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3 aprile 2014

La difesa anti-missile
di Emiliano Battisti

Miscela Strategica – L’evoluzione delle armi missilistiche, anche trasportanti testate nucleari, ha spinto le maggiori potenze a sviluppare sistemi di difesa per affrontare la minaccia. In questo articolo analizzeremo la nascita dell’esigenza di una difesa antimissile e le sue caratteristiche generali.

LA MINACCIA MISSILISTICA – Nella Seconda Guerra Mondiale i tedeschi perfezionarono un arma in grado di rendere le difese anti-aeree Alleate inutili: il razzo V2 (Vergeltungswaffe 2 – arma di rappresaglia 2). Le caratteristiche della traiettoria e la sua velocità sia di volo sia terminale sul bersaglio era talmente alta che nessun caccia intercettore né batteria contraerea dell’epoca era in grado di abbatterlo. Seppur ininfluente sulle sorti del conflitto, il suo effetto psicologico fu enorme e la portata strategica di questo tipo di arma scatenò una caccia agli scienziati tedeschi da parte degli anglo-americani, dei francesi e dei sovietici.

Le forze Alleate impiegarono notevoli quantità di risorse (sia militari che d’intelligence) per scoprire i siti di lancio dei V2. Questi ultimi erano però lanciati da rampe mobili, il ché ne rendeva difficile l’individuazione. L’aviazione Alleata ottenne diversi successi, distruggendo numerose rampe di lancio e colpendo i centri di produzione dei razzi, ma lo stop definitivo dei lanci avvenne solamente quando le truppe Alleate, sbarcate in Normandia nel Giugno 1944, guadagnarono sufficiente terreno da rendere la gittata dei V2 insufficiente per raggiungere il Regno Unito.

La tecnologia dell’epoca era piuttosto limitata in fatto di guida e navigazione, perciò, data la non grande precisione, il V2 era pensato come arma strategica (ad esempio per colpire le città britanniche e cercare di demoralizzarne la popolazione) e non come arma tattica.

Nel dopoguerra ci si convinse che il missile era l’arma del futuro. Inizialmente rispondeva ad alcuni dei requisiti base da sempre sognati dai comandanti militari di ogni epoca: colpire duro, da lontano e senza che il nemico possa difendersi. Le armi nucleari aggiunsero interesse allo sviluppo: lanciare un’arma di quel genere dal proprio territorio e portarla direttamente sul territorio nemico eludendo tutti i tipi di difesa allora esistenti era una capacità strategica di non poco conto. Sia i sovietici che gli statunitensi iniziarono a sviluppare versioni migliorate del V2 fino ad arrivare, nel 1957, al lancio del satellite artificiale Sputnik-1 con un vettore R-7: il primo missile balistico intercontinentale della storia. Sulla carta (perché il missile non era ancora pronto per poter essere impiegato come vettore per testate nucleari), i sovietici erano in grado di colpire gli Stati Uniti lanciando un’arma direttamente dal proprio territorio.

DIFESA ANTIMISSILE – Visto il rapido sviluppo degli ICBM (Intercontinental Ballistic Missile – missile balistico intercontinentale) si rese necessaria la ricerca di un sistema di difesa. Il primo fattore che risultò evidente fu che il sistema più efficace per fermare un missile è un altro missile. Per questo motivo le due superpotenze, seguite dai rispettivi alleati, iniziarono a progettare e testare sistemi di difesa anti-missile.

In questo articolo ci si focalizzerà sulla difesa del territorio e non sui sistemi di force protection (protezione della forza) anche se i concetti operativi si assomigliano. Per proteggersi da attacchi missilistici, la difesa è solitamente organizzata su tre anelli: fase iniziale,  fase di volo e fase terminale del missile da intercettare. Ovviamente gli anelli variano a seconda del tipo di minaccia da affrontare: una minaccia di tipo ICBM con testata nucleare o chimica/batteriologica va affrontata in maniera diversa rispetto ad una minaccia basata su missili di tipo convenzionale.

