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2 agosto 2014

Indignazione
di Noam Chomsky
traduzione di Giuseppe Volpe

Quasi ogni giornata ci reca notizie di crimini terribili, ma alcuni sono tanto odiosi, tanto orrendi e malvagi da far sembrare minore tutto il resto. Uno di questi rari eventi ha avuto luogo il 17 luglio, quando il volo MH17 della Malaysian Airlines è stato abbattuto in Ucraina Orientale, uccidendo 298 persone.

Il Guardiano della Virtù alla Casa Bianca ha denunciato il fatto come un’”offesa di proporzioni indicibili”, che ha attribuito al “sostegno russo”. La sua ambasciatrice all’ONU ha tuonato che “quando sono uccisi 298 civili” nell’”abbattimento orribile” di un aereo civile “non dobbiamo fermarci davanti a nulla per stabilire chi ne è responsabile e portarlo davanti alla giustizia”. Ha anche sollecitato Putin a por fine ai suoi tentativi vergognosi di sottrarsi alla sua chiarissima responsabilità.

Vero, l’”irritante piccoletto” con la “faccia da topo” (definizione di Timothy Garton Ash) aveva sollecitato un’indagine indipendente, ma ciò poteva essere dovuto unicamente alle sanzioni dell’unico paese abbastanza coraggioso da imporle, gli Stati Uniti, mentre gli europei si erano fatti piccoli per la paura.

Sulla CNN l’ex ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, ha assicurato il mondo che l’irritante piccoletto “è chiaramente responsabile … dell’abbattimento di questo aereo di linea”. Per settimane articoli di prima pagina hanno descritto l’angoscia delle famiglie, le vite delle vittime assassinate, i tentativi internazionali di reclamare i corpi, l’ira per l’orrendo crimine che “ha fatto impietrire il mondo”, come la stampa ha scritto quotidianamente in agghiacciante dettaglio.

Ogni persona istruita, e certamente ogni giornalista e opinionista, ha istantaneamente ricordato un altro caso in cui un aereo è stato abbattuto con una perdita di vite umane paragonabile: il volo 655 dell’Iran Air, con 290 uccisi, compresi 66 bambini, abbattuto nello spazio aereo iraniano su una rotta commerciale chiaramente identificata. Il crimine non era stato compiuto “con il sostegno statunitense” né il responsabile era mai stato incerto. Si era trattato di un missile guidato dall’incrociatore statunitense Vincennes, operante in acque iraniane nel Golfo Persico.

Il comandante di un vascello statunitense vicino, David Carlson, ha scritto nel Procedimento della Marina USA di aver “manifestato ad alta voce la sua incredulità e sconcerto” quando “la Vincennes ha annunciato le sue intenzioni” di attaccare quello che era chiaramente un aereo civile. Ha ipotizzato che il “Robo-incrociatore”, come era chiamato il Vincennes per il suo comportamento aggressivo, “abbia sentito la necessità di dimostrare l’affidabilità dell’Aegis (il sofisticato sistema antiaereo dell’incrociatore) nel Golfo Persico e che abbia agognato l’occasione di mostrare il proprio talento”.

Due anni dopo al comandante del Vincennes e all’ufficiale responsabile della guerra antiaerea è stata concessa la medaglia della Legione al Merito per “una condotta eccezionalmente meritoria nell’assolvimento di un servizio eccezionale” e per l’”atmosfera calma e professionale” nel corso della distruzione dell’airbus iraniano, non citato nell’onorificenza.

Il presidente Reagan incolpò gli iraniani e difese le azioni della nave da guerra che aveva “rispettato disposizioni permanenti e procedure ampiamente pubblicizzate, sparando per proteggersi da un possibile attacco”. Il suo successore, Bush I, proclamò che “Non chiederò mai scusa per conto degli Stati Uniti. Non mi interessa quali siano i fatti … Non solo il genere di persona che porge le scuse degli Stati Uniti.”

Nessuna elusione delle responsabilità, qui, diversamente dai barbari dell’Est.

Ci furono scarse reazioni all’epoca: nessuna indignazione, nessuna ricerca disperata delle vittime, nessuna denuncia appassionata dei responsabili, nessun lamento eloquente dell’ambasciatore degli USA all’ONU sulla “perdita immensa e struggente” quando l’aereo di linea fu abbattuto. Le condanne iraniane furono segnalate occasionalmente, ma scartate come “attacchi rituali contro gli Stati Uniti” (Philip Shenon, New York Times).

Poca meraviglia, allora, se questo insignificante evento precedente ha meritato solo poche parole disperse nei media statunitensi nel corso del vasto furore per un crimine reale in cui potrebbe essere stato indirettamente coinvolto il nemico demoniaco.

Un’eccezione è stata il London Daily Mail, in cui Dominick Lawson ha scritto che anche se “gli apologeti di Putin” potrebbero tirar fuori l’attacco alla Iran Air, il paragone in realtà dimostra i nostri elevati valori morali diversamente dai miserabili russi che cercano di sottrarsi con menzogne alle loro responsabilità per il volo MH 17, mentre Washington annunciò immediatamente che la nave da guerra statunitense aveva abbattuto l’aereo iraniano … giustamente. Quale prova più potente potrebbe esserci della nostra nobiltà e della loro depravazione?

