http://www.sirialibano.com
3 Dic 2013

Mercenari stranieri e guerra imperialista in Siria
di Alberto Savioli

Può sembrare sorprendente ma non lo è: il numero dei combattenti stranieri che combattono per il regime siriano è superiore ai combattenti stranieri arruolati dai ribelli. E la “guerra imperialista” condotta dai Paesi del Golfo e dall’Occidente – come ripete il mantra caro al regime – è tale e quale alla guerra condotta dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah nella difesa del regime siriano.

Il leitmotiv ripetuto dal regime siriano è noto: orde di combattenti stranieri al soldo dei paesi del Golfo sono state mandate in Siria per combattere il legittimo governo; la cosiddetta Primavera araba non è mai esistita. Al di là della negazione dei propri crimini, il regime non mente sul fatto che jihadisti stranieri siano impegnati in Siria.

Oramai – ma siamo al 2013, non nel 2011! – è innegabile che tra le fila dei ribelli ci sia stata una deriva di tipo estremista e confessionale e che siano impiegati anche combattenti stranieri provenienti da almeno 25 diversi paesi: dall’Arabia Saudita, dal Caucaso, dall’Iraq, dalla Libia, dall’Egitto, dalla Tunisia, da alcuni paesi occidentali.

Il loro numero è comunque ancora oggi sovrastimato dal regime, che vorrebbe convincere il mondo del fatto che tutti i ribelli siano salafiti e stranieri, ribadendo così la tesi del complotto globale.

La stima sul numero di questi combattenti varia: i jihadisti provenienti dai paesi europei sarebbero circa 600-1.000 unità; i combattenti stranieri nel loro complesso sarebbero da stimare tra i 6000 e i 10.000. Ma secondo un accurato studio di Aaron Zelin del Washington Institute for Near East Policy, sarebbero di meno: i combattenti sunniti stranieri sono tra i 2.500 e i 7.000, e di questi, tra giugno 2012 e maggio 2013 ne sarebbero morti 280. I combattenti stranieri sarebbero quindi una frazione minoritaria delle forze ribelli, e rappresenterebbero “solo” il dieci per cento della galassia combattente.

Combattenti sciiti iracheni, Hezbollah e milizie iraniane.

Noto è il sostegno politico e con armi della Russia e dell’Iran al regime di Damasco, così come è nota la presenza di combattenti Hezbollah (circa 7.000 secondo recenti stime fornite da fonti interne al Partito di Dio) al suo fianco. Meno noto è invece che anche a sostegno di Assad vi sono combattenti stranieri. E che il loro numero è in aumento.

Si tratta di combattenti sciiti iracheni, addestrati da Hezbollah e dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana. Hezbollah sta utilizzando due gruppi per addestrare in Iraq delle milizie sciite paramilitari: questi sono il Kataeb Hezbollah (Battaglione Hezbollah) e l’Asaib Ahl al-Haq (Lega dei Giusti).

I due gruppi sono stati creati da Hezbollah e dalle Forze di al Quds (un’ala dedicata a operazioni segrete della Guarda Rivoluzionaria) nel 2000, in funzione anti-americana. Veterani (ma anche riservisti) di Hezbollah starebbero combattendo accanto a queste milizie sciite irachene in Siria.

Si tratta del Jaysh ash Shaabi, Liwa’ Abu Fadl al Abbas, Kataeb Sayyed ash Shuhada, Liwa Dhu l Fiqar e Liwa’ Ammar ibn Yassir. Alcuni di questi gruppi hanno combattuto a fianco delle Forze di difesa nazionale, milizia del regime siriano che ha sostituito gli shabbiha – gli sgherri degli Asad – e i cui membri complessivi sarebbero circa 50.000.

Il Jaysh al Shaabi è stato designato come organizzazione terroristica dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo scorso dicembre, al pari dei combattenti sunniti di Jabhat an Nusra.

I combattenti del Liwa’ Abu Fadl al Abbas, impiegata principalmente nelle zone sud di Damasco, sono una combinazione  di membri di Hezbollah (con la Kataeb Hezbollah e Asaib Ahl al Haq), una forza stimata in 2.000-3.000 combattenti.

All’interno delle brigate sciite provenienti dall’Iraq, vi sono anche dei combattenti sciiti afghani, pachistani, iraniani e libanesi. E perfino della Costa d’Avorio. La notizia della morte del martire ivoriano Suleiman al-Kawni è stata riportata anche dai media iraniani il 27 luglio 2013.

Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Hezbollah ha messo insieme una vasta raccolta di fondi e una rete di reclutamento in Costa d’Avorio, un Paese che conta mezzo milione di musulmani sciiti.

Lo stesso Ministro degli Esteri iraniano Mohamed Javad Zarif ha dichiarato che il conflitto sciiti-sunniti “rappresenta probabilmente la più grave minaccia per la sicurezza mondiale”.

Nel recente incontro con Brahimi, il presidente siriano Bashar al Asad ha detto che nessuna soluzione politica può essere raggiunta in Siria senza la fine del sostegno internazionale ai ribelli che combattono il suo governo: “solo il popolo siriano è autorizzato a modellare il futuro della Siria”, ha dichiarato Asad. Non è noto se Brahimi o qualsiasi altro funzionario abbia interrogato Asad sull’assistenza fondamentale fornita al regime dall’Iran e da Hezbollah.

Secondo uno studio pubblicato dall’agenzia di stampa Upi, la campagna militare del regime di Asad è diretta dall’Iran, e la recente uccisione di un generale delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (il generale Mohammad Jamali Paqaleh, veterano della guerra Iran-Iraq, finora è stato l’ufficiale col più alto grado a morire in Siria nel 2013) conferma la crescente presenza militare di Teheran nel sostenere il suo alleato. A dirigere le operazioni del regime siriano contro i ribelli è il generale Qassem Soleimani, anch’egli decorato al merito per le azioni durante la prima guerra del Golfo (1980-88).

Molti video girati evidentemente ad uso interno, riprendono combattenti e ufficiali iraniani impegnati a fianco alle forze fedeli ad Asad. Un video sottotitolato in inglese riprende una sorta di intervista ad un comandante in capo iraniano, girato da un cameraman iraniano morto negli scontri con i ribelli a metà settembre, nei pressi di Aleppo, e da questi ultimi trasmesso al giornalista Roozbeh Kaboly della Tv di Stato olandese. A partire dal minuto 2:15 del filmato, ci sono alcune affermazioni particolarmente illuminanti da parte di uno degli iraniani: “il fronte che stiamo combattendo ora non è un fronte in cui l’esercito siriano è in guerra con il popolo”.

“La guerra in corso in Siria è quella dell’Islam contro i non credenti. Il bene contro il male. Siamo i “buoni” perché il leader supremo dell’Iran è dalla nostra parte. [ .... ] I combattenti sono iraniani, Hezbollah, mujahidin iracheni e afgani e altri ancora. Gli avversari sono Israele, l’Arabia Saudita, la Turchi , il Qatar, finanziati dagli Emirati, inoltre l’America, l’Inghilterra, la Francia e l’Europa”.

Interessante, a proposito, la riflessione del sociologo Jeff Weintraub: “questo ufficiale incornicia il conflitto, mettendo in evidenza due convinzioni fondamentali che sono senza dubbio condivise da fanatici teocratici su entrambi i lati della guerra siriana, jihadisti sciiti di Hezbollah e le Guardie Rivoluzionarie dell’Iran così come i jihadisti sunniti che combattono contro di loro: 1) Questa è una guerra tra (veri) musulmani e non credenti, 2) Israele è sul lato opposto”.

Un’altra riflessione di tale Gene del blog Harry’s Place, sembra essere significativa, “ci sono apologeti del regime siriano sia a destra che a sinistra, entrambi vedono Bashar al-Asad come un sostenitore secolare della lotta per liberare il suo paese da radicali islamici, potrebbero essere sorpresi di scoprire che alcuni dei suoi fratelli in armi non la vedono affatto così”.

Infatti, nello stesso video viene messa in evidenza il tipo di ambivalenza verso la gente del posto, spesso provata da “consulenti” stranieri in tante guerre di questo genere. Nel filmato, gli iraniani parlano costantemente di come trattano i loro compagni siriani con rispetto e quanto i siriani apprezzino questo. Al minuto 4:19, mentre guida attraverso un villaggio siriano, un iraniano afferma: “quando siamo arrivati, non c’era nessun essere umano. Avevano abbandonato il villaggio”. E un altro iraniano risponde: “Non ci sono ancora esseri umani ora, solo gli arabi”.

