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05/01/2014

Medio Oriente in pezzi, la road map 2014
di Tommaso Canetta

Dalla Siria all’Iran, dal golpe egiziano alla crisi turca, nell’area tutto sta cambiando

Il caos in Medio Oriente, nel corso del 2013, ha fatto un salto di qualità. I numerosi focolai nati dopo la Primavera Araba, già fortemente interconnessi, si sono saldati in alcuni macro-fenomeni che coinvolgono l’intera regione. In particolar modo è esploso lo scontro interno all’Islam tra sunniti e sciiti. Spesso usato strumentalmente per coprire altri interessi, e alimentato dalla guerra in Siria, ha finito per contagiare quasi tutti i Paesi mediorientali. Ma il 2013 è stato un anno di eccezionale importanza anche per altri diversi motivi.

La Siria

In Siria, specialmente da aprile in poi, le possibilità di vittoria si sono spostate a favore del regime. Il mancato intervento degli Stati Uniti, che pure in estate avevano prefigurato la possibilità di un bombardamento, e l’accordo sulle armi chimiche di Damasco, hanno rafforzato Assad, già in situazione di superiorità militare grazie ai consistenti aiuti iraniani, iracheni, dell’Hezbollah libanese e russi. Dall’altro lato della barricata il peso crescente di gruppi legati al jihadismo islamico e la conseguente divisione del fronte ribelle - non solo tra estremisti islamici e “moderati”, ma anche all’interno del secondo gruppo - hanno indebolito militarmente e politicamente l’opposizione al regime, facendola apparire un interlocutore non affidabile ai potenziali alleati occidentali.

L’Arabia Saudita

In controluce negli eventi dell’ultimo anno si intuisce poi la minore importanza che gli Stati Uniti attribuiscono all’area - anche se questa tendenza si espliciterà maggiormente nel lungo periodo - e il minor schiacciamento di Washington sulle posizioni dell’Arabia Saudita, alleato fondamentale nella regione. Per reazione, Riad, che pure non può permettersi scarti eccessivi a livello ufficiale, sembra finanziare con le ingenti risorse dei petrodollari le attività terroristiche e di guerriglia in ottica anti-sciita e anti-iraniana in tutto il Medio Oriente.

Il Libano

Diversi analisti hanno visto dietro gli attentati di dicembre in Libano all’ambasciata iraniana e a un leader di Hezbollah la mano dei servizi sauditi. Il Paese dei cedri, le cui sorti sono da sempre legate a doppio filo a quelle della Siria, è investito in pieno dalle conseguenze del conflitto intrareligioso e tra potenze della regione. Il recente attacco terroristico in cui è rimasto ucciso Muhammad Shatah – consigliere dell’ex premier Hariri, “nemico” di Assad – e l’esplosione nella roccaforte sciita a sud di Beirut del 2 dicembre si possono leggere come l’ennesimo passo in una spirale di azioni e reazioni di cui non si vede la fine.

L’Iran

Altro evento fondamentale del 2013 è stata l’elezione a giugno in Iran del nuovo presidente, Hassan Rohani, conservatore moderato. Vista la grave crisi economica e sociale che attraversa il Paese degli Ayatollah, il mandato del nuovo presidente è stato fin da subito quello di rompere la morsa asfissiante delle sanzioni internazionali aprendo una trattativa sulla questione del nucleare di Teheran. A fine novembre l’Iran è riuscito ad ottenere una riduzione delle sanzioni per sei mesi, in cambio di uno stop al programma atomico, per portare avanti una trattativa con il 5+1 (i Paesi del Consiglio di sicurezza Onu, più la Germania). Le conseguenze economiche immediate saranno positive per il Paese. E, se si considera che Teheran spende molti fondi per sostenere Assad nel conflitto siriano, si ha un’altra prova dello scarso coinvolgimento dell’Occidente nel sostenere i ribelli, considerati sacrificabili rispetto alle prospettive di una normalizzazione dei rapporti con l’Iran.

L’Egitto

La frattura tra sciiti e sunniti, che si sovrappone anche se non perfettamente alla competizione regionale tra Iran e Arabia Saudita, non è l’unica. All’interno della galassia sunnita nel corso del 2013 si è evidenziato anche il fallimento dell’esperimento – su cui pure molti avevano investito all’indomani delle Primavere Arabe – dell’Islam di governo incarnato dai Fratelli Musulmani. Il colpo di Stato avvenuto in Egitto il 3 luglio, con la cacciata del presidente eletto Mohamed Morsi ad opera dei militari, ha stroncato la portata regionale di questo fenomeno, pure già in difficoltà in altri Paesi anche del Nord Africa (ad esempio la Tunisia). A sostegno del nuovo corso “laico” e militarista – guardato con un misto di interesse e sospetto dall’Occidente – si è schierata l’Arabia Saudita. Il Paese del Golfo infatti, oltre a giocare la propria partita in opposizione alle potenze regionali sciite, ha anche interesse a soffocare movimenti come i Fratelli Musulmani, potenzialmente pericolosi per la monarchia di Riad.

