english version below

http://www.dossiertibet.it
Lun, 07/04/2014

L'arroganza del Tradimento
da Jamyang Norbu

Buddha e Cristo parlano entrambi della virtù di porgere l'altra guancia quando si ha torto, ma nessuno ha mai suggerito, fino ad oggi, che se si viene violentemente sodomizzati sarebbe giusto (mi scusi) porgere l'altra guancia, e, inoltre, lavare il sodomita elogiandolo con affetto. Allora, perché l'effusione di dolore dal CTA e altri esuli per la morte di Baba Phuntsok Wangyal? Non importa quanto affascinante sia una persona, un buon comunista, o anche un amico del Dalai Lama, i tibetani devono ricordare che Wangyal era la guida principale in prima linea, quando l'esercito cinese invase il Tibet. Non era solo una guida nel senso letterale, neutro o passivo, era anche profondamente coinvolto nella pianificazione e organizzazione delle forze d'invasione, come testimonia la sua autobiografia. In realtà egli aveva il compito fondamentale di organizzare il trasporto a dorso di mulo e yak delle forniture al PLA attraverso Kham, senza il suo aiuto non ci sarebbe stata nessuna invasione. La strada non sarebbe stata costruita.

Non voglio scrivere neulla di più su questo, sciagurato deludente e semplicistico sciagurato, le cui azioni hanno contribuito in piena misura alla distruzione della nostra civiltà e alla morte di oltre un milione di persone del nostro popolo. E' troppo deprimente. Comunque il veterano giornalista indiano e amico del Tibet, Vijay Kranti, è uscito con un eccezionale tributo alternativo su Phayul.com per contrastare la mentalità schiava di Dharamsala su questo tema. Ed è necessario leggerlo.

Mi limiterò ad offrire un estratto dal saggio in quattro parti, sulla modernizzazione della lingua tibetana, che ho scritto otto anni fa, e credo possa fornire un’analisi psico-politico del tradimento di Phuntsok Wangyal, e della pseudo-risibile apologia intellettuale e pseudo-rivoluzionaria offerta dai suoi attuali ammiratori.

"La biografia di recente pubblicazione di Phuntsok Wangya , tibetano rivoluzionario, scritta principalmente da Melvyn Goldstein, è essenzialmente un tratto agiografico di sinistra, sia pure di basso profilo. Nessun serio tentativo è stato fatto per dissezionare il personaggio di Phuntsok Wangyal o analizzare le sue motivazioni per aver tradito il suo paese e la sua gente. In realtà vi è una sensazione amichevole in tutto il libro, con Goldstein che fa costantemente riferimento a Phuntsok Wangyal come Phunwang, il vezzeggiativo usato dalla sua famiglia e dagli amici. Al lettore viene presentato con un grande rivoluzionario, nazionalista, poeta, scienziato, amico del Dalai Lama, che lo ritiene un marxista sincero e dedicato e, infine, una figura di martire che, attraverso le macchinazioni di falsi marxisti, soffre diciotto anni di terribile prigionia, sostanzialmente per il riscatto del popolo tibetano. Questo non è un libro di grande finezza. A conclusione di una revisione piuttosto generosoa nel New York Review of Books, Jonathan Mirsky sottolinea che Goldstein ed i suoi coautori, ... "non riescono a vedere l'ironia nella fede leninista di Phunwang a sostegno dell'autorità cinese in Tibet, proprio quando marxismo e leninismo sono diventati sempre più obsoleti in Cina ... e ... quello che ne Phunwang né gli autori sono disposti a scrivere è che lo sciovinismo cinese sostenuta dalla violenza, domina il Tibet."

Un esame della vita e della mentalità di Phuntsok Wangyal premia nella comprensione di come nel nome del progresso e delle riforme qualcuno riuscisse così casualmente ad infliggere tali enormi danni, non solo alla lingua, ma anche all'intera cultura cossì come alla società. Wangyal è il tipo di quadro, che, dopo aver studiato e abbracciato l'ideologia comunista si sente assolutamente sicuro di pronunciarsi e agire in materie di cui ha così poca conoscenza.

