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Mercoledì, 30 Novembre

A che gioco sta giocando l’Iran?
di Tommaso Canetta

Dietro le notizie di conflitti, crisi e violenze che arrivano da numerosi Stati del Medio Oriente è facile vedere il filo rosso dello scontro interno all’Islam tra sunniti e sciiti. Questa faida intra-religiosa non è altro che lo schermo dietro cui le due potenze regionali, Iran e Arabia Saudita, mascherano il loro Grande Gioco per l’egemonia sull’area.

Dai tempi della loro ascesa al potere nella penisola arabica, i Saud tentano di imporre la propria guida al mondo islamico-sunnita e tuttavia, essendo appartenenti “sotto-categoria” religiosa dei wahabiti, da sempre incontrano difficoltà e ostacoli. La Fratellanza Musulmana – altra espressione del mondo sunnita – è storicamente ostile alla casa regnante di Riad e questa frattura ha di recente prodotto molti danni per gli uni e per gli altri. 

All’indomani delle Primavere Arabe la Fratellanza Musulmana sembrava aver guadagnato spazio e consenso, specialmente con l’ascesa alla carica di Presidente dell’Egitto di Mohammed Morsi. La Turchia di Erdogan – e in parte anche il Qatar – si erano ritagliati il ruolo di “padrini” e finanziatori di questa nuova fase, mentre l’Arabia Saudita si era tenuta su una posizione ambivalente, temendo il dissenso interno e l’ascesa dei Fratelli Musulmani. Pare addirittura che Riad abbia finanziato in Siria sia gruppi laici sia fanatici islamici (Jabhat al Nusra probabilmente, e forse anche l’Isis) interni alla ribellione pur di impedire una vittoria della fazione sostenuta dalla Fratellanza . «In quel periodo l’Arabia Saudita (e non solo) temeva anche un allontanamento dell’alleato americano», spiega Claudio Neri, direttore dell’Istituto Italiano di studi strategici. «L’amministrazione Obama – prosegue Neri – pianificava di disimpegnarsi il più possibile da Europa e Medio Oriente per dedicare i propri sforzi allo scenario Pacifico. Forse anche per questo all’Arabia Saudita non è dispiaciuto dare un contributo perché l’esperimento di pacificazione dopo le Primavere Arabe deragliasse». 

Quando le Primavere Arabe hanno avuto la loro fase di riflusso - con la restaurazione in Egitto, il caos in Libia, l’arretramento dei ribelli e la loro frantumazione in Siria e la degenerazione degli scontri in Iraq – i Saud hanno infatti provato a trarne beneficio e posizioni di potere, ad esempio finanziando il nuovo Presidente egiziano Al Sisi, e costringendo il Qatar a espellere diversi leader dei Fratelli Musulmani. Ma nel caos degli ultimi anni aveva intanto fatto tempo ad emergere come rafforzato – e favorito dalla contingenza – lo storico avversario, la Repubblica Islamica Iraniana.

Dopo il periodo di isolamento e crisi durante i due mandati presidenziali di Mahmud Ahmadinejad, con l’instabilità interna esplosa nell’Onda Verde del 2009, l’Iran ha dato un importante segnale con l’elezione del moderato Hassan Rohani nel maggio 2013. «La Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, ha intuito che ai fini della pacificazione interna era preferibile dare una valvola di sfogo alla popolazione irrequieta lasciando vincere, non un rivoluzionario e nemmeno un riformista, ma almeno un moderato», racconta Pejman Abdolmohammadi, docente di Storia e istituzioni dei paesi islamici all’Università di Genova. «Anche per uscire dall’isolamento internazionale una figura come Rohani, col suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif (entrambi hanno studiato in Occidente in gioventù), è ideale. Questo ha già consentito un ritorno favorevole per l’economia del Paese, grazie ad un parziale allentamento delle sanzioni durante il periodo per cui durerà la nuova fase di negoziato sul nucleare di Teheran, con effetti di stabilizzazione per il sistema teocratico». E potrebbe avere un impatto a livello geopolitico ancora più profondo. 

