fonte: la Jornada
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28 dicembre 2014

2015. Un anno critico e turbolento
di Raúl Zibechi
traduzione di m.c.

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di rompere l’isolamento in cui avevano posto Cuba? C’è un cambiamento strategico rilevante nella loro politica estera? Tutto lascia credere che il 2015 sarà un anno difficile per l’America latina e per il mondo intero: le tendenze verso la guerra, la destabilizzazione e il caos sistemico cresceranno probabilmente in modo esponenziale. Questo danneggerà i governi conservatori e quelli progressisti, tra i quali ci sono sempre meno differenze. Ai movimenti de los de abajo, e a noi che continuiamo a essere impegnati nell’accompagnarli, tocca imparare a vivere e a resistere dentro scenari di acute tempeste. È lì che si forgiano i veri naviganti

Il 2014 finisce con la decisione di Barack Obama di ristabilire relazioni con Cuba, dopo mezzo secolo di embargo e assalti alla sovranità dell’isola. L’allegria che suscita la notizia deve essere sottoposta a verifica. L’avvicinamento avviene nel momento in cui gli Stati Uniti mostrano marcate tendenze a provocare conflitti e guerre. Tali tendenze fanno parte di una strategia per creare caos sistemico e continuare a dominare.

L’anno che si chiude è stato uno dei più tesi e intensi. La Casa Bianca ha sciorinato un insieme di iniziative che possono portare a una guerra tra paesi che posseggono armi atomiche. Il caso più critico è quello dell’Ucraina. Washington ha concepito e predisposto un colpo di stato alla frontiera con la Russia, con l’intenzione di convertire l’Ucraina in una piattaforma da utilizzare per la de-stabilizzare, ed eventualmente aggredire militarmente, la Russia. La strategia statunitense si orienta a stabilire un accerchiamento militare, economico e politico della Russia per impedirne ogni avvicinamento all’Unione Europea.

Tra i fatti più gravi del 2014, dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti non hanno mosso un dito per impedire i bombardamenti a tappeto di Israele sulla Striscia di Gaza. La politica della Casa Bianca in Medio Oriente è di un’ipocrisia allarmante. Gli Stati Uniti hanno avallato elezioni più che sospette in Egitto (avvenute dopo un colpo di stato contro il primo governo democratico), che hanno condotto al potere il loro indiscusso alleato Albdelfatah Al-Sisi.

La situazione caotica che attraversano Siria, Sudan, Iraq e Libia, come denunciano vari analisti, mostra in modo evidente che è stata progettata una strategia del caos come via per ridisegnare le relazioni di potere a favore di Washington. Resta un mistero il fatto che le potenti forze militari occidentali non riescano ad abbattere lo Stato Islamico, alimentando così i sospetti che l’organizzazione terrorista lavori alla stessa strategia che promuove il Pentagono.

Per quel che riguarda l’América Latina, colpisce il silenzio dell’amministrazione Obama sui massacri in Messico. Per molto meno, i funzionari del governo del Venezuela sono denunciati e perseguiti dalla Casa Bianca. È molto significativo che la nuova escalation contro il governo di Nicolas Maduro sia simultanea all’avvicinamento a Cuba. Sembra inevitabile chiedersi: quali intenzioni celano gli Usa con questa nuova politica verso l’isola?

È evidente che non ci può essere una politica statunitense verso il Venezuela e un’altra verso Cuba o verso il Messico. L’obiettivo è lo stesso: continuare a imperare nei Caraibi e nel Centroamerica, in Messico e in tutto il nord del Sudamerica, cioè nell’area dove gli Stati Uniti non ammettono sfide. Per evitarle, tutto è lecito. La guerra contro i settori popolari in Messico (con la scusa dei narcos) è stata progettata per impedire una sollevazione popolare, che sarebbe potuta avvenire nei primi anni del nuovo secolo.

In Messico, gli Stati Uniti possono però contare su una classe politica fedele e sottomessa che è stata addestrata e finanziata da loro stessi. Una condizione sulla quale non possono certo contare in Venezuela (dove l’opposizione non ha la coesione né la capacità necessarie a dirigere il paese), e ancor meno a Cuba, dove i quadri tecnici e politici non sono manovrabili dalle agenzie dell’impero.

In Venezuela si sta scommettendo forte sul caos, come si deduce dal tipo di azioni portate avanti nei primi mesi di quest’anno dai settori più radicalizzati dell’opposizione. È probabile che si tenti di portare la strategia del caos a Cuba, con tutto quel che comporta: dall’introduzione della cultura capitalista (consumismo e droga, in particolare) fino alle forme corrotte della democrazia elettorale in uso in Occidente.

A quanto sembra, perché è ancora presto per sapere se la Casa Bianca sta promuovendo un cambiamento nella sua politica estera, c’è l’intenzione di considerare in modo prioritario il ruolo dell’América Latina. L’analisi del Quotidiano del Popolo, si muove in quella direzione. La strategia Usa di competere nella zona dell’Asia e del Pacifico è una decisione superata e a Washington se ne sono già resi conto. Adesso gli Stati Uniti muovono i loro pezzi verso altri percorsi. La normalizzazione delle relazioni con Cuba prova ad eliminare il macigno che ostacola la sua attiva partecipazione agli affari dell’América Latina e produce un discreto aggiustamento alla loro fallita strategia per tornare nella zona dell’Asia e del Pacifico (Il Quotidiano del Popolo, 19 dicembre 2014).

Di certo Obama nel suo discorso si è riferito al fatto che Cuba ha allontanato gli Usa dalla regione e ha limitato le possibilità di promuovere cambiamenti nell’isola. Attraverso Cuba, simbolicamente, gli Usa enfatizzano il loro interesse per la comunità americana, conclude il quotidiano governativo cinese.

Se fosse certo che la potenza statunitense rivolge le sue batterie verso l’América, ci troveremmo di fronte a un cambiamento di (notevoli, ndt) proporzioni e, insieme, si mostrerebbe la scarsa consistenza della sua politica estera. Una politica che dal 1945 era focalizzata sul Medio Oriente e, negli ultimi due anni, s’era proposta di muoversi verso l’area Asia-Pacifico.

In ogni caso, noi latinoamericani siamo di fronte a problemi nuovi. Negli ultimi anni, il potere blando degli Stati Uniti ha provocato due colpi di stato vincenti (Honduras e Paraguay), una guerra ad alta intensità contro un popolo (Messico), e ha messo in scacco la governabilità di vari paesi (Venezuela e, in misura minore, Argentina) e adesso comincia a prendersela con la maggior impresa del continente (la brasiliana Petrobras). Di certo, dobbiamo dirla tutta, l’incompetenza di alcuni governi facilita il loro compito.

Tutto indica che il 2015 sarà un anno difficile, nel quale le tendenze verso la guerra, la destabilizzazione e il caos sistemico cresceranno probabilmente in modo esponenziale. Questo danneggerà i governi conservatori e quelli progressisti, tra i quali ci sono sempre meno differenze. Ai movimenti de los de abajo, e a noi che continuiamo a essere impegnati nell’accompagnarli, tocca imparare a vivere e a resistere in scenari di acute tempeste. È in quelle tempeste che si forgiano i veri naviganti.

 

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