Sappiamo perché gli ucraini e i russi stanno nei loro paesi, ma uno potrebbe chiedersi che cosa esattamente stesse facendo il Vincennes in acque iraniane. La risposta è semplice. Stava difendendo in grande amico di Washington Saddam Hussein nella sua aggressione assassina all’Iran. Per le vittime l’abbattimento non fu cosa da poco. Fu uno dei fattori principali del riconoscimento iraniano di non poter combattere più a lungo, secondo lo storico Dilip Hiro.

Merita di essere ricordata la misura della devozione di Washington al proprio amico Saddam. Reagan lo cancellò dalla lista dei terroristi in modo da poter inviare aiuti per accelerare il suo assalto all’Iran e successivamente negò i suoi terribili crimini contro i curdi, tra cui l’uso di armi chimiche, bloccando le condanne del Congresso. Accordò anche a Saddam un privilegio altrimenti concesso solo a Israele: non ci fu alcuna seria reazione quando l’Iraq attaccò con missili la nave USA Stark, uccidendo 37 membri dell’equipaggio, in modo molto simile al caso della nave USA Liberty, attaccata ripetutamente da jet e torpediniere israeliane nel 1967, uccidendo 34 membri dell’equipaggio.

Il successore di Reagan, Bush I, continuò a fornire altri aiuti a Saddam, assolutamente necessari dopo la guerra con l’Iran da lui scatenata. Bush anche invitò ingegneri nucleari iracheni negli Stati Uniti per un addestramento avanzato nella produzione di armamenti. Nell’aprile del 1990 Bush inviò una delegazione senatoriale di alto livello, guidata dal futuro candidato Repubblicano alla presidenza Bob Dole, a trasmettere i suoi calorosi saluti all’amico Saddam e ad assicurargli che avrebbe dovuto ignorare le critiche irresponsabili della “stampa altezzosa e viziata” e che tali miscredenti erano stati allontanati dalla Voice of America. Le adulazioni di Saddam continuarono fino a quando pochi mesi dopo si trasformò in un novello Hitler disobbedendo agli ordini, o forse fraintendendoli, e invadendo il Kuwait, con conseguenze illuminanti che val la pena di riesaminare nuovamente, anche se tralascerò qui questa interessante materia.

Altri esempi precedenti erano da lungo tempo stati gettati nel cestino della memoria come insignificanti. Un esempio è l’aereo di linea civile libico andato perso in una tempesta di sabbia nel 1973 quando era stato abbattuto da caccia israeliani forniti dagli Stati Uniti a due minuti di volo dal Cairo, dove era diretto. Il pedaggio delle vittime fu solo di 110 quella volta. Israele incolpò il pilota francese, con l’avallo del New York Times che aggiunse che l’atto israeliano era “al peggio … un atto di insensibilità che nemmeno la ferocia di precedenti azioni arabe può scusare”. All’incidente si passò sopra velocemente negli Stati Uniti, con scarse critiche. Quanto il primo ministro israeliano Golda Meir arrivò quattro giorni dopo negli Stati Uniti, dovette affrontare poche domande imbarazzanti e tornò in patria con nuovi doni in termini di velivoli militari.

La reazione fu in gran parte la stessa quando l’organizzazione terroristica angolana preferita di Washington, l’UNITA, rivendicò l’abbattimento di due aerei civili di linea contemporaneamente, tra altri casi.

Tornando all’unico crimine autentico e davvero orrendo, il New York Times ha scritto che l’ambasciatrice statunitense all’ONU Samantha Power “è rimasta ammutolita nel parlare dei neonati periti nella distruzione dell’aereo della Malaysia Airlines in Ucraina [e] il ministro degli esteri olandese, Frans Timmermans, ha potuto a stento trattenere l’ira nel ricordare di aver visto fotografie di ‘teppisti’ che sottraevano fedi nuziali dalle dita delle vittime”.

Nella stessa seduta, prosegue l’articolo, c’è stata anche “una lunga elencazione di nomi ed età, tutti appartenenti a bambini uccisi nella più recente offensiva israeliana contro Gaza”. La sola reazione riferita è stata dell’inviato palestinese Riyad Mansour che “è diventato silenzioso nel mezzo” dell’elencazione.

L’attacco israeliano contro Gaza a luglio ha, comunque, suscitato effettivamente indignazione a Washington. Il presidente Obama ha “reiterato la sua ‘forte condanna’ degli attacchi missilistici e attraverso i tunnel del gruppo militante Hamas contro Israele”, ha riferito The Hill. Ha “anche espresso ‘crescente preoccupazione’ per l’aumento dei morti civili palestinesi a Gaza”, ma senza condanna. Il Senato ha colmato il vuoto, votando unanimemente a sostegno delle azioni di Israele a Gaza condannando contemporaneamente “il lancio non provocato di missili contro Israele” da parte di Hamas e sollecitando “il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas a sciogliere l’accordo di unita governativa con Hamas e a condannare gli attacchi contro Israele”.

