ANSAmed
12 aprile 2013

Padre Paolo, non possiamo ignorare il jihadismo
di Luciana Borsatti

Il jihadismo è una realtà culturale, politica e militare in via di rafforzamento, e che non puo’ essere ignorata, nemmeno sul piano teologico.

Ne è convinto Padre Paolo Dall’Oglio, il gesuita italiano che ha vissuto trent’anni in Siria per poi esserne espulso dalle autorità di Damasco nel 2012. La galassia jihadista infatti ”e’ un soggetto culturale, religioso, politico e militare considerevole”, dice in una intervista ad ANSAmed, sottolineando il peso di questo realta’, ”nelle sue espressioni locali e transnazionali”, nel quadro ”geo-strategico” di questi anni.

”E’ un attore politico e militare – aggiunge – il cui peso va tenuto in conto, visto che ha vinto in Iraq, sta vincendo in Afghanistan, non sara’ vinto in Mali e rende impossibile una soluzione in Somalia”.

Che fare, dunque? ”In primo luogo bisogna operare a livello di intelligence per evitare conseguenze ancora più gravi e far fallire i suoi progetti di universalizzazione del terrore”. Ma e’ anche sul piano sociale che bisogna agire, prosegue il gesuita, ospite nei giorni scorsi del Forum euromediterraneo della Fondazione Anna Lindh a Marsiglia. Bisogna cioe’ ”aiutare le societa’ civili islamiche a che si assumano le loro responsabilita’ sul territorio”, aggiunge con riferimento a quelle aree su cui le forze islamiste hanno preso il controllo.

Finora infatti, escluse se non bandite dal potere, ”hanno vissuto di critica – dice – ma ora devono cominciare a vivere di responsabilita’ assunta, e lavorare per dare un’organizzazione alle loro societa”’. Gia’ fondatore della comunita’ monastica di Mar Musa a nord di Damasco, improntata al dialogo interreligioso, il gesuita pensa soprattutto al dramma della guerra civile in Siria.

”E’ importante proteggere la diversità democratica del popolo siriano che, sentitosi abbandonato – dice – si è rivolto al jihadismo pur di liberarsi del regime” del presidente Assad. Bisogna proteggere i soggetti diversi anche nel mondo musulmano, aggunge, ”difendere il pluralismo, anche etnico, che esiste nell’Islam”. Ma per fare questo, Dall’Oglio chiede anche ”uno sforzo teologico” alle tre religioni monoteistiche, affinchè studino come confrontarsi con l’islamismo ed il jihadismo politico. Ed invita le loro comunita’ intellettuali all”’ascolto per favorire la mutua comprensione”.

Perche’, sottolinea ancora, vi sono due tipi di jihadismo: ”uno disponibile al dialogo” e un altro rigidamente dogmatico, ”più difficile da gestire, una palude in cui si trova di tutto, servizi segreti, mafiosi, estremisti. Una palude da cui dobbiamo tirare fuori i ragazzi, i nostri figli: ragazzi religiosi, che hanno bisogno di discorsi religiosi, e che certo non trovano in carceri come Guantanamo”.

Quanto alla Siria, conclude Dall’Oglio, ”nella prima fase mi sono battuto per un intervento diplomatico”, per evitare che i grandi conflitti internazionali ”si combattessero sul corpo vivo dei siriani”. Poi ha sostenuto la necessita’ di una presenza non violenta delle Ong, ”quando tutto era ancora possibile, cioe’ fino all’estate del 2011”. Infine e’ giunto il momento, conclude, del ”diritto all’autodifesa e del dovere del soccorso ad un popolo in disgrazia”.

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