LA TRIBUNE PARIGI
4 settembre 2013

Il Mediterraneo non è più il centro del mondo
di Robert Jules
capo redattore La Tribune

Le esitazioni sull’intervento contro Assad dimostrano che la regione non è più strategicamente fondamentale. Il disimpegno degli Stati Uniti lascia un vuoto che l’Europa non riesce a colmare.

Il voltafaccia del presidente americano Barack Obama sulla decisione di intervenire con le armi in Siria mette in evidenza le esitazioni degli Stati Uniti a farsi coinvolgere in modo stabile nel Mediterraneo. Il Congresso americano potrà anche dare il via libera, ma nel frattempo il rifiuto del parlamento britannico a partecipare a questa operazione ha lasciato soli gli Stati Uniti. Inoltre la reticenza della Germania, dell'Italia e della Polonia hanno finito per isolare sullo scacchiere europeo anche la Francia.

Oggi è un altro mare – quello della Cina – che determina la dinamica mondiale

Ma se nessuno vuole morire per la Siria, il motivo è anche l'evoluzione del bacino del Mediterraneo. Per secoli epicentro culturale, commerciale e politico del mondo, questo mare appare oggi come una regione divisa in una "globalizzazione" che detta la nuova marcia del mondo. Oggi è un altro mare – quello della Cina – che determina la dinamica mondiale.

Molti esempi illustrano questa perdita di influenza. A cominciare dall'evoluzione delle "primavere arabe" che avevano suscitato tante speranze. In Egitto un colpo di stato militare sostenuto dalla maggioranza della popolazione ha rovesciato un presidente proveniente dai Fratelli musulmani che cercava di concentrare tutti i poteri per favorire il suo partito. Ma il futuro rimane incerto in un contesto di grave crisi economica. In Siria la guerra civile diventa sempre più una tragedia e minaccia l'intera regione compreso il vicino e fragile Libano. Le possibilità di una soluzione del conflitto israelo-palestinese rimangono più una speranza che una realtà. Nel Maghreb la situazione è caratterizzata politicamente da uno status quo dannoso per lo sviluppo economico. Anche la Turchia, fino a poco tempo fa presentata come un esempio di stabilità, conosce manifestazioni talvolta violente.

A nord la situazione non è molto migliore. Colpita dalla crisi del debito, l'Europa mediterranea, che pensava di svilupparsi grazie all'Unione europea, vede il suo destino definito da una troika internazionale le cui strategie non sembrano lasciare molto spazio a una riflessione su uno sviluppo incentrato su una dinamica mediterranea regionale.

Nella nuova geografia aperta definita dalla globalizzazione, il Mediterraneo appare chiuso, con i suoi tre passaggi strategici: a ovest lo stretto di Gibilterra, a sud-est il canale di Suez con il suo passaggio per le grandi navi cargo, e a nord-est lo stretto dei Dardanelli. In passato questa chiusura, rendendo più facile il controllo dei flussi marittimi, era un importante vantaggio strategico, ma oggi non è più così.

Inoltre lo spazio mediterraneo, lontano dal centro di gravità del mondo, rimane molto eterogeneo. La popolazione dei 22 paesi rivieraschi conta 475 milioni di persone, caratterizzate da diverse origini religiose e culturali: cristiani, musulmani, ebrei, europei, turchi, arabi, berberi, israeliani. Militarmente nella parte nord l'unità è garantita dall'Alleanza atlantica dominata dagli Stati Uniti che con la Quinta flotta svolge nel Mediterraneo un ruolo fondamentale in materia di sicurezza. Ma fino a quando? Washington non nasconde la sua volontà di disimpegnarsi, contribuendo ad accelerare la perdita di influenza della regione.

Ma l'Europa non è ancora riuscita a colmare il vuoto americano. L'Ue, se da un lato ha dato un aiuto importante all'Europa dell'est dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, dall'altro ha trascurato la sua regione meridionale. Questa debolezza della leadership europea lascia uno spazio regionale frammentato dove diversi paesi si contendono il ruolo di leadership: Arabia Saudita, Iran, Turchia (membro della Nato e candidata all’ingresso nell'Unione europea), Egitto, in un Medio Oriente in cui Israele svolge un ruolo indipendente. Nel frattempo nel Maghreb la rivalità fra il Marocco e l'Algeria blocca qualunque possibilità di cooperazione.

Lo spazio Schengen e il protezionismo agricolo dividono il Mediterraneo

Tuttavia l'Europa ha preso alcune iniziative, fra cui la più ambiziosa è la costituzione di un'Unione per il Mediterraneo (Upm) che conta 43 membri (gli ormai 28 membri dell'Ue ai quali si aggiungono l'Albania, l'Algeria, la Bosnia-Erzegovina, l'Egitto, Israele, la Giordania, il Libano, la Mauritania, il Principato di Monaco, il Montenegro, il Marocco, l'Autorità palestinese, la Siria, la Tunisia e la Turchia). Ma a causa delle sue dimensioni e delle sue difficoltà di gestione, questa unione non è operativa. Gli interessi dei suoi membri sono divergenti. Lo spazio Schengen e il protezionismo agricolo dividono il Mediterraneo.

Puntare sul soft power

Non c'è quindi alcuna speranza che il Mediterraneo ridiventi una potenza economica? Nel breve periodo no di certo, ma sul lungo periodo il discorso è molto diverso. Le motivazioni che hanno portato alle "primavere arabe", e in passato all'adesione dei paesi mediterranei europei all'Ue, rimangono invariate: un miglior livello di vita in un ambiente più sicuro e democratico. E visto che gli interessi geostrategici di oggi sono minori di 20 anni fa, il Mediterraneo può in un futuro più o meno prossimo ridiventare un importante epicentro economico.

Una prima fase potrebbe passare per un'unione energetica che assicurerebbe l'indipendenza all'insieme dell'Unione per il Mediterraneo creando un partenariato fra paesi produttori (di idrocarburi ma anche di energie rinnovabili) e paesi consumatori. Questa collaborazione avrebbe il merito di ridurre la dipendenza europea nei confronti della Russia. L'Ue è l'unica struttura capace di organizzare questa unità e già delle strutture di cooperazione esistono. Adesso è necessario intensificarle. Ma oltre alle risorse naturali vi è un importante potenziale agricolo e un'industria turistica che può essere sviluppata in forma stabile.

L'Europa non è in grado di imporre un "hard power", ma può invece esercitare un "soft power", che dovrebbe portare attraverso gli accordi bilaterali e multilaterali esistenti ad allargare progressivamente la cooperazione su scala regionale. Ma per arrivare a questo risultato l'Europa deve trovare al suo interno un'unità che oggi le manca a causa della sfiducia provocata dalla crisi del debito.

In ongi modo nel contesto attuale un progetto del genere è piuttosto utopico a causa della lotta fra le potenze regionali – Arabia Saudita, Turchia, Iran e i loro rispettivi alleati. Una lotta che rischia di destabilizzare in modo permanente la riva meridionale del Mediterraneo e che oggi ha nella Siria la sua zona di scontro più sanguinosa.

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