Quanto al Congresso forse è sufficiente unirsi all’ottanta per cento del pubblico che ne disapprova il comportamento, anche se il verbo “disapprovare” è piuttosto troppo tenue in questo caso. Ma a difesa di Obama può essere che egli non abbia idea di che cosa Israele stia facendo a Gaza con le armi che egli è tanto gentile da fornirgli. Dopotutto egli si basa sui servizi d’informazione statunitensi, che possono essere troppo indaffarati a raccogliere chiamate telefoniche e messaggi email dei cittadini per prestare grande attenzione a simili inezie. Può essere utile, allora, passare in rassegna ciò che tutti dovremmo sapere.

L’obiettivo di Israele è da lungo tempo semplice: tranquillità in cambio di tranquillità, un ritorno alla normalità (anche se oggi può pretendere anche di più). Qual è allora la normalità?

Per la West Bank la normalità è stata che Israele porta avanti la sua costruzione illegale di insediamenti e infrastrutture cosicché possano integrarsi con Israele, quale che ne sia il valore, consegnando contemporaneamente i palestinesi a cantoni invivibili e assoggettandoli a intense repressioni e violenze.

Negli ultimi 14 anni la normalità è stata che Israele uccide più di due bambini palestinesi la settimana. La più recente furia israeliana è stata scatenata dall’assassinio brutale di tre ragazzi israeliani di una comunità di coloni nella West Bank occupata. Un mese prima due ragazzi palestinesi erano stati uccisi nella città di Ramallah. Ciò non ha suscitato alcuna attenzione, il che è comprensibile, visto che si tratta di routine. “La disattenzione istituzionalizzata in occidente nei confronti della vita dei palestinesi contribuisce a spiegare non solo perché i palestinesi ricorrono alla violenza”, scrive il rispettato analista del Medio Oriente Mouin Rabbani, “ma anche il più recente assalto israeliano alla Striscia di Gaza”.

Tranquillità in cambio di tranquillità ha anche consentito a Israele di far progredire il suo programma di separazione di Gaza dalla West Bank. Tale programma è stato perseguito con vigore, sempre con il sostegno statunitense, sin da quando gli USA e Israele accettarono gli accordi di Oslo, che dichiarano le due regioni un’unità territoriale inseparabile. Uno sguardo alla mappa spiega la logica. Gaza costituisce il solo accesso della Palestina al mondo esterno, cosicché una volta che le due realtà siano separate, qualsiasi autonomia Israele possa concedere ai palestinesi della West Bank li lascerebbe in effetti imprigionati tra due stati ostili, Israele e la Giordania. La reclusione diventerà sempre più grave con la prosecuzione da parte di Israele del suo programma sistematico di espulsione dei palestinesi dalla Valle del Giordano e di costruzione, ivi, di insediamenti israeliani che godano di tranquillità in cambio di tranquillità.

La normalità a Gaza è stata descritta in dettaglio dall’eroico traumatologo norvegese Mads Gilbert, che ha lavorato nel principale ospedale di Gaza nel corso di tutti i più grotteschi crimini di Israele ed è tornato per l’attuale massacro. Nel giugno del 2013, immediatamente prima della più recente strage israeliana, ha sottoposto un rapporto sul settore sanitario di Gaza all’UNRWA, l’agenzia dell’ONU che cerca disperatamente, con risorse ridotte all’osso, di assistere i profughi.

“Almeno il 57% delle famiglie di Gaza vive nell’incertezza del cibo e circa l’80% è oggi destinatario di aiuti”, racconta Gilbert. “L’insicurezza alimentare e la povertà in aumento significano anche che la maggior parte dei residenti non è in grado di soddisfare le sue necessità caloriche quotidiane, mentre più del 90% dell’acqua di Gaza è stata giudicata inadatta al consumo umano”, una situazione che sta diventando ancor peggiore con Israele che attacca nuovamente i sistemi idrici e fognari, lasciando più di un milione di persone con una sempre più grave negazione delle necessità minime della vita.

Gilbert riferisce che “i bambini palestinesi di Gaza stanno soffrendo immensamente. Una vasta percentuale è colpita dal regime di malnutrizione artificiale causato dal blocco imposto da Israele. L’incidenza dell’anemia nei bambini sotto i due anni è al 72,8% mentre quella del deperimento, dei problemi di sviluppo e del peso inferiore alla norma è stata documentata, rispettivamente, al 34,3 per cento, 31,4 per cento e 31,45 per cento”. E si va di male in peggio con il proseguire del rapporto.

L’eminente avvocato dei diritti umani Raji Sourani, che è rimasto a Gaza negli anni della brutalità e del terrorismo israeliano, riferisce che “la frase più comune che ho sentito quando si comincia a parlare di cessate il fuoco: tutti dicono che per tutti noi è meglio morire e non tornare alla situazione che avevamo prima di questa guerra. Non la rivogliamo. Non abbiamo dignità, orgoglio; siamo solo bersagli facili e siamo molto a buon prezzo. O questa situazione migliora davvero oppure è meglio semplicemente morire. Parlo di intellettuali, accademici, gente comune: tutti dicono questo”.

Sentimenti simili sono stati espressi diffusamente: è meglio morire con dignità che strangolati lentamente dal torturatore.

