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23 Ott 2013

Raqqa, da prima città liberata a capitale del jihadismo
di Alberto Savioli

La presa di Raqqa, nel nord della Siria, da parte degli insorti, il 6 marzo 2013, ha sancito di fatto una dura sconfitta delle forze fedeli al regime, consegnando l’est del Paese ai ribelli.

Raqqa, già residenza estiva del Califfo abbaside Harun ar Rashid, è infatti il primo capoluogo di regione siriano (con oltre un milione di abitanti nel 2010) a essere stato conquistato dai ribelli, in un’operazione congiunta che ha visto schierate fianco a fianco le forze dell’Esercito libero (Esl) e dei gruppi jihadisti e salafiti di Jabhat an Nusra e Ahrar ash Sham. La gioia per la liberazione della città si è presto trasformata in timore, quando le brigate dell’Esl sono state di fatto cacciate dalla città dai gruppi salafiti.

Durante la prima settimana di agosto, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis, in arabo: ad Dawla al Islamiyya fi l ‘Iraq wa sh Sham) ha consolidato il suo dominio nel nord della città con la forza e l’intimidazione, attaccando e catturando sia combattenti dell’opposizione sia manifestanti pacifici.

Le tensioni sono esplose tra Isis e l’Esl – in particolare con la brigata Ahfad ar Rasul - quando lo Stato islamico ha fatto esplodere quattro autobomba, una delle quali contro il quartier generale degli Ahfad uccidendo alcuni suoi importanti leader. Per la prima volta che l’Isis ha utilizzato l’arma dell’attentato suicida contro i propri compagni combattenti.

Dalla prima settimana del Ramadan, l’Isis ha cominciato a compiere operazioni contro i combattenti dell’Esl, facendoli prigionieri ai checkpoint; nella “faida” è stato coinvolto anche il rispettato comandante dell’Esl, Abdel Jabar Okaida. L’Isis ha offerto infatti 200 milioni di lire siriane per qualsiasi informazione che porti alla sua cattura.

Il gruppo jihadista ha riferito di aver rapito nove comandanti militari del gruppo Ahrar Suriya (Gli uomini liberi della Siria) di Raqqa il 12 settembre, e avrebbe anche ucciso un comandante della potente milizia di Ahrad ash Sham, dopo che l’uomo aveva contestato il rapimento da parte dell’Isis di alcuni operatori umanitari malesi.

Iman al Halabi, un attivista locale, è stato assassinato la notte dell’8 settembre nei pressi del parco ar Rashid nella città di Raqqa, da un gruppo armato di uomini mascherati che gli ha sparato da una macchina. Sarmad al Jilani, un attivista della società civile di Raqqa, ha detto che il lavoro del celebre attivista era “indipendente”. Al Jilani ha fatto notare che, nonostante la zona sia controllata da miliziani, nessuno ha tentato di fermare l’auto dopo l’assassinio.

Un altro attivista dei media,  Hassan ar Rafea, è morto l’8 settembre, dopo aver sofferto di problemi di salute che sarebbero stati causati da un’iniezione velenosa ricevuta durante il ricovero nell’ospedale nazionale di Raqqa, dove era stato trasferito pochi giorni prima della sua morte. La morte di ar Rafea è stata attribuita al fatto che l’uomo era un membro di Media Senza Confini, un’organizzazione che ha lo scopo di riportare le informazioni su quanto accade a Raqqa.

Alcuni abitanti della città hanno inscenato una protesta a seguito dell’escalation di violenza e di lotte intestine tra i nuovi gruppi che gestiscono il potere in città, ma la manifestazione è stata affrontata con una brutale repressione da parte di militanti jihadisti. Alcuni video pubblicati online mostrano dei miliziani sparare sulla folla, a seguito di questo fatto sono stati uccisi alcuni manifestanti. Un giornalista è stato investito volontariamente dai militanti, secondo quanto riferito da alcuni abitanti.

Molti residenti di Raqqa hanno cominciato a organizzare manifestazioni notturne contro le detenzioni e le violenze arbitrarie dell’Isis, i civili hanno rivestito un ruolo chiave nella difesa degli uomini di Ahfad ar Rasul, che gode di un ampio sostegno popolare a Raqqa. Secondo quanto riferisce al Asmeh, un attivista di Raqqah: “Non hanno il sostegno popolare, anche se hanno dei combattenti locali nei loro ranghi. Molti di questi erano shabbiha (miliziani fedeli ad Asad) e circa il 30 per cento dei loro membri sono muhajirun (stranieri)”.