Se l’Iran uscisse dal cono d’ombra in cui è stato confinato a partire dalla rivoluzione Khomeinista del 1979, considerato il momento di crisi e destrutturazione dell’ordine mediorientale degli ultimi decenni, avrebbe uno spazio di manovra enorme. Già ora è diplomaticamente molto attivo in tutti i teatri di crisi, dalla Siria all’Iraq, dallo Yemen al Libano. Se venisse legittimato dalla comunità internazionale, l’intero scacchiere mediorientale ne risentirebbe in termini di un ribilanciamento degli attuali equilibri a favore di Teheran.

Questa eventualità fa paura soprattutto a Riad ma non solo. Israele, specie se dovesse essere confermata la linea dell’attuale premier Netanyahu, potrebbe non accettare un’ascesa iraniana. Anche la Turchia vedrebbe compresso il suo attuale ruolo di mediatore e perfino la Cina e la Russia, formalmente favorevoli al buon esito del negoziato con Teheran, avrebbero molto da perdere. «Pechino perderebbe l’esclusiva sulle esportazioni di petrolio iraniano – dice ancora Pejman - e Mosca si troverebbe ad avere un agguerrito concorrente in più, la cui immissione di gas nel mercato svaluterebbe oltretutto le riserve russe». Secondo gli analisti esiste tuttavia anche la possibilità che sia Teheran a non voler concludere alcun accordo sul nucleare ma che anzi voglia solo guadagnare tempo. 

In questo caso non sarebbe la via diplomatica quella scelta dalla Repubblica Islamica per guadagnare peso e potere nello scontro con l’Arabia Saudita, ma la via delle armi. Difficile immaginare che si possa arrivare a uno conflitto diretto tra i due Stati (a questo link si può esplorare la consistenza dei rispettivi apparati bellici http://militaryedge.org/#personnel). Più probabilmente proseguirebbe, e si intensificherebbe, lo “scontro mediato” nella faida tra sunniti e sciiti che già ora sta facendo centinaia di migliaia di vittime all’anno nei vari Stati in cui è esploso.

In Iraq l’Isis non avrebbe infatti potuto guadagnare il consenso e il potere che attualmente detiene se le tribù sunnite della provincia di Anvar non fossero state spinte tra le sue braccia dalle politiche esclusive e settarie del precedente premier sciita, Nuri al Maliki, che dopo il ritiro americano fece arrestare diversi leader della comunità sunnita (tra cui il Vicepresidente dell’Iraq, Hashemi). Specularmente l’attuale controffensiva di Baghdad si avvale in modo massiccio dell’aiuto delle truppe inviate dall’Iran e delle milizie sciite di Moqtada al Sadr. In Siria la riscossa del regime della primavera 2013 è figlia dell’intervento diretto delle altre forze sciite dell’area, in particolare le Brigate Al Quds iraniane e gli Hezbollah libanesi (a loro volta foraggiati e comandati da Teheran), e anche qui le fortune dell’Isis sono legate a doppio filo con l’isolamento che ha subito la comunità sunnita da quando si è sollevata contro il presidente alawita Bashar Assad. Anche dietro le violenze in Yemen – che potrebbero preludere allo scoppio di una guerra civile – ci sarebbe Teheran, pronta ad armare e finanziare la minoranza sciita degli Houthi, in rivolta contro il governo centrale di San’a’ e contro i gruppi sunniti affiliati ad Al Qaeda. Addirittura nel piccolo emirato del Bahrein c’è una pericolosa tensione tra la monarchia sunnita, supportata da Riad, e la popolazione sciita, fomentata da Teheran. 

In questa situazione l’Iran si trova opportunisticamente schierato contro i “cattivi” per eccellenza dell’Isis. Ma il Califfato islamico è una contingenza di breve periodo e gli analisti temono soprattutto le possibili evoluzioni nel lungo. Si spiega anche così l’esitazione degli Stati Uniti in politica estera mediorientale: esiste il timore che nel quadro attuale l’Iran possa guadagnare troppo potere senza essere costretto a concedere nulla o quasi all’Occidente. «Anche in Siria gli Usa si trovano di fronte al problema di dover contrastare l’Isis senza poter aiutare esplicitamente il suo diretto avversario, cioè Assad», conclude Claudio Neri. «Con il rischio, inoltre, che tanto più l’Arabia Saudita si sente abbandonata dall’alleato americano, tanto più è storicamente generosa nel finanziare gruppi terroristi su cui ha già dimostrato in passato di non essere in grado di esercitare il controllo».

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