Per Gaza i piani per la normalità sono stati spiegati esplicitamente da Dov Weissglass, un confidente di Ariel Sharon, la persona che ha negoziato il ritiro dei coloni israeliani da Gaza nel 2005. Salutato come un gesto grandioso in Israele e dagli accoliti e illusi altrove, il ritiro in realtà è stato un “trauma nazionale” attentamente inscenato, appropriatamente messo in ridicolo dai commentatori israeliani informati, tra cui l’eminente sociologo israeliano, il defunto Baruch Kimmerling.

Ciò che è successo realmente è che i falchi israeliani, guidati da Sharon, si sono resi conto che era molto sensato trasferire i coloni illegali dalle loro comunità sussidiate nella Gaza devastata, dove erano sostenute a costi esorbitanti, reinsediandoli in insediamenti sussidianti in altri territori occupati, dove Israele intende restare. Ma invece di limitarsi a trasferirli, come sarebbe stato abbastanza semplice, era chiaramente più utile presentare al mondo immagini di bambini piccoli che imploravano i soldati di non distruggere le loro case, in mezzo a urla di “Mai più”, con l’ovvia implicazione. Ciò che rese quella farsa ancor più trasparente fu che era una replica del trauma inscenato quando Israele aveva dovuto evacuare il Sinai egiziano nel 1982. Ma ha funzionato molto bene per il pubblico voluto in patria e all’estero.

Weissglass ha offerto la propria descrizione del trasferimento dei coloni da Gaza ad altri territori occupati: “Quello che in effetti avevo concordato con gli statunitensi era che [i principali blocchi di insediamento nella West Bank] non sarebbero stati interessati e del resto non ci si sarebbe occupati quando i palestinesi si fossero trasformati in finlandesi”, ma un tipo speciale di finlandesi, che accettassero tranquillamente di essere governati da una potenza straniera. “La cosa importante è il congelamento del processo politico”, ha continuato Weissglass. “E quando congeli il processo previeni la creazione di uno stato palestinese e previeni una discussione sui profughi, i confini e Gerusalemme. In effetti questo intero pacchetto chiamato stato palestinese, con tutto ciò che implica, è stato rimosso a tempo indefinito dalla nostra agenda. E tutto questo con l’autorizzazione [del presidente Bush] e il permesso e la ratifica di entrambe le camere del Congresso.”

Weissglass ha spiegato inoltre che gli abitanti di Gaza sarebbero rimasti “a dieta, ma non al punto di farli morire di fame” perché ciò non avrebbe aiutato la reputazione in declino d’Israele. Con la loro celebrata efficienza tecnica, gli esperti israeliani avevano stabilito esattamente di quante calorie al giorno avevano bisogno gli abitanti di Gaza per la mera sopravvivenza, privandoli contemporaneamente di farmaci e di altri mezzi per una vita decente. Le forze militari israeliane li hanno confinati da terra, mare e aria in quello che il primo ministro britannico David Cameron ha descritto accuratamente come un campo di prigionia. Il ritiro israeliano a lasciato Israele in pieno controllo di Gaza, dunque potenza occupante in base alla  legge internazionale. E per chiudere ancor più rigidamente la mura della prigione Israele ha escluso i palestinesi da una vasta regione lungo il confine, compreso un terzo o più della scarsa terra coltivabile di Gaza. La giustificazione è la sicurezza degli israeliani, che potrebbe semplicemente essere conseguita altrettanto bene creando la zona di sicurezza sul lato israeliano del confine o, più completamente, ponendo fine al feroce assedio e alle altre punizioni.

La versione ufficiale è che dopo che Israele aveva generosamente consegnato Gaza ai palestinesi, nella speranza che essi costruissero uno stato fiorente, essi hanno rivelato la loro vera natura sottoponendo Israele a ininterrotti attacchi missilistici e costringendo la popolazione in ostaggio a diventare martire in modo che Israele sia presentato sotto una cattiva luce. La realtà è piuttosto diversa.

Poche settimane dopo che le truppe israeliane si erano ritirate, lasciando intatta l’occupazione, i palestinesi hanno commesso un grave crimine. Nel gennaio del 2006 hanno votato nel modo sbagliato in un’elezione libera attentamente controllata, consegnando il controllo del parlamento a Hamas. I media intonano costantemente che Hamas è dedito alla distruzione di Israele. In realtà i suoi leader hanno ripetutamente chiarito esplicitamente che Hamas accetterebbe una soluzione a due stati conforme al consenso internazionale, bloccata dagli USA e da Israele per quarant’anni. Per contro Israele è impegnato nella distruzione della Palestina, a parte alcune parole occasionali prive di significato, e sta attuando tale impegno.

Vero, Israele ha accettato la road map per il raggiungimento della soluzione a due stati avviata dal presidente Bush e adottata dal Quartetto che deve controllarla: gli USA, l’Unione Europea, le Nazioni Unite e la Russia. Ma nell’accettare la road map il primo ministro Sharon ha improvvisamente aggiunto quattordici riserve che in effetti la vanificano. I fatti erano noti agli attivisti, ma sono stati rivelati al pubblico in generale per la prima volta dal libro di Jimmy Carter ‘Palestine: Peace Not Apartheid’ [Palestina: pace, non apartheid]. Restano sotto silenzio negli articoli e nei commenti dei media.