Anche il comandante di una grande brigata dell’Esl, la Liwa’ umana’ ar Raqqa (I Protettori di Raqqa), che ha contribuito alla liberazione della città con 32 martiri (secondo il gergo dei combattenti), ora è un detenuto dell’Isis. La ragione della sua detenzione starebbe nel fatto che avrebbe dato protezione e ospitalità agli uomini della Jabhat an Nusra nella città di Tabqa, dopo che l’organizzazione aveva rotto i legami con l’Isis ed era stata cacciata da Raqqa.

Sempre l’attivista al Asmeh sottolinea la differenza tra i due gruppi estremisti, che spesso hanno combattuto sotto lo stesso “ombrello”: “La Nusra è un gruppo militare che lotta contro il regime siriano,  l’Isis sta lottando per diffondere l’Islam e la sharia (legge islamica conservatrice)”. Significativa a riguardo è la dichiarazione del portavoce dell’Esl Luay Mekdad: “Abbiamo avvertito la comunità internazionale un anno fa che senza armi e aiuto all’organizzazione, la minaccia estremista sarebbe diventata una realtà… Non sappiamo perché [gli islamisti] stiano facendo ciò. Essi stanno dando un servizio gratuito al regime. Hanno detto che sarebbero venuti ad aiutarci, ma ci stanno impedendo di costruire un sistema libero e democratico”.

Da mesi nella città di Raqqa si susseguono manifestazioni contro l’Isis (e in passato contro la Nusra) da parte di comuni cittadini. In un video di giugno un gruppo di donne manifesta fuori dalla sede dell’organizzazione dicendo: “Se ci fosse uno che risponde, non hanno nemmeno uno solo capace di affrontarci… Vogliamo sapere, dove sono i detenuti e perché li hanno arrestati? Quali sono le accuse? Si stanno comportando con noi peggio del regime! Arresti indiscriminati… Non è questo l’Islam! Noi non accettiamo un Islam ingiusto, l’Islam non è mai stato ingiusto! [rivolgendosi agli uomini nella sede della Nusra] Non siete musulmani, siete degli islamizzati! Non avete nulla a che fare con l’Islam, noi siamo musulmani!”

La stessa organizzazione, l’Isis, sarebbe responsabile anche del rapimento, avvenuto a fine luglio, del gesuita italiano Padre Paolo dall’Oglio. Secondo alcuni attivisti si era recato nella sede dell’Isis per tentare di incontrare il leader Abu Bakr al Baghdadi. L’incontro aveva lo scopo di chiedere una tregua negli scontri con le milizie curde e avere informazioni sulla sorte di alcuni sacerdoti e giornalisti rapiti.

Quello cui si assiste a Raqqa dunque è uno scontro che vede l’Isis contro tutti, contro l’altro gruppo jihadista della Jabhat an Nusra, contro le brigate più moderate dell’Esl, contro gli attivisti e contro i residenti, ossia contro chiunque non condivida il loro modello di islamizzazione della società.

Una delle accuse lanciate dall’Esl nei confronti dell’Isis, è che alcuni dei suoi membri sarebbero in contatto con il regime, e alcuni loro miliziani siriani sarebbero quelli che in passato hanno combattuto per il regime di Asad in Iraq contro l’esercito americano. Accuse di questo tipo non dovrebbero essere semplicemente liquidate come la solita “teoria del complotto” medio-orientale. È assodato il fatto che nel periodo precedente al 2011, il regime di Asad era esperto nel manipolare e dirigere le energie dei jihadisti sunniti per il proprio scopo.

Il regime di Asad ha anche creato un gruppo islamico fantoccio in Libano, Fath al Islam, per promuovere il suo obiettivo di destabilizzare il Paese dopo che le truppe siriane erano state espulse nel 2005. Quindi è del tutto possibile che il regime sia in contatto e forse diriga alcuni elementi jihadisti impegnati in Siria. I jihadisti servono da narrativa al regime che si è impegnato nella lotta contro i terroristi stranieri e pertanto contribuiscono a screditare gli oppositori di Asad. Ma allo stesso tempo, sarebbe ugualmente un errore pensare che sia tutto un complotto: Isis e Jabhat an Nusra non sono semplici pedine del regime.

