The Daily Star Lebanon
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03/01/2014

Cosa ha in serbo il 2014 per il Medio Oriente?
di Rami G. Khouri
Traduzione e sintesi di Silvia Di Cesare.

Con il nuovo anno, una riflessione sui dodici mesi appena passati e su quelli a venire è un esercizio utile se si va al di là di un’egocentrica lista dei migliori libri, film, tweet o foto dell’anno scorso. La cosa davvero interessante è rilevare i nuovi trend e i nuovi sviluppi che hanno caratterizzato il 2013 e che forse continueranno ad avere importanza nel Medio Oriente e nel mondo.

Parlare di longevità e di impatto duraturo dei cambiamenti che hanno interessato il Medio Oriente è difficile. Da una parte, perché alcuni avvenimenti, come la vittoria degli islamisti alle elezioni o il controllo della Siria da parte di forze salafite, hanno un effetto drammatico nel primo periodo, ma non avranno conseguenze durature al di là di un anno o due. Altri eventi, come la riduzione delle entrate dei Paesi del Golfo dovute al cambiamento dei modelli globali di importazione del petrolio, possono apparire meno drammatici sul momento, per poi divenire centrali negli anni a venire.

Permettetemi innanzitutto di parlare di quei cambiamenti che non penso siano duraturi, ma solo problemi a breve termine, spesso ingigantiti dalle lenti distorte di tiranni locali e media globali. 

Non ci stiamo dirigendo verso una guerra regionale tra sunniti e sciiti: musulmani sciiti e sunniti vanno perfettamente d’accordo, se non sono strumentalizzati dalle frenesie di alcuni loro capi isterici.

Le forze armate egiziane non conserveranno il potere negli anni a venire, perché il regime militare è stata la forza più distruttiva per lo sviluppo e la dignità nazionale araba delle ultime sei decadi. I cittadini non accetteranno questa situazione se non per un periodo di transizione.

Al contrario, quattro importanti sviluppi appaiono ai miei occhi molto più significativi per la regione.

L’attivismo estero saudita, che ha visto il governo inviare truppe, denaro e forniture militari nella regione e nel mondo, è un comportamento senza precedenti per un Paese che ha sempre condotto una politica estera all’insegna della discrezione e dell’intervento indiretto. Indipendentemente dallo scopo che anima le sue azioni, il comportamento dell’Arabia Saudita mi sembra una buona cosa, perché i paesi che sono schietti e onesti nelle loro politiche possono risultare più produttivi nel coinvolgere gli altri Stati.

La rivendicazione del potere dei cittadini arabi nel cambiare la storia, la configurazione e le politiche del proprio Paese è stata suggestiva, ma inconcludente fino ad oggi. Gli anni a venire determineranno se il polverone alzato dalle rivoluzioni lascerà dietro di sé trasformazioni reali o caos.

Il terzo sviluppo significativo è il cambiamento simultaneo del sentimento pubblico e della politica estera tra Iran e Stati Uniti, incentrate sulla risoluzione della questione del nucleare e delle sanzioni economiche volute da America ed Israele. La riuscita o meno dei negoziati sarà la causa di un boom economico iraniano o di un scontro catastrofico nella regione.

Il quarto ed ultimo cambiamento in atto vede come protagonisti la lobby israeliana ed il potere della presidenza americana e dell’opinione pubblica, quest’ultimi pronti a perseguire politiche estere che siano favorevoli agli interessi della totalità della nazione e non di una sua piccola parte. La soluzione di questa dinamica avrà un impatto importante su questioni fondamentali per la regione mediorientale.

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