La piattaforma (non rivista) del 1999 del partito al governo d’Israele, il Likud di Binyamin Netanyahu, “rigetta categoricamente la creazione di uno stato arabo palestinese a ovest del fiume giordano”. E per quelli che amano fissarsi su carte prive di significato, la componente chiave del Likud, l’Herut di Menahem Begin, deve ancora abbandonare la sua dottrina fondante che il territorio su entrambe i lati del Giordano è parte della Terra d’Israele.

Il crimine dei palestinesi del gennaio 2006 è stato punito immediatamente. Gli USA e Israele, con l’Europa vergognosamente indietro, ha imposto dure sanzioni alla popolazione in errore e Israele ha incrementato la sua violenza. Arrivati a giugno, quando gli attacchi si sono fortemente intensificati, Israele aveva già sparato più di 7.700 proiettili [da 155 mm.] contro il nord di Gaza.

Gli USA e Israele hanno rapidamente avviato piani per un colpo di stato militare che rovesciasse il governo eletto. Quando Hamas ha avuto la spudoratezza di sventare i piani, gli assalti e l’assedio israeliano si sono fatti molto più duri, giustificati dall’affermazione che Hamas si era impossessato della Striscia di Gaza con la forza, il che non è del tutto falso anche se è omesso qualcosa di cruciale.

Non dovrebbe essere necessario ripassare nuovamente l’orrenda storia da allora. L’incessante assedio e gli attacchi feroci sono punteggiati da episodi di “taglio del prato”, per mutuare l’espressione scelta da Israele per i suoi periodici esercizi di arpionamento del pesce in uno stagno in quella che chiama una “guerra di difesa”. Una volta che il prato è rasato e la popolazione disperata cerca di ricostruire in qualche modo dalla devastazione e dagli assassinii, c’è un accordo di cessate il fuoco. Essi sono stati regolarmente rispettati da Hamas, come Israele ammette, fino a quando Israele li viola con rinnovata violenza.

Il cessate il fuoco più recente è stato stabilito dopo l’assalto di Israele dell’ottobre 2012. Anche se Israele ha mantenuto il suo assedio devastante, Hamas ha rispettato il cessate il fuoco, come ammettono dirigenti israeliani. Le cose sono cambiate a giugno, quando Fatah e Hamas hanno forgiato un accordo di unità, che ha formato un nuovo governo di tecnocrati cui Hamas non partecipava e ha accettato tutte le richieste del Quartetto. Israele era naturalmente furioso, ancor di più quando gli Stati Uniti si sono uniti a segnalarne l’approvazione. L’accordo di unità non solo invalida la pretesa israeliana di non poter negoziare con una Palestina divisa, ma minaccia anche l’obiettivo a lungo termine di dividere Gaza dalla West Bank e di perseguire le sue politiche distruttive in entrambe le regioni.

Qualcosa andava fatto e l’occasione si è presentato poco tempo dopo, quando i tre ragazzi israeliani sono stati assassinati nella West Bank. Il governo Netanyahu ha saputo subito che erano morti, ma ha finto altrimenti, il che ha offerto l’occasione per scatenare una carneficina nella West Bank, prendendo di mira Hamas. Netanyahu ha affermato di avere una certa conoscenza che il responsabile era Hamas. Anche quella era una menzogna, come riconosciuto già all’inizio. Non c’è stata neppure una finta di presentare delle prove. Una delle principali autorità israeliane su Hamas, Shlomi Eldar, ha scritto quasi immediatamente che gli assassini molto probabilmente venivano da un clan dissidente di Hebron che è da lungo tempo una spina nel fianco per Hamas. Eldar ha aggiunto che “sono sicuro che non hanno avuto alcun via libera dalla dirigenza di Hamas, hanno semplicemente ritenuto fosse il momento giusto per agire”. La polizia israeliana da allora ha ricercato i due membri del clan continuando ad affermare, contrariamente all’evidenza, che sono “terroristi di Hamas”.

I 18 giorni di furore sono comunque effettivamente riusciti a minare il temuto governo di unità e ad accrescere fortemente la repressione israeliana. Secondo fonti militari israeliane, i soldati israeliani hanno arrestato 419 palestinesi, di cui 335 affiliati di Hamas, e hanno ucciso sei palestinesi, perquisendo anche migliaia di luoghi e confiscando 350.000 dollari. Israele ha anche condotto dozzine di attacchi contro Gaza, uccidendo 5 membri di Hamas il 7 luglio.

Hamas alla fine ha reagito con i suoi primi razzi da 19 mesi, hanno riferito dirigenti israeliani, offrendo a Israele il pretesto per l’Operazione Margine Protettivo dell’8 luglio.