Un esempio bizzarro, ma rivelatore, di questa caratteristica è fornita dal grande lavoro di Phuntsok Wangyal, “Nuove Indagini sui Corpi Celesti, esiste l’acqua liquida sulla Luna” (Foreign Language Press Pechino, 2002, disponibile negli Stati Uniti, gratuito presso l'International Campaign for Tibet). Wangyal lo ha scritto dopo il suo rilascio dalla prigione, un tomo non trascurabile di circa 500 pagine scritte in piccolo, a caratteri ravvicinati. Egli afferma che è un trattato scientifico sulla cosmologia, e ci sono riferimenti a Copernico, NASA, e alcuni scienziati occidentali contemporanei, grossi calibri intellettuali messi in gioco per dimostrare che la Luna contiene depositi di acqua liquida sono Hegel, Marx ed Engels, o più correttamente i loro metodi dialettici. L'enfasi sulla parola liquida nel titolo è interessante ed emblematica. Potrebbe essere più facile da provare che non vi sono depositi di acqua ghiacciata sulla Luna, ma tali riserve o compromessi sono necessari. La dialettica di questo tipo ha il potere di dimostrare tutto quello che desidera.

In conversazioni e interviste Phuntsok Wangyal sostiene costantemente che la dialettica marxista è la madre di tutte le scienze e la scienza ultima di tutte le scienze. Non importa quanto bizzarro possa sembrare, a noi oggi, il suo modo di pensare, purchè resti nella grande tradizione marxista dell’assolutismo scientifico impiegato da Trofim Denisovic Lysenko, un contadino semianalfabeta dall'Azerbaijan e maestro esperto di agricoltura di Stalin. Lysenko era l'autore di "Il Grande Piano di Stalin per la Trasformazione della Natura", che in effetti ha prodotto la grande carestia della Russia. In Cina, specialisti rossi di Mao e scienziati a piedi nudi, guidati dal proprio Lysenkoist cinese, Luo Tianyu, ordinavano ai contadini di arare in profondità, a volte fino a tre metri, e di piantare le sementi vicine come le scaglie di un drago, oltre a molte altre follie, causando la più grande carestia della storia e la morte da 30 a 60 milioni di persone.

Il Trattato cosmologico di Phuntsok Wangyal è pieno di tabelle e di strani grafici indecifrabili, come illustrazioni di un trattato alchemico medievale, che sembrano essere più rivelatori di certe verità psicologiche circa l'autore che di informazioni scientifiche sulle sue teorie. E si potrebbe forse trarne conseguenze che ci sia bisogno di esporre quest’uomo ad un qualche tipo di analisi psichiatrica. Anche dopo la persecuzione ufficiale e il suicidio della moglie, la tortura e il carcere per diciotto anni, la devozione di Phuntsok Wangyal a Marx , Mao e Chou Enlai rimase incrollabile. Questo è quanto afferma la sua fede. "Non importa quello che è successo, mi ero aggrappato ostinatamente a credere che un giorno i dettagli del mio caso avrebbero raggiunto le persone ai massimi livelli. Conoscevo Mao Zedong e Zhou Enlai personalmente, e credevo che Wang Feng e altri avessero mentito loro su quello che avevo fatto e quello che mi stava succedendo. Speravo contro ogni speranza che un giorno Mao e Zhou si sarebbero resi conto che ero innocente e avrebbero ordinato il mio rilascio"

Devo ammettere che ero in grado di venire solo ad una specie di comprensione della straordinaria dedizione di Wangyal a Mao e al maoismo, richiamando una lettura precedente comparabile alla fantapolitica. Il capolavoro di Arthur Koestler, “Buio a Mezzogiorno”, un libro che si basa quasi direttamente sui processi farsa di Stalin del 1930, e descrive la detenzione, il processo e l'esecuzione del vecchio bolscevico, VS Rubashov. La cosa che colpisce circa i due ricordi, nonostante il fatto che uno è fittizio mentre l'altro vita reale, è come la lealtà di Rubashov e Wangyal al partito e alla leadership rimanga incrollabile, nonostante il fatto che entrambi sono vecchi quadri di partito, uomini che sono stati crudelmente traditi dal loro leader, dal partito e dalla fede. Nel caso di Rubashov, in ultima analisi, egli confessa addirittura delitti che è ben consapevole di non aver commesso. Wangyal non confessa, ma esegue una più conveniente sorta di auto-inganno incolpando della sua incarcerazione piccoli funzionari e non il Grande Timoniere, il quale egli idolatrava, come cita il Dalai Lama, approvandolo, in libertà in esilio. George Orwell, recensendo il romanzo di Koestler, scrive che egli era convinto che Rubashov e quelli come lui, "erano avariati, imputriditi a causa dalla rivoluzione che servivano ed avevano fatto moralmente e mentalmente bancarotta per l'abitudine di fedeltà al partito".

