30 agosto 2013

Siria, “Un dejavù, che chiama altra violenza e non la democrazia e la libertà”

L’analisi di Luisa Morgantini. “Il copione è già stato scritto, ma si deve reagire, mi auguro che il governo italiano sia saggio e non faccia interventi di guerra”.

Bologna – “Sembra ormai inevitabile l’intervento militare in Siria. Si ripete nello stesso modo di altri interventi fatti, penso al Kosovo ma anche al Vietnam, alla Croazia, a Sarajevo e all’eccidio del pane, persino in Kuwait.  Con le stesse menzogne, perché c’è sempre una menzogna alla base di questi interventi. Ogni volta si sono costruite situazioni per creare panico e orrore ed è vero che molte cose sono realmente accadute, ma spesso sono viziate, e la realtà diventa solo la difesa dei propri interessi geopolitici, solo che chi paga sono civiltà millenarie, e soprattutto l’esodo dei profughi e le vittime che diventano solo numeri”. A parlare è Luisa Morgantini, già Vice Presidente del Parlamento Europeo,  tra le fondatrici delle Donne in nero contro la guerra e la violenza e Presidente di AssoPacePalestina - “Ovviamente ci sono le menzogne e ci sono anche i fatti, in questo caso il fatto che quello di Assad così come Saddam o Gheddafi siano stati regimi dittatoriali – continua – non si discute, ma invece di cercare una soluzione politica ed imparare dagli errori delle guerre in Afghanistan,Iraq, Balcani e poi in Libia, ancora una volta in nome delle difesa dei diritti umani si sceglie la strada militare e si commettono crimini”. Mi auguro, continua, “che prevalgano posizioni come quelle che l’Italia ha espresso finora anche se sembra che il copione sia già stato scritto”. Così come per le indagini degli ispettori delle Nazioni Unite: “Spero che riescano a portarle fino in fondo ma dubito che glielo permetteranno, Obama si è fatto portatore dei guerrafondai e delle industrie delle armi per non parlare del gas e del petrolio, cosi come Francia ed Inghilterra non riescono ad uscire dal loro colonialismo vecchio o nuovo.

Rispetto al silenzio del movimento contro la guerra rispetto a quanto sta accadendo in Siria, Morgantini dice: “Sono insofferente a quanti chiedono dov’è il movimento pacifista, io mi chiedo dove siamo tutti quanti? E non sono certo coloro i quali  stanno dalla parte delle guerre che possono chiederci questo.

Riconoscere le proprie debolezze e fallimenti è forza e coraggio. In questi anni c’è stata una grossa decrescita del movimento, siamo spaccati in mille rivoli e non riusciamo a costruire risposte di massa. Hanno pesato molte cose, le guerre che sono entrate di nuovo nella storia dopo il crollo dell’impero sovietico, mentre noi pensavamo che si aprisse un era di pace.

Oggi non siamo più i milioni di persone che sono scese in piazza in tutto il mondo contro la guerra in Iraq perché la guerra c’è stata, ci sono stati gli eccidi e le spartizioni, e anche se siamo riusciti a scalfire lo “scontro di civilta” quella sconfitta, come nelle altre guerre regionali continuano a pesare.”. 

Ma aggiunge: “Continuo però a credere che valga la pena essere costruttori di una cultura delle nonviolenza, per la pace e la giustizia, quindi diamoci da fare per ricostruire un movimento unito non solo nelle marce ma nella resistenza quotidiana alla cultura della violenza e delle guerre,ce lo insegnano i palestinesi, gli israeliani e gli internazionali che si oppongono all’occupazione militare della Palestina e ce lo chiedono i milioni di profughi che cercano di vivere con dignità”

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