Ci sono ampi servizi sui successi dell’autoproclamatosi Esercito Più Morale del Mondo, che dovrebbe ricevere il Premio Nobel per la Pace, secondo l’ambasciatore israeliano negli USA. Giunti alla fine di luglio, erano stati uccisi circa 1.500 palestinesi, superando il conto dei crimini dell’Operazione Piombo Fuso del 2008-09, il 70 per cento dei quali civili, comprese centinaia di donne e bambini. E tre civili in Israele. Vaste aree di Gaza sono state ridotte in macerie. Durante brevi pause tra i bombardamenti i parenti cercano disperatamente corpi a brandelli o articoli domestici tra le rovine delle case. E’ stata attaccata la principale centrale elettrica, non per la prima volta; questa è una specialità israeliana che taglia pesantemente l’elettricità già molto limitata e, peggio ancora, riduce la disponibilità minima di acqua potabile. Un altro crimine di guerra.  Contemporaneamente sono attaccate ripetutamente squadre di soccorso e ambulanze. Mentre le atrocità montano in tutta Gaza, Israele afferma che il suo obiettivo è distruggere i tunnel al confine.

Sono stati attaccati quattro ospedali, ciascun attacco ancora un altro crimine di guerra. Il primo è stato l’Ospedale Riabilitativo Al-Wafa di Gaza City, attaccato il giorno in cui le forze di terra hanno invaso la prigione. Poche righe sul New York Times,  all’interno di un articolo sull’invasione di terra, hanno informato che “la maggior parte, ma non tutti, dei 17 pazienti e 25 medici e infermiere è stata evacuata prima che l’elettricità fosse tagliata e pesanti bombardamenti quasi distruggessero l’edificio, hanno detto i medici. ‘Li abbiamo evacuati sotto il fuoco’, ha detto il dottor Ali Abu Ryala, un portavoce dell’ospedale. ‘Infermiere e medici hanno dovuto trasportare in spalla i pazienti, alcuni dei quali caduti dalle scale. C’è uno stato di panico senza precedenti nell’ospedale’.”

Sono stati poi attaccati tre ospedali funzionanti, con i pazienti e il personale lasciati ai propri mezzi per sopravvivere. Un crimine israeliano ha, in effetti, ricevuto vasta condanna: l’attacco a una scuola dell’ONU che ospitava 3.300 profughi terrorizzati che erano fuggiti dalle rovine dei loro quartieri su ordini dell’esercito israeliano. L’indignato commissario generale dell’UNWRA Pierre Kraehenbuehl ha dichiarato: “Condanno nei termini più forti possibili questa grave violazione della legge internazionale da parte delle forze israeliane … Oggi il mondo è caduto in disgrazia.” Ci sono stati almeno tre attacchi israeliani contro il rifugio dei profughi, un luogo ben noto all’esercito israeliano. “Il luogo preciso della Scuola Elementare Femminile Jabalia e il fatto che ospitava migliaia di profughi interni sono stati comunicati diciassette volte all’esercito israeliano, per garantirne la protezione”, ha affermato Kraehenbuehl, “l’ultima volta alle nove meno dieci della sera, soltanto poche ore prima del bombardamento fatale.”

L’attacco è stato condannato “nei termini più forti possibili” anche dal normalmente reticente Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon. “Nulla è più vergognoso che attaccare bambini che dormono”, ha detto. Non c’è evidenza che l’ambasciatore USA all’ONU sia “rimasto ammutolito nel parlare dei neonati morti” nell’attacco israeliano, o nell’attacco contro Gaza in generale.

Ma la portavoce della Casa Bianca, Bernadette Meehan, in effetti ha risposto. Ha detto: “Siamo estremamente preoccupati che migliaia di profughi interni palestinesi che sono stati sollecitati dall’esercito israeliano a lasciare le loro case non siano al sicuro in rifugi designati dell’ONU a Gaza. Condanniamo anche i responsabili dell’occultamento di armi nelle strutture delle Nazioni Unite a Gaza” ha aggiunto, omettendo di dire che tali strutture erano vuote e che le armi erano state scoperte dall’UNWRA, che aveva condannato coloro che le avevano nascoste.

In seguito l’amministrazione si è unita a condanne più forti di questo particolare crimine, contemporaneamente consegnando altre armi a Israele. Nel farlo, tuttavia, il portavoce del Pentagono, Steve Warren, ha dichiarato ai giornalisti: “Ed è divenuto chiaro che gli israeliani devono fare di più per essere all’altezza dei loro elevatissimi standard … nel proteggere la vita dei civili”; gli standard elevatissimi sono stati esibiti per molti anni usando armi statunitensi, e oggi di nuovo.

Gli attacchi alle strutture dell’ONU che accolgono profughi sono un’altra specialità israeliana. Un incidente famoso è il bombardamento israeliano del rifugio dell’ONU per i profughi, chiaramente identificato, a Qana durante la campagna omicida di Shimon Peres ‘Furore’ [Grapes of Wrath], che uccise 106 civili libanesi che vi si erano rifugiati, tra cui 52 bambini. Sicuramente Israele non è il solo a far questo. Venti anni prima il suo alleato sudafricano aveva lanciato un attacco aereo nell’interno profondo dell’Angola contro Cassinga, un campo profughi amministrato dal movimento di resistenza della Namibia SWAPO.

