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The Daily Star Lebanon 
28/08/2013

In Siria, nessuna soluzione è semplice
di Rami G. Khour
Traduzione di Roberta Papaleo

Il vigoroso dibattito sull’eventuale efficienza di un attacco contro la Siria guidato dagli americani spezza il cuore: è straziante vedere un altro importante Stato arabo seguire le orme auto-distruttive di altri prima di esso, come l’Iraq e la Libia. Questi Paesi non sono riusciti a raggiungere il loro pieno potenziale, permettendosi invece di perseguire politiche crudeli e criminali che li hanno portati alla distruzione per mano degli eserciti internazionali lavorando insieme ai popoli ribellatisi per rovesciare i tanto odiati regimi. La Siria sembra destinata ad unirsi alla lista: è impossibile descrivere quanto sia doloroso vedere questo spettacolo senza poter intervenire. Solo il dolore degli stessi siriani è più acuto di quello degli altri arabi che soffrono per l’incompetenza, la crudeltà e la criminalità che abbiamo visto in Siria per così tanti anni.

Abbiamo già vissuto tutto questo, con l’Iraq e la Libia, e in forma differente anche in Sudan, Algeria, Egitto ed altri Paesi arabi la cui immensa ricchezza naturale ed umana è stata dissipata e derubata da militari corrotti, che si sono dimostrati soldati capricciose e leader disgustosi. L’apice della loro stupidità e della loro spericolata irresponsabilità è stato attaccare crudelmente la loro stessa gente, dopo averli maltrattati per decenni; allora le popolazioni si sono ribellate e le potenze straniere si sono sentite costrette a intervenire per porre fine alla crudeltà ed agli stessi regimi.

I tratti generali di questo lascito si stanno ripetendo in Siria, solo con dettagli differenti e un unica grande differenza strategica: Russia, Iran, Hezbollah e forse qualche altro gruppo combatteranno per mantenere il regime del presidente Bashar al-Assad a l potere, anche se controlla solo alcune strisce di terra isolate e poche città e basi aeree. Le conseguenze si un attacco alla Siria, quindi, sono ben più considerevoli rispetto ai casi della Libia, dell’Iraq, del Sudan e persino dell’Iran.

Continuiamo a vivere gli effetti della guerra anglo-americana in Iraq di dieci anni fa, specialmente nella frammentazione e la polarizzazione dello Stato iracheno e nel terrorismo e la militanza dei salafiti (legati ad al-Qaida) che assillano l’Iraq e altri Paesi nella regione, in particolare la Siria ed il Libano. Probabilmente, un attacco contro la Siria guidato dagli Stati Uniti causerebbe conseguenze problematiche, tra cui contrattacchi dei siriani contro bersagli nei Paesi che si unirebbero all’assalto.

Inoltre non è chiaro come pochi e isolati attacchi missilistici contro una manciata di obiettivi in Siria avrebbe l’effetto di far si che il regime al-Assad cambi la sua tattica di attaccare la propria gente per mantenere il potere. Le passate esperienze nella regione mostrano che tali attacchi punitivi o deterrenti non implicano nessun cambiamento notevole nel comportamento del governo in questione. Solo azioni come un’invasione terrestre o l’imposizione di una no-fly zone  possono raggiungere tale scopo e non si parla ancora seriamente di questo tipo di mosse.

Degli attacchi stranieri contro al-Assad senza un fermo mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU renderebbero il regime siriano più sprezzante e spietato, oltre a rendere i russi più riluttanti, in quanto intensificherebbe le accuse secondo le quali il governo di al-Assad è il bersaglio di una cospirazione per farlo crollare.

Ancora una volta, sentiremo molti chiedersi – giustamente – perché l’Occidente applica il diritto internazionale in Siria così energicamente – e giustamente – ma allo stesso tempo chiude un occhio sulla colonizzazione, sulle annessioni, sugli assedi, sulle reclusioni di massa, sull’uso di armi proibite e altri atti criminali del governo israeliano.

Dunque, un attacco militare contro la Siria farebbe sentire a posto molti governi agendo in modo risoluto per punire il regime al-Assad e impedire l’uso di armi chimiche.

Tuttavia, dovrebbe essere chiaro che ora un qualsiasi attacco sarebbe il primo passo di un più lungo cammino per rovesciare il regime siriano. Questa campagna ampliata dovrebbe prevedere delle no-fly zones e un’elevata e notevole consegna di armi alle forze dell’opposizione, con lo scopo di sconfiggere il regime a livello militare.

Il problema di questo scenario è che apre una serie di possibili sviluppi post-Assad, viste la presenza all’interno del Paese di dozzine di gruppi armati d’opposizione, grandi ma separati, con personaggi laici, nazionalisti e islamisti e la polarizzazione settaria avvenuta negli ultimi 30 mesi.

18 mesi fa, una possibile transizione post-Assad sarebbe stata relativamente tranquilla, ma oggi può essere solo caotica, lunga, violenta e orrenda. Intaccherà anche gli altri Paesi vicini, generando più rifugiati, più terrorismo, più estremismo, più disperazione.

Nessuna soluzione è semplice in Siria e non ci sono esiti felici. Negli ultimi 30 mesi, lo Stato siriano è stato disintegrato. Non ha mai dato segno di essere capace di riformarsi sotto la guida di al-Assad. Quindi, ha raggiunto il punto di un’inevitabile azione internazionale e regionale per colpirlo una volta per tutte, con conseguenze incalcolabili.

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