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14 aprile 2013

Amedeo Ricucci: “La Siria ha bisogno di urla”
di Pino Scaccia

Amedeo Ricucci stamattina ha scritto una cosa molto bella sulla sua pagina facebook in risposta ai tanti messaggi di affetto: ”Sono andato in Siria per parlare di quella sporca guerra, non sono contento che invece si parli di me, non è quello che volevo”. Una frase tipica di un reporter vero che ha scelto il mestiere di raccontare gli altri e si rammarica di essere diventato involontariamente protagonista.

Oggi ha il telefono staccato: ha bisogno adesso di riposare più che di solidarietà. Domani, insieme ai suoi compagni di viaggio, dovrà andare in Procura a Roma per spiegare i meccanismi di quello che per i magistrati italiani è un sequestro a scopo di estorsione. Ma su questo Ricucci (e anche gli altri) è già stato chiaro: “Ci hanno fermato davanti a una chiesa profanata e ci hanno scambiati per spie perché avevamo filmato la loro base logistica. Purtroppo ci hanno messo molto a verificare la nostra innocenza. Era un gruppo ribelle, non erano certamente dell’esercito di liberazione”. Il nome del gruppo ormai è noto: si tratta di Jabhat an Nusra, talmente radicale da essere considerato la costola siriana di al Qaeda, già nella lista nera internazionale delle organizzazioni terroristiche. E la postazione segreta si trova nei dintorni di Yakubyye. Hanno rischiato grosso e ne sono pienamente coscienti. “Il nostro è stato una sorta di fermo molto prolungato, che però si è risolto in un modo positivo. Nonostante tutto ci hanno trattato bene, direi con i guanti bianchi. Paura? Si, c’è sempre, perchè in zona di guerra può succedere di tutto”.

Molto provata è apparsa Susan Dabbous: “Mi arrivano tante mail di chi mi chiede consigli su come entrare in Siria: sconsiglio a tanti giovani colleghi di andare, la situazione nel nord è decisamente peggiorata, e non tutti possono contare sull’appoggio di uno Stato come quello italiano. Siamo dei miracolati. Siamo stati trattati bene, certo non ci hanno mai aggredito e non siamo stati mai picchiati. tuttavia essere trattenuti senza sapere fino a quando, è stato angosciante, non è stato affatto facile dal punto di vista psicologico, a poco a poco si è trasformato in un incubo. Insomma sono stati dieci giorni estremamente duri. Ho vissuto in una stanza separata ma rassicurata dalle voci dei tre compagni che sentivo nella stanza vicina. Sulla Siria i riflettori erano già spenti ed è questa la ragione per cui siamo stati trattati male come giornalisti, ed è la ragione per cui verranno trattati male tutti i prossimi giornalisti. Non è colpa della stampa, è colpa della comunità internazionale che dopo due anni ha permesso un massacro inverosimile, senza precedenti nella storia. È questa la ragione per cui noi andiamo là e rischiamo la vita: ci odiano non in quanto giornalisti, ma perchè nulla sta cambiando”.

Altri particolari sul soggiorno forzato li aggiunge ancora Ricucci. “Le giornate si sono svolte stando chiusi in una stanza, molti di loro non parlavano nè inglese nè francese, solo l’arabo e quindi non abbiamo avuto molti contatti se non con i capi del gruppo che si sono mostrati sempre disponibili. Abbiamo fatto la loro stessa vita, mangiato come loro, un pugno di zuppa di ceci, e per dormire ci hanno offerto le loro stesse brande. Insomma niente di più e niente di meno di quello che offrono a se stessi. Per me come giornalista la vicenda vissuta offre lo spunto per capire quanto stia diventando sempre più difficile fare questo lavoro da indipendente, la cosa drammatica è che i belligeranti non hanno più bisogno dei giornalisti, per cui li trattano come chiunque altro. E così diventa sempre più rischioso fare questo mestiere».

Elio Colavolpe, l’altro freelance fermato in Siria insieme ad Andrea Vignali : “Hanno minacciato di tagliarci le mani. Ci accusavano di essere ‘kafir”, infedeli e volevano portarci davanti a una corte islamica ‘per il giudizio e la punizione’. A un certo punto abbiamo temuto per le nostre vite, ma poi da mercoledì ci hanno detto che saremmo stati liberati. Avevano controllato il nostro materiale”.

Anche se la vicenda si è conclusa positivamente è opportuno evitare troppi particolari sui segreti della trattativa. Forse è stata decisiva la mediazione di alcuni religiosi dell’area. Ma l’importante è che ora siano a casa, sani e salvi. Sicuramente pronti a riprendere il progetto “Silenzio, si muore”. La Siria ha sicuramente bisogno di urla.

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