I dirigenti israeliani elogiano l’umanità dell’esercito che si spinge addirittura sino a informare i residenti che le loro case saranno bombardate. Tale pratica è “sadismo, ipocritamente mascherato da compassione”, nelle parole della giornalista israeliana Amira Hass. “Un messaggio registrato chiede a centinaia di migliaia di persone di lasciare le loro case già colpite per un altro luogo, ugualmente pericoloso, a dieci chilometri di distanza”. In realtà nessun luogo di questa prigione è al sicuro dal sadismo israeliano.

Alcuni trovano difficile approfittare della sollecitudine di Israele. Un appello al mondo della Chiesa Cattolica a Gaza cita un sacerdote che spiega la sofferenza dei residenti nella Casa di Cristo, una casa di cura dedita a occuparsi di bambini disabili. Sono stati trasferiti alla chiesa della Sacra Famiglia perché Israele stava attaccando l’area, ma oggi, egli scrive, “La chiesa di Gaza ha ricevuto un ordine di evacuazione. Bombarderanno l’area di Zeitun e la gente sta già fuggendo. Il problema è che il sacerdote padre George e tre suore di Madre Teresa hanno 29 bambini disabili e nove donne anziane che non sono in grado di muoversi. Come riusciranno ad andarsene? Se qualcuno può intercedere presso qualcuno al potere, e pregare, per favore lo faccia”.

In realtà non dovrebbe essere difficile. Israele ha già fornito istruzioni all’ospedale riabilitativo di Wafa. E fortunatamente almeno alcuni stati stanno intercedendo, meglio che possono. Cinque stati latinoamericani – Brasile, Cile, Ecuador, El Salvador e Peru – hanno ritirato i loro ambasciatori da Israele, seguendo la Bolivia e il Venezuela, che hanno rotto le relazioni in reazione a precedenti crimini israeliani. Queste iniziative di principio sono un altro segno del notevole cambiamento nelle relazioni mondiali e del fatto che l’America Latina comincia a liberarsi dal dominio occidentale, a volte facendo da modello di un comportamento civile per quelli che l’hanno controllata per 500 anni.

Le esecrabili rivelazioni hanno suscitato una reazione diversa nel Presidente Più Morale del Mondo, la solita: grande simpatia per gli israeliani, amara condanna di Hamas e inviti alla moderazione a entrambe le parti. Nella sua conferenza stampa del 1 agosto egli ha, in effetti, manifestato preoccupazione per i palestinesi “presi nel fuoco incrociato” (dove?) vigorosamente appoggiando, contemporaneamente, il diritto di Israele, come tutti, a difendersi. Non proprio tutti. Naturalmente non i palestinesi. Loro non hanno nessun diritto di difendersi, sicuramente non quando Israele si comporta bene, attenendosi alla norma della tranquillità in cambio di tranquillità: rubando la loro terra, cacciandoli dalle loro case, assoggettandoli a un assedio feroce e attaccandoli regolarmente con armi fornite dal suo protettore.

I palestinesi sono come gli africani neri, i profughi della Namibia nel campo di Cassinga, ad esempio: tutti terroristi per i quali il diritto alla difesa non esiste.

Una tregua umanitaria di 72 ore doveva entrare in vigore alle 8 di mattina del 1 agosto. E’ stata violata quasi immediatamente. Mentre scrivo, poche ore dopo, ci sono resoconti contrastanti e molto resta non chiaro. Secondo un comunicato stampa del Centro Al Mezan per i Diritti Umani a Gaza, che ha una solida reputazione di credibilità, uno dei suoi operatori sul campo a Rafah, al confine meridionale con l’Egitto, ha sentito l’artiglieria israeliana sparare circa alle otto e cinque minuti. Circa alle nove e trenta, dopo notizie che era stato catturato un soldato israeliano, era in corso un intenso bombardamento aereo e di artiglieria su Rafah che ha probabilmente ucciso dozzine di persone e ferito centinaia che erano tornate alle loro case dopo che era entrato in vigore il cessate il fuoco, anche se le cifre non si sono ancora potute verificare.

Il giorno prima, il 31 luglio, l’Agenzia Costiera dell’Acqua, il solo fornitore di acqua nella Striscia di Gaza, ha annunciato di non poter più fornire acqua o servizi sanitari per mancanza di combustibile e per i frequenti attacchi contro il personale. Al Mezan riferisce che a quel punto “quasi tutti i servizi sanitari fondamentali si sono interrotti nella Striscia di Gaza per la mancanza di acqua; raccolta di rifiuti e i servizi di igiene ambientale.” Contemporaneamente, alla vigilia del cessate il fuoco, missili israeliani lanciati da velivoli hanno continuato a uccidere e ferire vittime in tutta la regione.

Quando l’attuale episodio di sadismo sarà finalmente revocato, quando che sia, Israele spera di essere libero di perseguire le proprie politiche criminali nei territori occupati  senza interferenze e con l’appoggio statunitense di cui ha goduto in passato: militare, economico e diplomatico; e anche ideologico, inquadrando i problemi in conformità alle dottrine israeliane. Gli abitanti di Gaza saranno liberi di tornare alla normalità nel loro carcere gestito da Israele, mentre nella West Bank possono stare a guardare in pace Israele che smantella quel che resta delle loro proprietà.