Presumibilmente, quest’ultima osservazione sarebbe stata modificata nella versione finale del documentario. Sempre il tale Gene, dell’Harry’s Place blog afferma: “Sono stato anche colpito da una dichiarazione di uno degli iraniani, a partire dal minuto 0:49, spiegando che le unità siriane con cui lavorano, dell’esercito regolare o delle milizie paramilitari, non sono mai tenute in un posto più di 25 giorni. Invece vengono continuamente ruotati. Questo è praticamente l’approccio opposto rispetto a quanto raccomandato dalla dottrina standard di contro-insurrezione, al fine di costruire legami e conquistare la fiducia della popolazione civile. Si usa quest’approccio per schiacciare la resistenza di una popolazione considerata irrimediabilmente ostile, e per la creazione di connessioni tra le varie forze; la popolazione non è di alcuna utilità e non può che portare pericoli e complicazioni”.

Mercenari russi.

Ma in questo già complicato scenario fanno la loro comparsa anche i mercenari russi. Il sito jihadista kavkazcenter.com il 20 ottobre aveva riportato la notizia di un attacco dei combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) alle forze fedeli al presidente Asad, nei pressi della piccola oasi di Sukhne, a est della più famosa Palmira (Tadmor).

Nell’attacco sarebbero morti un centinaio di soldati e sarebbero stati uccisi anche dei mercenari russi. Secondo i ribelli, diversi mercenari russi sono stati uccisi e tre ufficiali sono rimasti feriti, uno di questi in modo critico, e sono stati evacuati verso l’ospedale di Palmira.

Il nome di uno di questi è stato individuato con certezza: si tratta di Aleksei Maliuta di Abinsk, della zona russa di Krasnodar. I documenti sequestrati rivelano che i mercenari sono stati reclutati dalla compagnia Slavonic Corps Limited che ha sede ad Hong Kong e che è impegnata in operazioni anche in Iraq e Afghanistan.

Il direttore generale della società è S.V. Kramsky. Il documento personale di Alexei Maliuta riporta l’indicazione Moran Security Group, una società che si occupa di vari servizi tra cui operazioni di intelligence e protezione armata. In uno dei video rinvenuti si vedono dei mercenari russi che scherzano tra loro. Sono state trovate anche delle fotografie e dei documenti (vedi foto).

Lo stesso sito Internet ha pubblicato nuovi documenti relativi ai mercenari russi. Nel frattempo un giornale di San Pietroburgo, il Fontanka, ha svolto la propria indagine sulle accuse di coinvolgimento di mercenari russi nella guerra in Siria.

Il Fontanka ha intervistato un gruppo di mercenari russi che hanno condiviso alcuni dettagli della loro partecipazione alla guerra in Siria: “il grande campo tra Latakia e Tartus è circondato da filo spinato. La Siria ha lì i suoi riservisti. E lì c’era anche il nostro battaglione. In precedenza era una pista di gara… Ao ottobre c’erano 267 persone dalla Slavonic Corps, divisa in due società. Una società era costituita da cosacchi del Kuban, l’altra da persone provenienti da tutta la Russia. Da San Pietroburgo abbiamo avuto 10-12 persone. Come ha detto il comandante, il numero di uomini che il nostro corpo in Siria prevedeva di raggiungere era di 2.000 combattenti”.

Già in precedenza, c’erano state evidenze di un coinvolgimento russo. Tuttavia non è chiaro quanto questi gruppi paramilitari si muovano in modo indipendente da Mosca. Altre volte non è chiaro se si tratti di mercenari o di ufficiali dell’esercito regolare russo.

Volendo rimanere ai fatti e ai dati numerici attendibili, sorprendentemente, il numero dei combattenti stranieri che combattono per il regime siriano è superiore ai combattenti stranieri arruolati dai ribelli. E la “guerra imperialista” condotta dai Paesi del Golfo e dall’Occidente, come ripete il mantra caro al regime, è tale e quale alla guerra condotta dalla Russia, dall’Iran e da Hezbollah nella difesa del regime siriano.

L’Osservatorio nazionale siriano per i diritti umani (Ondus, piattaforma basata in Gran Bretagna, attiva dal 2007 e che conta sul monitoraggio sul terreno di centiniaia di medici e attivisti), ha documentato fino ad oggi 125.835 morti. Di questi,  44.381 sono civili (6.627 bambini e 4.454 donne), 19.264 sono ribelli combattenti, 2.221 soldati e ufficiali disertori, 31.174 soldati regolari, 2.781 vittime non identificate (documentate con foto e filmati), 6.261 ribelli stranieri e non identificati (la maggior parte sono stranieri), 19.256 combattenti dei Comitati Popolari, delle Forze di Difesa Nazionale, shabbiha e informatori pro-regime, 232 combattenti di Hezbollah, 256 milizie sciite straniere pro-regime. La propaganda pro-Asad contesta i dati dell’Ondus. Da questi lealisti  attendiamo i dati del regime a tuttoggi inesistenti.

top