La Turchia

Ultimo, dovendo semplificare, grande fenomeno del 2013 nella regione è la crisi dell’islam moderato di governo della Turchia. Il premier Erdogan si è trovato a dover affrontare le proteste di Gezi Park, secondo alcune fonti da leggersi sia come una reazione della parte laica del Paese ai tentativi di “islamizzazione” della società sia come sintomo di insofferenza verso una politica iper-maggioritaria, clientelare e accentratrice che sacrifica i diritti delle minoranze. Successivamente il premier turco è stato travolto dagli scandali politici (pare molto più insidiosi delle proteste di piazza) che ancora a fine anno stanno coinvolgendo il suo governo.

L’indebolimento interno di Erdogan ha ripercussioni su tutte le questioni regionali o quasi. Nel conflitto in Siria il supporto ai ribelli, in principio molto consistente, sta scemando sempre più. Le ambizioni “neo-ottomane” di potenza nell’area escono necessariamente ridimensionate. Infine, complici le situazioni concomitanti di caos e debolezza della Siria e dell’Iraq, si fa sempre più forte la prospettiva di un’evoluzione nella questione curda. Se non l’indipendenza e l’unità in un solo Stato, una maggiore autonomia rispetto agli Stati nazionali di appartenenza ed un maggior collegamento tra autorità curde sembra a portata di mano.

Gli scenari del 2014

Alla luce di questo quadro, in cui praticamente tutto è collegato e caotico, si possono avanzare delle ipotesi su quali saranno gli sviluppi e le sfide che si avranno nel 2014. «Vista la superiorità militare del regime e l’andamento del conflitto negli ultimi mesi, la guerra in Siria potrebbe concludersi con una vittoria di Assad. In quel caso probabilmente non si avrebbe una reale pacificazione del Paese, ma una situazione di terrorismo e guerriglia a bassa intensità», sostiene Simone Pasquazzi, docente di relazioni internazionali e analista di geopolitica e sicurezza per enti pubblici e privati. «Un’altra ipotesi è che si arrivi a una frammentazione della Siria. In quel caso ad Assad rimarrebbe una porzione di territorio lungo la costa, dove si concentravano in origine gli alauiti (la minoranza religiosa a cui appartiene il presidente);  ai curdi verrebbe lasciata una parte del nord del Paese – che già controllano militarmente, non avendo ceduto né ai lealisti di Assad né ai ribelli estremisti islamici. La regione centrale diventerebbe uno Stato prevalentemente sunnita, con il rischio però di infiltrazioni da parte del fanatismo religioso. Questa soluzione potrebbe essere favorita da uno stallo nella situazione militare e dal coinvolgimento, a cui pure si sta lavorando, dell’Iran al tavolo delle trattative».

La nascita di uno Stato islamico nella regione di confine tra Siria e Iraq è un rischio cresciuto fortemente nell'ultimo anno. Non solo dal lato siriano infatti i ribelli sunniti legati alla jihad (come l'Isil o Al Nousra) hanno rafforzato la propria presenza, tanto a discapito dei "lealisti" di Assad quanto delle altre fazioni di insorti, ma anche dal lato iracheno. E' recente la notizia che Falluja, roccaforte sunnita all'interno dell'Iraq (Paese popolato per due terzi da sciiti), è stata conquistata da guerriglieri affiliati all'Isil, organizzazione di matrice qaedista. L'impegno nel conflitto siriano a favore di Assad del governo iracheno e la concomitante dura repressione delle istanze espresse dai sunniti già al tempo delle primavere arabe, hanno rafforzato per reazione anche il fanatismo sunnita vicino ad AlQaeda.

Quali altri conseguenze potrebbero derivare nel prossimo futuro dalla guerra civile siriana?
Sicuramente continueranno le ripercussioni negative su Paesi limitrofi, come l’Iraq o il Libano. L’Arabia Saudita potrebbe accentuare ulteriormente la propria attività di intelligence nel tentativo di destabilizzare l’asse sciita, che nel 2013 – con il nuovo corso in Iran e con il rafforzamento di Assad – si è un po’ stabilizzato. Tuttavia non credo che i sauditi potranno tirare troppo la corda nei confronti degli Stati Uniti. È vero che l’America vuole ridurre i suoi impegni nell’area, ma essendo ancora molto incerta la situazione su più fronti, né Washington né Riad hanno interesse a un deterioramento eccessivo dei loro rapporti. Secondo alcune fonti i sauditi starebbero prendendo in considerazione, specie se l’accordo tra Iran e 5+1 dovesse andare a buon fine, di annettere la zona sud dello Yemen, per garantirsi uno sbocco sul Mare Arabico ed essere così meno dipendenti dallo stretto di Hormuz, controllato da Teheran.

Quanto alla conferenza di pace di Ginevra sulla Siria?
Non credo ci si possano aspettare grandi risultati. Piuttosto qualche piccolo passo in avanti, magari di carattere principalmente simbolico.

Molto, in Siria come in tutto il Medio Oriente, sembra essere collegato alla riuscita della trattativa sul nucleare iraniano. Si può azzardare una previsione?

