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2 ott 2014

Grande è la confusione sotto il cielo
di Pietro Acquistapace

Quanto sta avvenendo ad Hong Kong si presta molto facilmente a facili schematizzazioni: da un lato la Cina antidemocratica ed autoritaria, dall’altro i giovani campioni della libertà. Oppure, invertendo le parti, da un lato l’autorità legittima e dall’altro i fomentatori del disordine. Tuttavia quando la posta in palio è il futuro governo di una città come l’ex colonia britannica è molto difficile dire dove si trovi il confine tra la buonafede e l’interesse personale. Le vicende di Hong Kong si possono leggere attraverso vari prismi, individuando diverse linee di frattura con il risultato di una situazione notevolmente più complessa di quanto si voglia far credere per interesse, o superficalità.

Come detto, le proteste di Hong Kong sembrano avere un carattere altamente politico, vale a dire la definizione delle modalità con le quali verrà scelta la futura classe dirigente. Che prima o poi si sarebbe potuti arrivare ad una situazione come quella attuale era cosa nota da tempo. La fondazione del movimento anima delle proteste, Occupy Central with Love and Peace (OCLP), risale infatti al gennaio 2013, quando Benny Tai Yiu-ting, professore di legge ad Hong Kong, lanciò la proposta di scendere in piazza nel caso in cui le elezioni per l’esecutivo della città, previste per il 2017, non fossero state portate avanti secondo “standard internazionali”.

Aspetto cruciale nella crescita, se non nella radicalizzazione, di questo movimento un referendum promosso dall’OCLP nel giugno 2014 – lo stesso mese del 25esimo anniversario dei fatti di Piazza Tiennamen – e fortemente osteggiato da Pechino. Al referendum votò circa un quinto della popolazione di Hong Kong, segno forse della mancanza dell’appoggio di massa al movimento. Nonostante la fiducia della popolazione di Hong Kong verso le politiche di Pechino sia scesa ai minimi storici, a dominare sembrava quindi essere la rassegnazione; il futuro prossimo dirà se la protesta avvicina i cittadini o al contrario sortirà una sorta di effetto boomerang.

La vita politico-economica di Hong Kong era già stata colpita duramente due anni fa, quando il segretario cittadino del partito, Rafael Hui, venne arrestato per corruzione. Notizie recentemente diffuse hanno rivelato che Hui avrebbe ricevuto da Pechino sostanziosi finanziamenti per implementare nella città la politica ufficiale del governo cinese, attraverso il condizionamento degli organi di informazione ed altri mezzi. Hui aveva tuttavia molti nemici anche al di fuori di Hong Kong, in particolare tra gli avvocati di Shenzen, una zona economica speciale a poca distanza proprio da Hong Kong, creata con il sottinteso intento di indebolire l’ex colonia.

Hui venne arrestato per corruzione, di certo un segno lanciato  suo tempo dalle autorità ai poteri forti di Hong Kong. Un’eventuale repressione non aiuterebbe Pechino, come negativo per il governo risulta essere il fatto che i legislatori di Hong Kong rifiutino le proposte elettorali del governo, ossia un comitato che proponga alla popolazione la scelta tra due o tre candidati. Secondo fonti ufficiali tale rifiuto impedirebbe un cambio dell’attuale situazione, vale a dire che i cittadini di Hong Kong potrebbero non essere chiamati alle urne del tutto. Paradossalmente, forse non troppo, gli oppositori alle autorita centrali cinesi rischiano di dare ad Hong Kong un futuro ancora meno democratico, in un momento in cui ad essere in gioco sono equilibri sottili e poteri forti.

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