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13 novembre 2014

Arafat vive ancora
di Maurizio Musolino

Con la morte di Arafat si completò l’eliminazione o l’uscita di scena in circostanze misteriose di molti dei principali leader palestinesi, iniziata negli anni Settanta e proseguita nei decenni successivi.

Roma, 13 novembre 2014, Nena News

Dieci anni fa moriva dopo giorni di atroci sofferenze il leader palestinese Yasser Arafat. I dubbi su quella morte fin dal primo momento furono fortissimi e, fra detto e non detto, segreti e misteri, sembra ormai certo che non di morte naturale si trattò, bensì di un vero e proprio assassinio messo in pratica grazie a sostanze velenose (si parla di polonio) che solo Israele e i suoi servizi segreti potevano utilizzare. Con la morte di Arafat si completava così l’eliminazione sistematica di tutti i principali leader della rivoluzione palestinese, iniziata negli anni Settanta e proseguita nei decenni successivi. Quei leader che avevano caratterizzato in senso progressista e anticoloniale la lotta palestinese. Una politica criminale, mai smentita da parte dei governi di Tel Aviv.

Arafat aveva rappresentato il cuore di tutto questo, lui aveva dato dignità alle rivendicazioni del suo popolo riuscendo a fare della causa palestinese una causa mondiale. Con la riforma dell’Olp e la nascita di Fatah aveva emancipato i palestinesi dall’abbraccio, spesso nefasto, delle monarchie corrotte e dei regimi dell’area, troppe volte desiderosi di strumentalizzare questa lotta solo a loro vantaggio. Aveva saputo parlare al mondo intero, divenendo un imprescindibile riferimento per quanti lottavano per la libertà e l’indipendenza. Aveva dimostrato di saper combattere, come fece eroicamente a Karameh nel 1968, di saper resistere con ostinazione, come dimostrò sotto il terribile assedio di Beirut del 1982, ma anche di saper trattare. Lo fece sempre, anche quando come accadde con “Oslo” la sua politica si rivelò fallimentare, con grande onestà, senza mai abdicare e senza mai perdere la dignità. Forse proprio per tutte queste ragioni, nonostante le critiche che subì nei primi anni dell’Autorità nazionale palestinesi, mai fu abbandonato dal suo popolo che lo ha sempre amato come un padre, Abu Ammar. E proprio questo amore profondo che lo legava alla sua gente deve aver convinto Israele prima a sottoporlo ad un assedio lunghissimo alla Moqata a Ramallah e infine ad ucciderlo.

Omicidi “mirati”, così sono stati chiamati dai media internazionali, le azioni criminali degli uomini del Mossad, che nascondevano non solo la volontà di Israele di colpire la lotta di liberazione nazionale per il popolo palestinese, ma anche di condizionarla nella pratica e nelle idee. E così nei primi anni Settanta Wail Zwaiter veniva ucciso a Roma dove in qualità di ambasciatore dell’Olp e di grande intellettuale stava intessendo una rete di rapporti che miravano a far conoscere all’Europa le rivendicazioni del suo popolo. Oppure anni dopo l’eliminazione a Tunisi, davanti alla sua famiglia, di Abu Jihad, grande organizzatore e fra i principali protagonisti della stagione della prima Intifada. Un elenco lunghissimo che a tutto campo (non solo quello maggioritario di Fatah) ha colpito e decimato la dirigenza palestinese, due nomi su tutti: Abu Ali Mustaphà (del Fronte popolare per la liberazione della Palestina) e lo shaik Ahmad Yassin (Hamas). Perdite pesanti alle quali di volta in volta i palestinesi hanno saputo rispondere, trovando nel rapporto fra dirigenza e proprio popolo la forza per andare avanti.

Personalmente incontrai Arafat due volte, la prima a Tunisi, poche settimane dopo l’assassinio di Abu Jihad. Accompagnavo l’allora segretario della Fgci, Gianni Cuperlo, in una missione di solidarietà che aveva l’obiettivo di confermare l’appoggio della gioventù comunista italiana alla rivoluzione palestinese e all’Intifada. Con noi c’era uno straordinario compagno palestinese, che aveva vissuto in Italia, Nour Elhejawi, fu lui ad organizzare l’incontro. Vedemmo Arafat la mattina prestissimo, dopo due giorni di attesa snervante in un hotel al centro di Tunisi, le misure di sicurezza erano altissime, ma questo non impedì di avere un incontro lungo e cordialissimo. Arafat ci raccontò con particolari cosa stava accadendo in Palestina – erano gli anni dell’Intifada – e alla fine, prima di salutarci, ci disse che la cosa che più desiderava era poter tornare nella sua terra per costruire insieme al suo popolo il futuro da lasciare ai propri figli. Lo rividi molti anni dopo, quando con il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, ci recammo a trovarlo mentre era assediato alla Moqata. L’incontro si svolse in un clima di forte tensione, mentre parlavamo si sentivano vicine le esplosioni, e ad un certo punto Arafat si alzò per indicarci fuori dalla finestra gli aerei israeliani che sorvolavano minacciosamente Ramallah. Era un uomo stanco, il peso degli anni si faceva sentire e il vivere sotto assedio aveva minato la sua salute, eppure non aveva perso nulla della propria lucida visione di quello che occorreva fare per il bene del suo popolo. Era stanco ma non vinto. Ci disse che doveva restare lì, a Ramallah, per condividere le sofferenze delle donne e degli uomini di Palestina. Sapeva che stava firmando la sua morte.

Quando le televisioni ci mostrarono dieci anni fa le foto di un Arafat malato, in fin di vita, che in elicottero lasciava la sua terra, tutti e due gli incontri che ebbi con lui mi tornarono violentemente alla mente. Gli stavano infliggendo la condanna peggiore: lasciare la propria terra per morire esule. Ma quel sorriso tenero e quella mano che salutava il suo popolo mentre l’elicottero prendeva il volo spazzò via questo sospetto: potevano assassinarlo, ma lo straordinario legame non potevano spezzarlo. Le sue idee e la causa del popolo palestinese vinceranno.

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