Nella Jazira (i territori a nord di Aleppo e a est del fiume Eufrate) oltre allo scontro tra ribelli e forze del regime sono in atto almeno altri quattro tipi di conflitto:

1) Jihadisti affiliati ad al Qaida stanno combattendo l’organizzazione ribelle curda.

2) I jihadisti – in particolare l’Isis – sono impegnati in una campagna di uccisioni di altri comandanti ribelli, in particolare dell’Esl.

3) Oppositori anti-jihadisti stanno organizzando manifestazioni contro di loro in zone che essi controllano.

4) I jihadisti sono anche in conflitto tra di loro (Isis e Jabhat an Nusra).

Inoltre è possibile, visti i precedenti del regime di Asad e i suoi interessi, che alcuni elementi tra le fila dei jihadisti siano legati ai servizi di sicurezza del regime.

Continue indiscrezioni emergono sulla creazione di una forza Sahwa in Siria (le forze Sahwa in Iraq erano costituite da iracheni sunniti che avevano aiutato gli Stati Uniti nella lotta contro al Qaida), che avrebbe lo scopo di combattere contemporaneamente Asad e infine combattere i jihadisti. Se la voce fosse fondata, si spiegherebbe anche l’aumento dell’aggressività da parte dell’Isis a Raqqa nella lotta per cacciare i moderati dalla loro zona di controllo.

In una dichiarazione audio di settembre, il capo di al Qaida in Iraq, ad Dhawahiri, ha messo in guardia i suoi seguaci in Siria per evitare la cooperazione con i “gruppi laici che sono alleati dell’Occidente”. Forse questa dichiarazione spiega l’appello diffuso il 18-19 settembre, dalla sezione dell’Isis di Aleppo, in cui si dichiara guerra alle brigate al Faruq e an Naser dell’Esl, accusandole di essere alleate del regime.

Il 17 luglio con un comunicato è stata annunciata la creazione dell’11ma Divisione. Nel secondo punto del testo si legge: “…ci si rifiuta di consentire a qualsiasi gruppo di detenere qualsiasi cittadino, senza il consenso del Comitato della sharia e dell’Ufficio di Sicurezza dell’11ma Divisione”, un chiaro riferimento alla crescente incidenza di rapimenti in città negli ultimi mesi, che sono stati attribuiti all’Isis. La grande maggioranza dei residenti di Raqqa ha accolto con favore questa nuova formazione. Ai loro occhi, quest’organizzazione ombrello delle brigate militari, prevalentemente di composizione locale, sotto la bandiera dell’Esercito libero siriano, crea un contrappeso militare per compensare la forte presenza di brigate jihadiste di ideologia salafita (come Isis e Ahrar ash Sham).

In assenza di una spinta internazionale per aiutare l’opposizione, i jihadisti sono un’arma ancora più letale per i gruppi ribelli moderati, doppio strumento nelle mani di al Qaida e del regime.

Dal canto suo, il regime non ha alcuna reale possibilità di riconquistare Raqqa, avendo solo tre unità militari rimanenti in tutto il governatorato (circondate dai combattenti ribelli): la 93a Brigata, la 17a Divisione e l’aeroporto militare di Tabqa. Tuttavia il regime persiste nei suoi bombardamenti casuali per ridurre la pressione su queste unità, e come parte della sua politica di rappresaglie punitive contro le aree che sono completamente al di fuori del suo controllo, la maggioranza delle vittime sono rappresentate dalla popolazione civile.

Nonostante questa sconsolante situazione in cui si trovano gli abitanti di Raqqa, sono riusciti a dar vita a quarantuno organizzazioni della società civile e, anche se la portata e l’efficacia delle loro attività varia enormemente da una all’altra, esse forniscono la prova del desiderio che i siriani hanno di ripristinare un efficace ruolo per la società civile. Ci sono gruppi di attivisti per i diritti, per l’indipendenza dei media, per gli insegnanti e gli studenti, per gli attivisti del movimento di protesta non violenta, per coloro che lavorano allo sviluppo, progetti economici di piccole dimensioni e di soccorso. Ci sono anche gruppi per il teatro e le arti.

Fino a ora il mondo ha deciso di puntare sui diversi combattenti. Chissà se oltre che spingere per una soluzione politica che faccia sedere al tavolo di Ginevra 2 Asad e i salafiti, ossia i responsabili della distruzione della Siria, qualcuno si accorgerà della società civile siriana che da più di due anni chiede diritti e libertà, prima alla dittatura di Asad, ora alla dittatura qaidista.

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