revolution), e poi ancora nel marzo 2012. A partire da queste iniziative iniziò a organizzarsi un comitato che ha come nome lo slogan “Que se lixe a troika”, Al diavolo la Troika.

Il comitato non ha leader, né rappresentanti. Il movimento si organizza principalmente via web e mediante iniziative autoconvocate (come quella nella foto) che condividono lo stesso slogan e le stesse parole d’ordine. A partire da questi elementi vengono prodotti tutti i materiali comunicativi (murales, volantini, eventi facebook, ecc.). Non c’è alcun controllo da parte del comitato sulle iniziative di chi aderisce. E ciò vale anche per le manifestazioni di massa, in cui il percorso e le modalità vengono sì stabilite a priori, ma possono mutare nel corso della giornata, come avvenuto in alcune delle ultime manifestazioni a Lisbona, dove, alla fine del percorso previsto dalla manifestazione, alcuni cortei spontanei (anche molto numerosi) sono andati a circondare le sedi Parlamento.

Si arriva alla storia recente: il 15 settembre 2012, sotto lo slogan “Que se lixe a troika” un milione di persone marcia nelle piazze di tutto il Portogallo.

Sull’onda di questa manifestazione, la CGTP, il più importante sindacato portoghese, organizza, due settimane dopo, un’altra convocatoria, a Lisbona. La piazza di Terreiro do Paço si riempie e dal palco si lancia un grande sciopero generale. La data non viene ufficializzata immediatamente, ma, così come per il15 ottobre 2011, l’occasione arriva ancora una volta dalla Spagna dove i sindacati hanno già convocato uno sciopero per il 14 novembre a cui il movimento #15M ha prontamente aderito con lo slogan «Toma la Huelga!».

Il 14 novembre l’intera penisola iberica si blocca: i movimenti di Spagna e Portogallo parlano, per una volta, la stessa lingua.

Anche in Italia viene indetto uno sciopero a cui i movimenti aderiscono. Ma dalla giornata non emergono né quella continuità, né quell’unitarietà che invece caratterizzano le piazze portoghesi e spagnole.

3. Falsa democrazia

«Mau tempo para votar.» José Saramago, Ensayo sobre a Lucidez

Passos Coelho è ancora primo ministro del Portogallo, nonostante le numerose manifestazioni. Ad ogni manifestazione ci si ostina a chiedere a gran voce le sue dimissioni, eppure non si arriva mai al punto in cui il Primo Ministro è costretto a cedere. È lecito supporre che ciò avvenga anche (e non solo) perché se pure il governo di centro-destra dovesse cadere, il centro-sinistra ha già dimostrato che le misure contro la crisi che si vogliono adottare sono quelle ispirate al neoliberismo che ha generato la crisi.

Dagli slogan che utilizza, il movimento portoghese sembra aver percepito (come anche quello spagnolo) che oltre l’inadeguatezza di Passos Coelho (spesso raffigurato come un ladro, o con le manette e la maglia a strisce dei detenuti) ci sono questioni che vanno ben al di là delle decisioni del proprio primo ministro: «Fora de aquí o Banco Central e o FMI», fuori di qui la Banca Centrale e l’FMI; «Grecia, Irlanda, Espanha e Portugal, a nossa luta é internacional». Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo, la nostra lotta è internazionale. Così si canta nelle piazze portoghesi.

Il movimento sembra aver ben presente che la democrazia è «sequestrata, condizionata, amputata». Pochi giorni prima della manifestazione il comitato «Que se lixe a troika» ha pubblicato un testo (letto in tutte le città durante la manifestazione) in cui si pone una cesura che non si riferisce solo al governo in carica, ma ai «diversi governi della troika». Ciò avviene in un contesto in cui i partiti di centro-sinistra sembrano fare orecchio da mercante, reclamando a gran voce una nuova chiamata alle elezioni, proponendosi come l’alternativa al governo dell’austerità.

Nelle diverse manifestazioni c’è anche un altro elemento ambiguo: come il collettivo Passapalavra aveva già rivelato dopo la manifestazione del 15 settembre, accanto agli slogan sopra citati, in piazza viene intonato con frequenza l’inno nazionale portoghese (i cui versi glorificano l’impero coloniale portoghese). Accanto a questo è d’obbligo registrare la forte presenza di bandiere del Portogallo che, in un paese dove la presenza della popolazione proveniente dalle ex colonie è molto forte, può essere molto escludente. Si tratta di un germe di chiusura che fa da contrappunto alla grande apertura alle lotte europee che il movimento sta dimostrando. Tuttavia il problema del ritorno al proprio recinto, l’illusione di salvarsi chiudendosi a riccio, è presente, in Portogallo come altrove.

Una questione che con tutta probabilità arriveremo a porci anche in Italia, forse prima di quanto pensiamo.

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