Considerato il forte interesse che le parti della trattativa hanno alla sua riuscita, si può ipotizzare che alla fine un accordo si trovi. E’ anche vero che una certa ambivalenza della teocrazia, già dimostrata in passato, e le pressioni di Sauditi e Israele – almeno, della parte conservatrice di Israele attualmente al governo –, potrebbero far naufragare il tutto. Direi comunque che la prima ipotesi è leggermente più probabile.

L’Egitto nel 2014 che Paese sarà? Assisteremo ad una progressiva normalizzazione o proseguirà lo status quo?
Almeno per il primo semestre penso che rimarrà lo status quo e, vista anche la recente decisione di mettere fuori legge i Fratelli Musulmani, non ci sarà una transizione democratica. Se così fosse la situazione potrebbe degenerare da un punto di vista della sicurezza interna, specie se chi era contrario a Morsi rimanesse deluso anche dal nuovo corso, incarnato dal generale Al-Sisi, comandante in capo delle forze armate. Molto dipenderà dalla situazione economica, attualmente in crisi e a suo tempo determinante (insieme ad altri fattori) a scavare il terreno sotto i piedi del governo Morsi. Il Fondo monetario internazionale sarebbe pronto a sbloccare un ingente prestito ma in cambio chiede diverse liberalizzazioni che i militari, controllori non solo della sicurezza ma anche di importanti settori economici, non sembrano voler concedere. In questo caso potrebbe accentuarsi ulteriormente il legame economico tra Egitto e Arabia Saudita, che compenserebbe coi propri finanziamenti eventuali riduzioni da parte occidentale.

Nel 2013 è andato in sofferenza uno dei Paesi storicamente più affidabili del Medio Oriente, la Turchia. Ci sono gravi rischi di destabilizzazione?
Una qualche destabilizzazione politica, alla luce della crisi di Erdogan e del suo sistema di potere, ci sarà. Ma non farei dell’allarmismo. Non penso sia alle viste un colpo di stato militare come ce ne sono stati in passato, né un precipitare della situazione ai livelli egiziani. Le elezioni del prossimo marzo faranno da cartina di tornasole della forza o debolezza dell’Akp (il partito di Erdogan), che al momento si trova schiacciato tra i laici – dati in crescita nei consensi – e gli islamici più conservatori, in particolare i seguaci dell’intellettuale islamico Muhammed Fethullah Gülen.

E i curdi? Riusciranno ad approfittare della situazione di confusione in Turchia, Siria e Iraq?
Il caos rema a loro favore e forse nel 2014 si vedranno degli altri passi in avanti sulla strada della loro autonomia. Tuttavia, pur configurandosi in tal senso una finestra di opportunità, ciò non significa che di qui a breve si arriverà necessariamente alla creazione di uno Stato unitario curdo. I curdi sembrano ancora troppo divisi, in particolare tra la linea politica dei curdi turchi – vicini al Pkk – e quella dei curdi iracheni. I curdi siriani poi, qualora si arrivasse a una soluzione diplomatica della guerra civile, si troverebbero in una buona posizione per ottenere il riconoscimento di una vasta autonomia (come fatto a suo tempo dai curdi iracheni dopo l’invasione americana del 2003).

In tutto questo scenario sembra essere quasi scivolata in secondo piano la questione israelo-palestinese. Qual è la situazione e come potrebbe evolvere?
Sia i palestinesi che gli israeliani sono divisi al loro interno e questo rende difficile la trattativa. Israele magari dà la disponibilità al negoziato, ma poi autorizza la creazione di nuove colonie nei territori occupati. I Palestinesi dicono di voler trattare, ma poi non rinunciano a minacciare la sicurezza di Israele. Questa condizione di frammentazione e sfiducia reciproca si somma ad una disattenzione internazionale quasi senza precedenti (nonostante i molteplici viaggi del Segretario di Stato americano, John Kerry). Forse per la prima volta viene messo in discussione l’assioma per cui le questioni mediorientali sono di regola variabili dipendenti da quella israelo-palestinese. Attualmente parrebbe il contrario: la guerra in Siria, la trattativa con l’Iran, le mosse degli altri attori regionali e internazionali potrebbero determinare quelle delle leadership israeliana e palestinese.

L’Italia può giocare un ruolo nello scenario mediorientale? Prima delle sanzioni internazionali l’Iran aveva un interscambio economico di 7 miliardi con l’Italia, e anche Damasco era un partner commerciale importante.
L’Italia non può ovviamente pesare quanto Stati Uniti e Russia, e forse nemmeno come Francia e Inghilterra. Tuttavia possiamo proporci come mediatori, anche sfruttando l’immagine positiva che ha il Paese presso molti attori mediorientali. L’importante è essere presenti, esercitare il “soft power”, e in questo senso mi sembra che il ministro degli Esteri Bonino si stia muovendo bene. Penso in particolare al tentativo di portare l’Iran al tavolo negoziale sulla Siria. Sarebbe un bene per la trattativa in generale, e sarebbe un bene anche per gli interessi economici dell’Italia, visti anche i passati legami con Teheran e Damasco.


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