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12 giugno 2014

Si aggrava la crisi umanitaria in Iraq
di Benjamin Hargreav

La situazione nella provincia di Mosul in Iraq e in altre aree confinanti è drammatica. Le Ong presenti nel paese e l’Onu cercano da molti mesi di richiamare l’attenzione internazionale su quanto accade. Politica e media naturalmente erano distratti.

Per mesi, le Organizzazioni non governative e le agenzie delle Nazioni Unite che operano in diverse parti dell’Iraq hanno cercato di richiamare l’attenzione della comunità internazionale sulla immensa dimensione dei bisogni umanitari nel paese.

La crisi nella provincia di Anbar, per oltre sei mesi ha posto un fardello quasi insopportabile sulle capacità di risposta alle emergenze delle agenzie di aiuto e soccorso, a causa di una critica mancanza di fondi che deriva chiaramente dalla bassa priorità a cui l’Iraq è sceso nell’agenda umanitaria internazionale.

Questa retrocessione deve essere urgentemente rivista, proprio mentre la crisi nel paese ha raggiunto un punto di rottura, oltre il quale potrebbe travolgere le capacità di risposta delle agenzie umanitarie a causa dei limiti finanziari. 

In un recente comunicato stampa del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, gli Stati membri sono stati incoraggiati a sostenere lo Strategic Response Plan (SRP, Piano di risposta strategica), che rimane finanziato per meno del 10 per cento per cento, nonostante sia stato lanciato oltre tre mesi fa. Nella prima settimana di giugno, le preoccupazioni di lunga data espresse dagli attori umanitari in Iraq sul fatto che la crisi ad Anbar avrebbe potuto espandersi verso altri governatorati strategici, si sono materializzate: le città di Mosul e Samarra, nei governatorati confinanti di Ninive e Salaheddin, sono diventate scenario di intensi combattimenti.

Gruppi dell’opposizione armata (Aog) hanno preso il controllo dell’intera parte occidentale di Mosul e di estese aree della parte orientale della città. Da quello che viene riferito, anche la città di Qayyarah, 140 chilometri a sud di Mosul, e quella di Muhallabuya, 70 chilometri a est, sono state conquistate dagli Aog. Gli armati hanno assalito le prigioni e liberato centinaia di detenuti.

Oltre a un grande flusso di cittadini di Mosul verso la Regione del Kurdistan Iracheno (KRI), e nella città di Zommar, a nord-ovest di Mosul, ci sono crescenti preoccupazioni segnalate dalle diverse comunità nel governatorato di Salaheddin. Temono per la loro sicurezza e stanno valutando se fuggire prima di essere bloccate dall’espansione del conflitto.

I resoconti non sono precisi sul numero esatto delle vittime a Mosul, ma secondo le autorità locali, più di cento persone sono state uccise nei combattimenti fino a questo punto (il 10 giugno, ndt).

Le proiezioni dell’Onu hanno stimato che il numero di 500 mila persone sfollate a causa del conflitto quest’anno, è destinato ad aumentare in modo molto significativo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. I crescenti bisogni umanitari faranno aumentare la pressione sulle agenzie che sono già preoccupate per la sostenibilità di una risposta collettiva sottofinanziata. Le prime valutazioni dell’Ufficio internazionale per le migrazioni (OIM) indicano che ci sono già circa 500 mila profughi ulteriori, risultato dello scoppio dei combattimenti a Mosul.

Uno dei membri dello staff locale del Coomitato di coordinamento delle Ong in Iraq (NCCI), costretto a lasciare la città, ha descritto “l’esodo di massa dei cittadini di Mosul sia dall’est che dall’ovest della città. Sto andando verso Dohuk e ho contato cinquanta macchine in due minuti”.

Un altro membro dello staff locale dell’NCCI ha parlato di migliaia di persone sfollate bloccate ai checkpoints di Erbil e Dohuk, in attesa del permesso di passare. Le moschee, le scuole e i piccoli villaggi sulla strada di Dohuk sono già affollate oltre misura.

Hashim Al-Assaf, Coordinatore esecutivo del NCCI, ha detto che “il risultato delle valutazioni che le agenzie umanitarie stanno conducento nei governatorati di Ninive e Salaheddin renderanno nota l’estensione dei bisogni per i differenti attori della risposta umanitaria, ma ci sono preoccupazioni forti su come risorse e riserve già limitate possano essere ulteriormente tirate per affrontare le nuove necessità sul terreno”.

I rapporti dal campo dell’NCCI, diffuci per appoggiare gli sforzi di coordinamento della risposta umanitaria alla crisi nel governatorato di Anbar, continuano a mostrare significative mancanze nei bisogni primari, compresi cibo, latte, acqua, ripari di fortuna e coperte.

L’accesso alle aree di conflitto a Mosul e Samarra sono un’altra preoccupazione importante per le agenzie umanitarie che stanno cercando di pianificare la propria risposta, visto che i movimenti in queste aree sono ovviamente limitati dai combattimenti in corso e dalla chiusura di molte strade.

I servizi nelle aree dei combattimenti stanno già risentendo delle prolungate assenze di energia elettrica in tutta Mosul e della mancanza di acqua che stanno colpendo soprattutto le zone occidentali della città. I mercati e le aree di shopping nelle zone insicure sono chiuse e c’è almeno un resoconto di un’ambulanza colpita dall’artiglieria. Le scuole e gli uffici governativi sono anche per la maggior parte chiusi. Nella zona orientale di Mosul sono stati imposti vari coprifuoco e le persone in fuga non sono state in grado di portare con sé null’altro che qualche vestito e alcuni beni di prima necessità.

Mentre le agenzie umanitarie aspettano il risultato ufficiale delle valutazioni in corso, continuano gli sforzi degli attori umanitari per sottolineare l’impatto devastante degli sviluppi drammatici in corso.

Resta una domanda di fondo: quanto deve diventare disperata la situazione in Iraq prima che la crisi umanitaria in atto riceva dalla comunità internazionale l’attenzione che le Ong e l’Onu stanno invano chiedendo da mesi?

 


*Communications Coordinator del Ngo Coordination Committee for Iraq. Per la versione originale del comunicato clicca qui.

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