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Mercoledì 21 Agosto 2013 23:44

La vendetta di Obama: Bradley Manning condannato a 35 anni

È questo il prezzo che Bradley Manning dovrà pagare per aver diffuso il video “Collateral Murder” e 750000 documenti riservati dell'esercito statunitense. Ma la vittoria della Casa Bianca nella guerra ai leaks sembra più lontana che mai. E l'immagine di Obama va in pezzi.

Sono le 10.18 a Fort Meade, Maryland, quando il martello del giudice Denise Lind si abbatte sul destino di Bradley Manning. Trentacinque anni. Tanti ne dovrà trascorrere, sepolto tra le mura di una prigione, l'informatore di Wikileaks, colpevole di aver consegnato all'organizzazione di Julian Assange 250000 cablo diplomatici ed oltre mezzo milione di dossier militari segreti che contenevano le prove delle atrocità perpetrate dagli Stati Uniti in Iraq ed Afghanistan. Un verdetto accolto in lacrime da David Coombs, avvocato di Manning, che durante una conferenza stampa in serata dichiarerà come questa pena sia la più pesante mai comminata ad un suo cliente: in passato a nessun altro dei suoi assistiti, neanche a soldati macchiatisi dell'omicidio di civili inermi, era mai stato inflitto un trattamento altrettanto duro.

Dal cuore dell'impero – Fort Meade è infatti il quartier generale dell'NSA – la sentenza fa il giro della rete in un lampo. E provoca reazioni durissime. Pochi minuti prima della sua lettura si scatena in rete un tweetstorm veicolato dall'hastag #BecauseofBradleyManning che raccoglie iniziative di solidarietà nei confronti del soldato statunitense: si propagherà fino a tarda notte entrando nei trending topics globali. Amnesty International si appella ad Obama perché la pena di Manning sia commutata e venga fatta luce sui crimini da lui rivelati. Il Center for Constitutional Rights, storica organizzazione sorta negli anni '60 per la difesa dei diritti civili, si dichiara «indignata» per il ricorso all'Espionage Act – una legge del 1917 considerata «arcaica e screditata» – pur di raggiungere una condanna. L'ACLU (American Civil Liberty Union) denuncia la sproporzione della sentenza rispetto a quelle emesse contro chi si rende protagonista di crimini di guerra. Ad usare i toni più duri però è Gleen Greenwald, giornalista del Guardian, che dal suo account twitter scrive «Obama admin: we aggressively prosecute those who expose war crimes, and diligently protect those who commit them». Parole queste che rispecchiano un sentiment trasversalmente diffuso in rete e che accomuna in modo unanime giornalisti, Anonymous, organizzazioni per i diritti civili, attivisti e semplici cittadini.

A dispetto di tanto sdegno però, la durezza con cui la corte ha condannato Manning era tutto fuorché inaspettata. Il procuratore militare Joe Morrow l'aveva preannunciata chiaramente due giorni fa quando aveva dichiarato che il tribunale era chiamato ad «inviare un messaggio a qualunque altro soldato che riferisca in pubblico informazioni riservate. Se si tradisce il proprio paese» aveva aggiunto «non ci si merita alcuna pietà da parte della legge». Parole che racchiudono la cifra della sentenza Manning: non solo una vendetta terribile impartita al soldatino di Crescent (piccola cittadina dell'Okhlaoma da cui proviene l'ex analista dell'intelligence) che con il suo gesto ha ridicolizzato il Leviatano, ne ha mostrato gli scheletri nell'armadio e l'ha fatto apparire vulnerabile, a tratti impotente, di fronte ad un pugno di hacker ed attivisti armati solo del loro laptop. Proprio a loro infatti è rivolta questa sentenza: una punizione esemplare, monito e minaccia per quanti volessero seguire le orme tracciate da Manning sul sentiero del whistleblowing.

Secondo Kevin Gosztola, autorevole reporter ed autore del libro Truth & Consequences: The US vs. Bradley Manning , il verdetto di ieri ha segnato un altro punto a favore della Casa Bianca nella sua «aggressiva guerra contro i leaks». Eppure nonostante l'accurata strategia con cui questa guerra è stata predisposta – non ultima la martellante campagna mediatica lanciata quest'inverno dall'amministrazione Obama sulla cybersicurezza – essa non sembra essere stata in grado di centrare gli obbiettivi designati. Al contrario, sostiene Wikileaks in un comunicato diffuso in serata, «ha clamorosamente fallito, come gli ultimi mesi» e l'affaire Snowden «hanno dimostrato».

Quel che è certo è che, specchiandosi nella sentenza emanata ieri, l'America di Barack Obama non potrà che inorridire, guardando la propria immagine, deforme e grottesca, ridotta ormai a una caricatura di se stessa. Dell'America del change, dell'intenzione di mettere fine alla barbarie di Guantanamo, della voglia di voltare pagina dopo gli 8 anni terribili dell'era Bush, non rimangono che gli slogan sui manifesti elettorali sbiaditi. Lo testimonia la dignità composta di un ragazzo di 25 anni condannato a scontarne 35 per aver denunciato al mondo gli orrori di una guerra fatta per il petrolio. Lo dimostrano i mille giorni da lui espiati in condizioni detentive prossime alla tortura, in attesa di un processo iniquo, celebrato a porte chiuse e avvolto dalla cortina del segreto militare.

L'America del 2008, attraversata dalla speranza, incalzata dai movimenti sociali e dal risveglio della cosiddetta società civile, sembra oggi aver lasciato il passo a quella dei droni e degli omicidi mirati, di Trayvon Martin e di PRISM. Un paese che #BecauseofBradleyManning sta scoprendo che la libertà d'espressione ed il primo emendamento contano meno delle ragioni del dollaro e dei giganti della Silicon Valley. Che trasparenza non è sinonimo di open governement ma di sorveglianza totale sui cittadini. Che il giornalismo indipendente è un nemico da combattere con una guerra fatta a suon di intimidazioni mafiose e iniziative neo maccartiste (vedi il caso Miranda).

Un paese che, leak dopo leak, sta scoprendo che la democrazia come sistema politico ha fallito.

#FREEBRADLEYMANNING

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