tratto da "Caos Arabo", mesogea editore, 2011
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mercoledì 11 settembre 2013 13:07

Siria, la realtà e la rivoluzione tradita.

Questo articolo è stato pubblicato come anonimo a Beirut nel 2010. Prima che in Siria cominciasse la rivoluzione. Una voce che ancora nessuno può ascoltare.

Come potrei dimenticare il sorriso di quell'osservatrice europea presente all'udienza del 26 giugno 2008: era un sorriso al contempo sorpreso e confuso da quell'inspiegabile esplosione di gioia dei numerosi attivisti per i diritti umani presenti in aula. E quando chiese la ragione di tutto quel giubilo, uno degli avvocati difensori le disse che era comparso in aula anche Mash'al al- Tammo, un leader dell'opposizione curda, del quale si erano perse le tracce dal momento del suo arresto: apparire in un'aula di giustizia, sebbene per sottoporsi a un processo scandaloso, non è forse preferibile a restare in isolamento o sparire, liquidati senza che nessuno lo sappia?
L'avvocato, a differenza della sua interlocutrice europea, sapeva benissimo che i servizi di sicurezza siriani ricorrono regolarmente alla «sparizione forzata» degli imputati, soprattutto se si tratta di dissidenti o di attivisti politici. E Mash'al al-Tammo è un dissidente, ha firmato la Dichiarazione di Damasco, nella quale si chiede democrazia e rispetto della libertà di espressione per tutti.



Scrittore curdo, Tammo è stato arrestato ad Aleppo dai servizi di sicurezza e di lui non si sono più avute notizie per undici giorni. Nessuno sapeva neanche quale apparato di sicurezza lo avesse arrestato. Poi è stato processato, condannato a tre anni di detenzione per aver firmato la Dichiarazione di Damasco «indebolendo i sentimenti patriottici, il morale del popolo siriano, e diffondendo false notizie sulla Siria». Reati per i quali è prevista la galera, ai sensi degli articoli 285 e 286 del codice penale siriano.
I numerosi servizi di sicurezza siriani detengono centinaia, forse migliaia di cittadini, oltre a molti attivisti politici, giornalisti, scrittori e intellettuali. Dal momento dell'arresto può cominciare, e per i dissidenti politici molto spesso comincia, un lungo periodo di detenzione arbitraria prima che cominci il processo; lo prevede lo stato d'emergenza, decretato nel 1963, che ha imposto la legge marziale in tutto il paese. E da allora è ancora in vigore.



Ho provato a entrare in contatto con più famiglie possibili tra le tante che hanno un congiunto scomparso nelle segrete degli Asad. La risposta è stata sempre la stessa: non sappiamo nulla e siamo molto preoccupati. Ma tutti hanno apprezzato moltissimo che la nostra organizzazione, SKeyes, intenda sollevare il problema degli «scomparsi», ignorato dai mezzi di comunicazione, sia arabi che occidentali, e anche dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani.



Alcuni partiti politici messi al bando dalle autorità, ad esempio i Fratelli musulmani, affermano che soltanto tra le fila dei loro iscritti o simpatizzanti ci siano decine di migliaia di «scomparsi», persone delle quali non si sa più nulla da quando sono stati «presi» dai servizi di sicurezza. I Fratelli musulmani sono certi che decine di migliaia dei loro siano stati uccisi nella prigione di Tadmur, vicino a Palmira, mentre altre migliaia sarebbero ancora vivi, ma chissà dove, e come. Negli anni Ottanta i Fratelli musulmani furono coinvolti nell'insurrezione armata contro il regime di Asad, rivolta che fu soppressa nel sangue di decine di migliaia di persone. Altre decine di migliaia furono arrestate, ma il regime non lo ha mai riconosciuto. Per i Fratelli musulmani quei detenuti sarebbero stati tutti eliminati.



I famigliari dell'attivista per i diritti umani Nizar Ristnawi aspettano ancora che lui torni a casa dal giorno in cui ha finito di espiare la sua condanna a quattro anni di galera, il 18 aprile del 2009. Condannato per «aver diffuso notizie false sulla Siria e diffamato il presidente Bashar al-Asad», il destino di Ristnawi è ancora avvolto dal mistero; era nel penitenziario di Sednaya nell'estate del 2008 quando divampò la protesta dei detenuti, che la polizia carceraria riuscì a domare ricorrendo alle armi da fuoco.



Nell'ottobre del 2009 la studentessa universitaria Ayat Issam Ahmad è stata convocata dall'Ufficio per la sicurezza politica di Damasco e quindi arrestata. È sospettata di appartenere a gruppi dell'estremismo islamico di tendenza salafita. I suoi famigliari mi hanno detto che questo è tutto ciò che sanno, non l'hanno mai vista né gli è stato comunicato dove sia detenuta. Al momento dell'arresto aveva compiuto da poco diciannove anni, frequentava il dipartimento di Letteratura francese e secondo i suoi genitori non aveva alcuna inclinazione islamista o fondamentalista. Un legale amico della famiglia di Ayat mi ha detto: con la proclamazione dello stato d'emergenza, negli anni Sessanta, è stato consentito alle autorità di trattenere in stato di fermo un qualsiasi sospetto senza dover formalizzare alcuna imputazione per un periodo di sei mesi, rinnovabili all'infinito. Se non ci fosse lo stato d'emergenza tutto questo sarebbe un crimine.

