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3 Ottobre 2014

Quando a ribellarsi è la metropoli della global economy...

Siepi di nastri gialli a significare simbolicamente che lì non c’è libertà. Sono quelli che le migliaia di manifestanti hanno allacciato alle sbarre del Consiglio Legislativo di Hong Kong, conosciuto come LegCo, soprannominato “Il muro della vergogna di Hong Kong”.

Si è mosso in questi giorni un movimento inimmaginabile (o forse perfettamente immaginabile per chi è lucido e attento) che ha riempito le strade in quella che è una metropoli dell’economia globale. La maggior parte di chi protesta è giovane, si tratta di ragazzi che hanno urgenza di farsi ascoltare per ottenere ciò che chiedono e di cui hanno necessità: una democrazia totale, il diritto al voto, il diritto ad eleggere democraticamente chi farà per loro le leggi, diritto negato fin dal 1997. La protesta non è un “incidente di percorso”, ma un ben pianificato atto di opposizione al regime cinese; è un atto di disobbedienza civile che arriva nell’ora del bisogno.

Sono centinaia di migliaia i ragazzi che utilizzano il loro smartphone per diffondere immagini e fatti in tutto il mondo e per convincere le persone che “la rivoluzione degli ombrelli” e dei nastri gialli ha bisogno della solidarietà di tutti.  Gli studenti non stanno protestando solo contro il governo, ma in qualche maniera  mostrano anche di protestare contro la scelta del regime di marginalizzarli e si prendono così cura del loro paese ripulendo le strade e dei loro concittadini fornendo loro generi di prima sopravvivenza, preparandosi ad una nuova solidarietà in vista del voto del 2017 che Pechino vuole così fortemente limitare. A raccontarlo da testimone è Nilantha Ilangamuwa, responsabile del bimestrale Torture: Asian and Global Perspectives pubblicato dalla AHRC (Asian Human Rights Commission), con sede proprio a Hong Kong.

Le dimensioni della protesta attuale sono centinaia di volte maggiori rispetto a quella del 2012, quando gli studenti avevano alzato la voce contro le cosiddette “riforme dell’educazione” introdotte dal governo centrale. Eppure sarebbero molti di più i ragazzi, anche giovanissimi, che vorrebbero scendere per strada a manifestare; ma sono altrettante le famiglie che, in preda alla paura, non lo permettono temendo una nuova Tien An Men, quella piazza dove il 4 giugno del 1989 sono state uccise centinaia di persone. Ma stavolta la situazione appare molto differente. C’è chi scommette che la Cina non possa permettersi una nuova Tien An Men, perché la protesta potrebbe rendere unico questo momento per l’ex colonia britannica; ha creato una consapevolezza globale ed è stata capace di coinvolgere tantissimi cittadini in maniera capillare e diffusa. Un passo falso da parte del governo centrale di Pechino potrebbe innescare immani esplosioni.

Al termine della sua analisi, Ilangamuwa cita le parole di una canzone di Pete Seeger, folk singer statunitense, vittima del maccartismo negli anni ’50. Si tratta di “If I had a hammer…” (Se avessi un martello…), composta con Lee Hayes negli anni ’40 ed eseguita per la prima volta durante un concerto di solidarietà a dieci dirigenti del partito comunista americano all’epoca detenuti . E’ una denuncia contro l’arroganza e l’ingiustizia del potere e Ilangamuwa la dedica alla gioventù che dovunque combatte ogni tipo di regime.

“….look, I got a hammer

and I got a bell

and I got a song to sing

all over this land

it's the hammer of justice

a bell of freedom yeah

it's a song about love

between my brothers and my sisters

all over this land ……”

Ebbene, ho un martello,

Ho un campanello,

Ho una canzone da cantare per tutto il paese.

E' un martello di giustizia,

E' un campanello di libertà,

E' una canzone che parla dell'amore

tra i miei fratelli e le mie sorelle

dovunque in questo paese

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