Questo è l’esito probabile se gli USA manterranno il loro decisivo e virtualmente unilaterale appoggio ai crimini israeliani e il loro rifiuto del consolidato consenso internazionale sulla soluzione diplomatica. Ma il futuro sarà molto diverso se gli Stati Uniti ritireranno il loro appoggio. In quel caso sarebbe possibile far progredire la “soluzione duratura” a Gaza sollecitata dal Segretario di Stato Kerry, suscitando condanne isteriche in Israele perché l’espressione poteva essere interpretata come un appello alla fine dell’assedio e dei regolari attacchi israeliani. E – orrore degli orrori! – l’espressione poteva persino essere interpretata come un appello all’applicazione della legge internazionale nel resto dei territori occupati.

Non è che la sicurezza di Israele sarebbe minacciata dall’adesione alla legge internazionale; molto probabilmente sarebbe rafforzata. Ma, come spiegato quarant’anni fa dal generale israeliano, poi presidente, Ezer Weizman, Israele allora non avrebbe potuto “esistere nello dimensioni, nello spirito e nella qualità che oggi incarna”.

Ci sono casi simili nella storia recente. I generali indonesiani giurarono che non avrebbero mai abbandonato quella che il ministro degli esteri australiano Gareth Evans chiamava “la provincia indonesiana di Timor Est” mentre stava concludendo un accordo per rubare il petrolio di Timor. E fino a quando i generali al potere conservarono l’appoggio statunitense nel corso di decenni di massacri virtualmente genocidi, i loro obiettivi furono realistici. Alla fine, nel settembre del 1999, sotto una considerevole pressione interna e internazionale, il presidente Clinton li informò riservatamente che il gioco era finito e loro si ritirarono immediatamente, mentre Evans passò alla sua nuova carriera di lodato apostolo della “Responsabilità della Protezione”, certamente nella versione ideata per consentire il ricorso occidentale alla violenza a volontà.

Un altro caso rilevante il Sudafrica. Nel 1958 il ministro degli esteri del Sudafrica informò l’ambasciatore statunitense che anche se il suo paese stava diventando uno stato paria, non avrebbe avuto importanza fintanto che fosse continuato l’appoggio statunitense. La sua valutazione si dimostrò parecchio accurata. Trent’anni dopo Reagan fu l’ultima resistenza significativa a supporto del regime dell’apartheid, che si stava ancora sostenendo. Nel giro di pochi anni Washington si unì al mondo e il regime crollò, naturalmente non soltanto per tale ragione; un fattore cruciale fu il considerevole ruolo di Cuba nella liberazione dell’Africa, in generale ignorato in occidente, anche se non in Africa.

Quarant’anni fa Israele prese la decisione fatale di scegliere l’espansione piuttosto che la sicurezza, rifiutando un trattato di pace completo offerto dall’Egitto in cambio dell’evacuazione del Sinai egiziano occupato, dove Israele stava avviando estesi progetti d’insediamento e di sviluppo. Da allora si è attenuto a tale politica, operando essenzialmente la stessa valutazione del Sudafrica nel 1958.

Nel caso di Israele, se gli USA decidessero di unirsi al mondo, l’impatto sarebbe molto maggiore. I rapporti di forza non consentono altro, com’è stato dimostrato in continuazione quando Washington ha preteso che Israele rinunciasse a obiettivi preziosi. Inoltre Israele ha scarsa possibilità di opporsi, avendo adottato politiche che l’hanno trasformato da un paese che era molto ammirato a uno che è temuto e disdegnato, un corso che sta perseguendo con cieca determinazione nella sua marcia risoluta verso il deterioramento morale e la possibile distruzione finale.

Gli Stati Uniti potrebbero cambiar politica? Non è impossibile. L’opinione pubblica è cambiata considerevolmente in anni recenti, particolarmente tra i giovani, e non può essere ignorata del tutto. Da alcuni anni c’è una buona base per richieste del pubblico che Washington rispetti le sue stesse leggi e tagli gli aiuti militari a Israele. La legge statunitense prescrive che “nessuna assistenza alla sicurezza può essere offerta a paesi il cui governo attui un costante disegno di grossolane violazioni dei diritti umani riconosciuti”. Israele è pressoché certamente colpevole di questo disegno costante e lo è da molti anni. E’ per questo che Amnesty International, nel corso dell’operazione omicida di Israele ‘Piombo fuso’, ha sollecitato un embargo agli armamenti contro Israele (e Hamas). Il senatore Patrick Leahy, autore di questa clausola della legge, ha evidenziato la sua potenziale applicabilità a Israele in casi specifici e, con uno sforzo educativo, organizzativo e attivista ben condotto, tali iniziative potrebbero essere portate avanti in successione. Ciò potrebbe di per sé avere un impatto considerevole, creando anche contemporaneamente un trampolino per ulteriori azioni non solo per punire Israele per il suo comportamento criminale, ma anche per costringere Washington a diventare parte della “comunità internazionale” e a rispettare la legge internazionale e onesti principi morali.

Nulla potrebbe essere più significativo per le tragiche vittime palestinesi di molti anni di violenze e repressioni.


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Fonte: http://zcomm.org/znetarticle/outrage/

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