Molte organizzazioni curde hanno diffuso la notizia, il primo dicembre del 2009, dell'arresto dello scrittore curdo Bir Rustom, convocato dai servizi di sicurezza e quindi arrestato con l'accusa di essersi recato nel Kurdistan iracheno. Anche in questo caso i famigliari non sono riusciti a sapere dove sia detenuto, né a incontrarlo. Bir Rustom, il cui vero nome è Ahmad Mustafa, ha pubblicato una quindicina di libri tra saggi e romanzi, milita nel Partito democratico curdo e ha vissuto per un anno nel Kurdistan iracheno, dove ha pubblicato molti articoli critici nei confronti del regime di Damasco.


Il 27 dicembre del 2009 i servizi di sicurezza di Homs hanno convocato Tal Dawsar al-Malouhi. Da allora i suoi famigliari non ne hanno più avuto notizie, non sanno neanche per quale motivo sia stata convocata. Lei ha appena diciannove anni, è una studentessa d'eccellenza, ma ama scrivere, soprattutto poesie...E così il timore è che sia stata arrestata per le poesie che ha pubblicato sul suo blog.



L'Ufficio per la sicurezza politica di Damasco ha rinviato davanti alla corte penale di Aleppo l'avvocato e scrittore curdo Mustafa Ismail tre mesi dopo il suo arresto; è stato interrogato dal pubblico ministero militare il 23 marzo del 2010. La sua famiglia mi ha confermato che a dicembre del 2009, appena ricevuta la lettera di convocazione dai servizi di sicurezza di Aleppo, Mustafa ha reso la notizia di pubblico dominio. Poi si è recato presso gli uffici dei servizi di sicurezza. Da quel giorno di lui non si è saputo più nulla.



Alcuni attivisti per i diritti umani mi hanno detto di sapere che la loro collega Raghda al-Hasan è detenuta dalla sicurezza politica nella città costiera di Tartous. Raghda è stata fermata mentre si recava in Libano il 10 febbraio del 2010; in quella circostanza le sono stati confiscati i documenti, poi è stata perquisita la sua abitazione ed è stato sequestrato il suo computer. Raghda ha scritto un romanzo, I nuovi profeti, nel quale racconta i suoi due anni e mezzo di detenzione, dal 1992 al 1995, per il reato di essere iscritta al Partito comunista.



Né i famigliari né gli amici del poeta curdo Abdul Hafiz Abdul Rahman sono riusciti ad averne notizie da quando è stato fermato, il 2 marzo del 2010, dai servizi militari di Aleppo. Insieme a lui è stata fermata Nadira Abdo, che lo ospitava. Lei è stata rilasciata dopo quattro giorni di detenzione.


Questi sono soltanto alcuni dei casi più recenti di «sparizioni forzate». Anche il giornalista Ma'an Akel è scomparso per tre mesi, dal novembre del 2009 al febbraio del 2010: rilasciato senza che a suo carico sia stata formulata alcuna accusa, ha perso il posto di lavoro al quotidiano governativo La Rivoluzione. Noto per il coraggio dei suoi reportage, che molto spesso trattano lo scottante argomento della corruzione, Ma'an è un ex detenuto politico, ha trascorso otto anni in prigione in quanto iscritto alla Lega per l'azione comunista e dopo la scarcerazione ha conseguito il diploma in giornalismo e ha tradotto due romanzi di Milan Kundera.



Poi c'è stato il caso dello scrittore curdo Farouq Hadji Mustafa, detenuto arbitrariamente per settantatré giorni, a partire dal 5 aprile del 2009. È una firma nota in tutto il mondo arabo, scrive su numerosi giornali siriani, libanesi e panarabi, come al-Hayat.



Un avvocato vicino ad alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani mi ha detto: la detenzione arbitraria è una scelta, una tattica con la quale si intende porre sotto controllo la società civile, paralizzarne le attività, terrorizzare la popolazione, convincerla che protestare o alzare la voce può rovinarti per sempre. Anche l'isolamento è uno strumento di intimidazione. Con questo tipo di detenzione si vuole mandare un messaggio chiaro: il destino di chi finisce in prigione è pauroso, spaventoso! La detenzione in isolamento è finalizzata proprio a questo, a impaurire i potenziali dissidenti.


Il 30 settembre del 2009 il presidente Bashar al-Asad ha firmato il decreto n. 69 con il quale emenda il nostro codice penale in modo tale che chiunque sia accusato di torture o di abusi possa essere sottoposto a procedimento soltanto su decisione del Comando generale delle Forze armate, sebbene gli apparati di sicurezza e gli agenti di custodia dipendano dal ministero dell'Interno.



Il codice penale siriano definisce illegale la tortura, ma il decreto presidenziale stabilisce che soltanto il capo delle Forze armate può autorizzare un'inchiesta per casi del genere. Sembra strano, ma in Siria è normale.



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