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Aprile 24, 2014

«Quello che ho visto in Sud Sudan è sconvolgente, siamo vicini al genocidio etnico ma da noi nessuno ne parla»

Intervista di Leone Grotti ad Alfredo Macchi, vicecaporedattore a News Mediaset, che ha realizzato un reportage in Sud Sudan dal 2 al 9 aprile: «Ho visitato tanti paesi africani poveri ma non ho mai sperimentato niente del genere»

«Quello che ho visto in Sud Sudan è davvero sconvolgente. L’Onu considera questa situazione la terza emergenza mondiale dopo Siria e Centrafrica, eppure da noi sui giornali è davvero difficile trovare anche solo una riga su quello che sta accadendo». Alfredo Macchi, dal 2010 vicecaporedattore a News Mediaset, ha realizzato un reportage in Sud Sudan dal 2 al 9 aprile, andato in onda ieri sera su Rete 4 e che può essere rivisto oggi in replica alle 11 su Tgcom24.
A tempi.it l’inviato ha raccontato la sua esperienza nello Stato più giovane del mondo, «dove l’odio etnico rischia da un momento all’altro di far degenerare le violenze, che hanno già causato 16 mila morti secondo i comboniani».

Perché parla di «situazione sconvolgente»?

Perché a 20 anni dal genocidio in Ruanda si sta ripetendo la stessa violenza brutale contro i civili su base etnica. Nella capitale Juba, i Nuer sono ammassati nei campi profughi dell’Onu e non osano uscire perché, come mi ha raccontato uno di loro, «se torniamo alle nostre case i Dinka ci ammazzano, se l’Onu ci abbandona verremo sterminati».

Nel nord del paese invece sono i ribelli Nuer a dare la caccia ai Dinka.

Esatto. Con le radio invitano ai massacri e a stuprare le donne: si sta davvero ripetendo uno scenario di genocidio etnico. Solo nell’ultima settimana sono morte più di 400 persone.

Perché ha scelto di andare in Sud Sudan?

Sono stato invitato dall’associazione Avsi, che opera nel paese da diversi anni. Ho visitato innanzitutto i compound dell’Onu a Juba, dove circa 20 mila Nuer sono ammassati in ogni campo, nei quali si riparano con pezzi di cartone e teli di plastica. Versano in uno stato drammatico, in condizioni igieniche inesistenti, con poca acqua. Hanno bisogno di tutto ma non possono uscire.

Cosa potrebbe succedere?

Sarebbero massacrati. Ho girato immagini incredibili all’interno di due quartieri Nuer della capitale ripuliti etnicamente. Ora sono deserti e la stampa non può entrare: noi abbiamo girato con una telecamera nascosta e filmato le case saccheggiate e devastate. Ma anche la povertà dei villaggi più sperduti è sconvolgente.

Cioè?

Con Avsi e i loro medici mi sono recato nelle comunità più lontane e la condizione di questa gente mi ha davvero colpito: ne ho visitati di paesi poveri africani ma non avevo mai visto bambini così denutriti. Tanto che sono ormai imbambolati, non rispondono agli stimoli, come fossero fantasmi. È una situazione che ti spezza il cuore, con i medici di Avsi abbiamo anche salvato una bambina che stava per morire.

Nel nord i ribelli non hanno risparmiato neanche le missioni religiose.

Una delle parti più importanti del reportage è rappresentata dall’intervista a un comboniano che ha passato con altri preti, suore e civili 18 giorni nelle foreste e nelle paludi, scappando dai ribelli che gli sparavano addosso. Mi hanno mostrato dei video: un’esperienza allucinante.

Gli sfollati interni sono ormai un milione. L’Onu ne ospita 100 mila ma la scorsa settimana proprio un campo dell’Unmiss a Bor è stato attaccato.

Questa è una cosa molto preoccupante. Bisogna far notare che i circa 12 mila caschi blu nel paese per la prima volta hanno aperto i cancelli delle loro basi alle popolazioni civili. Questa è una svolta positiva ma non sono in grado di difendere quelle persone perché il governo ormai odia l’Onu perché protegge i Nuer e presto potrebbe addirittura cacciare le Nazioni Unite dal paese. Se questo avvenisse, sarebbe terribile e la situazione degenererebbe.

Ci sono segnali di riconciliazione?
Una delle cose più agghiaccianti è che i politici non fanno niente di concreto per fermare questo assurdo massacro. Secondo il superiore dei comboniani, padre Daniele Moschetti, sono già morte almeno 16 mila persone. Parliamo di 16 mila famiglie che gridano vendetta: l’odio monta e ci vorranno anni, decenni, per sanare le ferite. Senza contare che nel paese non si svolge più una vita normale: a Juba i ragazzi Nuer non vanno a scuola perché hanno paura, i più grandi non lavorano. Sono terrorizzati. Se devo essere sincero, non mi aspettavo di trovare una situazione del genere perché da noi non ne parla nessuno.

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