PRIMO ANELLO DIFENSIVO – La difesa nella fase iniziale può essere effettuata in tre modi. Il primo consiste nello sviluppare un sistema difensivo con una gittata sufficiente a colpire il missile nemico nella fase iniziale del suo volo, ovvero nella fase di salita verticale successiva al lancio. In alternativa o in mancanza di sistemi a lungo raggio, questo obiettivo può essere conseguito in un secondo modo, schierando batterie anti-missile a medio-corto raggio nelle vicinanze o a ridosso dei confini della potenza nemica. Entrambe queste modalità richiedono un sistema efficace di sorveglianza e tracciamento per individuare gli eventuali lanci e le traiettorie iniziali dei missili, oltre ad avere, di per sé, un sistema anti-missile notevolmente preciso. La terza modalità di difesa nella fase iniziale è il cosiddetto preventive strike (attacco preventivo), ovvero colpire le rampe e i siti di lancio nemici prima che questi possano lanciare i propri missili. Il preventive strike si può attuare tramite forze aeree o missilistiche (durante la Seconda Guerra Mondiale le forze aeree Alleate compivano questo tipo di missioni nel tentativo di sventare la minaccia dei V2). Questo metodo, però, presenta notevoli inconvenienti. Innanzitutto quelli legati in generale al preventive strike, ovvero nel dimostrare che effettivamente si sta per essere attaccati per non risultare come aggressore, il ché non è affatto agevole. In secondo luogo, un preventive strike richiede notevoli capacità d’intelligence per individuare e catalogare tutti i siti missilistici nemici, fissi e mobili e capacità armamento molto accurate per distruggerli. Questo perché gli eventuali (e statisticamente certi) siti sopravvissuti lancerebbero immediatamente un attacco di rappresaglia.

SECONDO ANELLO DIFENSIVO – La difesa nella seconda fase, ovvero quella del volo (o inerziale nel caso di ICBM, i quali in questa fase si trovano al di sopra dell’atmosfera) è la più complessa dal punto di vista tecnico. Prima di tutto, rimane fondamentale il ruolo del sistema di sorveglianza e tracciamento per continuare a seguire la traiettoria del missile in arrivo anche dopo la fase iniziale. Il problema principale, per quanto concerne l’intercettazione di ICBM, si manifesta nel caso questi siano dotati di MIRV (Multiple Indipendently targetable Reentry Vehicle – Veicoli Automatici Indipendenti per il Rientro con capacità di puntamento). Queste ultime, non sono nient’altro che le famose testate nucleari multiple. Un efficace sistema antimissile che agisca in questa fase deve essere in grado di colpire il missile in arrivo prima che rilasci le MIRV utilizzando parametri di volo atmosferico, ma anche di meccanica spaziale. Per ovviare a questo problema, negli anni Settanta, Stati Uniti e Unione Sovietica pensavano di distruggere l’ICBM in arrivo con un altro missile dotato di testata nucleare, da far esplodere negli strati alti dell’atmosfera. Questo avrebbe reso inefficaci i sistemi d’inganno di cui erano (e sono) dotate alcune tipologie di MIRV. Con il trattato sugli ABM (Anti-Ballistic Missile – Missili Anti-Balistici) quest’ipotesi fu fortunatamente accantonata. Un altro sistema preso in considerazione per agire in questa fase fu lo SDI (Strategic Defensive Initiative – Iniziativa Difensiva Strategica) voluto dal Presidente USA Ronald Reagan negli anni Ottanta. Si trattava di una costellazione di satelliti armati di generatori laser che avevano lo scopo di colpire e mettere fuori uso gli ICBM in arrivo.  Il progetto fu accantonato per gli enormi costi di sviluppo, ma soprattutto per la non fattibilità tecnica.

TERZO ANELLO DIFENSIVO – La difesa terminale (o di punto) costituisce l’ultimo baluardo prima che il missile in arrivo raggiunga il suo scopo. Di solito questa è costituita da batterie missilistiche a medio-corto raggio, dislocate nei pressi dei centri abitati o di infrastrutture critiche o strategiche. Questo tipo di difesa è utile nel caso si disponga di un sistema anti-missilistico che comprenda tutte e tre gli anelli descritti, in modo tale che alle batterie della difesa terminale venga lasciato il compito di intercettare e abbattere solo quei missili che eventualmente siano sfuggiti ai primi due anelli. In caso di ICBM la situazione si fa maggiormente problematica, poiché la minaccia da abbattere a poca distanza dall’obiettivo è di tipo nucleare.

 

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