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Tg Valle Susa
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5 novembre 2013

Tav/Da oggi cantieri senza più norme anti mafia
di Massimo Bonato

Ratificato dal parlamento francese il disegno di legge che esproprierà l’Italia del suo ordinamento giuridico dei cantieri Tav. Riceviamo da “Tg Valle Susa” e pubblichiamo.

Giovedì 31 ottobre i deputati dell’Assemblea Nazionale francese hanno approvato il disegno di legge presentato dal ministero degli Esteri per la costruzione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il testo sarà poi presentato in Senato il 18 novembre, in modo da arrivare all’incontro bilaterale che si terrà a Roma il 20 novembre con la ratifica dell’accordo internazionale, ratificato nel frattempo anche dal governo italiano. Si tratta della ratifica, a termini di legge, dell’accordo franco-italiano firmato il 29 gennaio 2001, con ratifica del 30 gennaio 2012.

Dei giornali francesi, soltanto “Les Echoes” ne riporta la notizia, salutata al contrario con esultanza da media e politici italiani, che vedono in essa il nulla osta alla realizzazione della contestata tratta internazionale. Tratta che, ricordiamo, consta di un investimento di 25 miliardi di euro; un tunnel di 57 chilometri attraverso le montagne della Val di Susa da Saint Jean-de-Maurienne a Susa, per il quale sono previsti costi di 8 miliardi e mezzo di euro, di cui 2 miliardi e 900 milioni a carico dell’Italia, 2 miliardi e 200 milioni della Francia, 3 miliardi e 400 milioni dell’Unione Europea.

Ma il disegno di legge francese non è appunto che una ratifica dell’accordo franco-italiano, che attende un’equipollente azione legislativa da parte del governo italiano per poter avanzare all’Unione Europea la richiesta di erogazione dei fondi necessari. Cosa non da poco l’intervento comunitario, se il 3 dicembre 2012 al vertice di Lione, il presidente François Hollande incontratosi con l’allora premier Mario Monti concluse «Molto, però dipenderà dal bilancio europeo».

Nel frattempo (21 giugno) la commissione Mobilité 21 ha presentato i risultati delle sue analisi al governo francese, che ha deciso di portare a termine soltanto le opere già in cantiere senza istituirne di nuove (ovvero solo il completamento della linea Bordeaux-Tolosa).

Nel frattempo (sempre in giugno) sono stati resi noti i fondi che l’Unione avrebbe a disposizione per la politica trasportistica e viaria dell’intera comunità europea: 23 miliardi di euro, da suddividere tra i progetti presentati dai 28 Stati membri. Fondi dai quali, peraltro, la politica tedesca ha chiesto di drenare risorse da impiegare nello sviluppo economico in sempre maggiore difficoltà. Fondi imprescindibili per lo stesso trattato internazionale firmato il 3 dicembre a Lione da Hollande e Monti, per il quale la tratta internazionale della Torino-Lione procederà soltanto se si otterrà il finanziamento del 40 per cento da parte dell’Europa.

Nel frattempo (22 ottobre) anche in Francia un personaggio come Yves Crozet (professore di Economia all’Università di Lione, membro del Laboratorio di Economia dei Trasporti, nonché membro della commissione Mobilité 21) recita ai microfoni della trasmissione “Le Iene” le ragioni per cui la linea ferroviaria Torino-Lione «è una bufala».

Ma che cosa han firmato i deputati francesi?

La ratifica firmata giovedì 31 ottobre non dà che l’avvallo definitivo a quell’accordo internazionale franco-italiano necessario all’Europa per decidere il da farsi. Accordo del 29 gennaio 2001, con ratifica del 30 gennaio 2012 al cui articolo 1 si legge: «Il presente Accordo non costituisce uno dei protocolli addizionali previsti all’articolo 4 dell’accordo firmato a Torino tra i governi italiano e francese il 29 gennaio 2001. In particolare, non ha come oggetto di permettere l’avvio dei lavori definitivi della parte comune italo-francese, che richiederà l’approvazione di un protocollo addizionale separato, tenendo conto in particolare della partecipazione definitiva dell’Unione europea al progetto».

Articolo fondante, però evidentemente troppo in sordina tra i cori degli ultras dell’Alta velocità. Ma ciò che i francesi han firmato è ben altro.

All’articolo 6.5 dell’accordo si legge: «Per quanto concerne le condizioni di aggiudicazione e di esecuzione dei contratti relativi ai lavori, alle forniture e ai servizi necessari alla realizzazione delle proprie missioni legate alla progettazione, alla realizzazione e all’esercizio della sezione transfrontaliera dell’opera, il Promotore pubblico è tenuto all’osservanza della Costituzione francese oltre che dei regolamenti e delle direttive comunitarie, con specifico riferimento alla direttiva 2004/17/CE. Sulla base della supremazia della normativa comunitaria si disapplicano le norme di diritto nazionale nei casi in cui quest’ultimo si rilevasse contrario, incompatibile o più restrittivo rispetto alla direttiva indicata».

Il che significa che il promotore pubblico, esecutore e gestore finale della sezione transfrontaliera dell’opera che «può concludere tutti i tipi di contratto per la realizzazione della sua missione», dovrà sottoporsi soltanto all’ordinamento giuridico francese, mentre verrà escluso quello italiano, contenente la normativa necessaria al contrasto della penetrazione del crimine organizzato nelle opere pubbliche: l’intera legislazione anti-mafia italiana verrà saltata a piè pari, spalancando di fatto le porte a mafia, ‘ndrangheta e camorra.

Ma vuol dire al contempo che la giurisdizione francese penetrerà in Italia fino a Bussoleno, al punto che gli stessi contenziosi contrattuali verranno disciplinati dal diritto pubblico francese, (art. 10.1, a), le «condizioni di lavoro e di occupazione del personale» (art. 10.2, i e ii) e con essi anche «il diritto applicabile per i danni causati a chiunque, a motivo della costruzione, l’esistenza, la manutenzione, l’esercizio, la sicurezza e la sicurezza Asat delle opere della sezione transfrontaliera è quello dello Stato francese» (art. 10.1,d).

Di fatto si tratta di una vera e propria cessione di sovranità dello Stato italiano, se l’accordo recita ancora perentoriamente all’articolo 10.3: «Il promotore pubblico è soggetto alla legislazione e alle disposizioni fiscali applicabili in Francia». In sostanza, poiché il promotore è anche il gestore dell’infrastruttura taglierà fuori l’Italia dal godimento dei proventi tributari dell’opera, con buona pace di chi vede in essa un investimento.

Viene da sorridere, amaramente, ma vien da sorridere a ripensare come il consiglio dei ministri giustificò uno dei tre punti della sua costituzione di parte civile all’inizio del processo contro 52 No Tav, in corso all’aula bunkler del carcere di Torino: «La sottrazione di una parte del territorio nazionale alla sovranità nazionale, ovvero l’occupazione abusiva del territorio della Maddalena, che avrebbe comportato l’adozione di misure straordinarie di gestione dell’ordine pubblico».

Viene da sorridere pensando a come i materiali sequestrati all’Italcoge fallita, e posti sotto tutela del giudice fallimentare, siano ricomparsi nel cantiere di Chiomonte a uso dell’Italservizi. O, ancora, a come la Pato abbia lavorato tranquillamente per mesi dopo la revoca del certificato antimafia.

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