Koestler implica anche nel suo romanzo che Rubashov al potere non sarebbe migliore di quelli che lo perseguitavano, e penso che si potrebbe estendere l'osservazione in modo certo anche a Wangyal. Milan Kundera, scrivendo della sua infanzia, ha osservato: "Quando ero un ragazzo idealizzavo le persone che tornavano dalla prigionia politica. Poi ho scoperto che la maggior parte delle vittime erano ex oppressori. La dialettica dei carnefici e della sua vittima sono molto complicati. "la fanatica di ipocrisia di Wangyal rimane intatta dopo diciotto anni di torture e isolamento. Intonsa da alcun rimpianto, o offuscata almeno da dubbi che, guidando una forza ostile d’invasione straniera nel suo paese egli porta una grande responsabilità per la devastazione genocida del Tibet e della sua cultura, e l'oppressione continua ancora oggi così come lo sfruttamento del suo popolo.

Tornando alla questione della riforme della lingua, si può notare che dal punto di vista conservatore di Lhasa, Phuntsok Wangyal, Jampel Gyatso, Sherap Gyatso, ed altri erano essenzialmente intellettuali di provincia, con grandi pregiudizi sociali, economici e linguistici contro il centralismo dell’elite di Lhasa. E nonostante le grandi pretese di riforma e progresso, di questi comunisti tibetani, vi era chiaramente un elemento sostanziale di vendetta nelle loro agende. L'unica incongruenza è che dal Batang e soprattutto dall’Amdo che erano da lungo tempo sotto l’amministrazione cinese, qualunque ingiustizia o sofferenza i nostri rivoluzionari e i loro amici e parenti potessero avere sperimentato in precedenza, nella loro vita, erano state quasi certamente inflitte loro dal regime cinese e sicuramente non dal governo di Lhasa. Si potrebbe anche sentire in un atteggiamento accademico di Wangyal, una debole eco del risentimento permanente, che Mao, lo studioso, aveva di scrittori cinesi affermati e intellettuali a Pechino e Shanghai. È una riflessione che passa, ma il manto del provinciale accademico, poeta ripetente o intellettuale fallito, è cosa che i maoisti, in particolare i leader maoisti, sembrano assumere ben a disagio, da Pol Pot in Cambogia e Abemal Guzman in Perù, al compagno Prachandra in Nepal.


http://www.dossiertibet.it
Lun, 07/04/2014

The Arrogance Of Treason
by Jamyang Norbu

The Buddha and Christ both spoke of the virtue of turning the other cheek when wronged, but no one has suggested, to date, that if violently sodomized it would be the correct thing (excuse me) to turn the other cheek, and furthermore, shower the sodomizer with affection and praise.So why the outpouring of grief from the CTA and other exiles for the death of Baba Phuntsok Wangyal? No matter how “charming” a person, a “good Communist”, or a friend of the Dalai Lama, Tibetans must remember that Wangyal was the principal front-line guide to the Chinese army when it invaded Tibet. He was not just a “guide” in the neutral or passive sense of the word but someone deeply involved in the planning and organization of the invasion force, as his own autobiography testifies. In fact he had the crucial task of organizing the transportation by mule and yak of PLA supplies through Kham, without which there would have been no invasion. The motor road had not yet been built.

I don’t want to write anything more about this self-important, self-deluded, and simpleminded wretch whose actions contributed in full measure to the destruction of our civilization and the death of well over a million of our people. It is just too depressing. Anyway veteran Indian journalist and friend of Tibet, Vijay Kranti, has come out with an outstanding “alternate tribute” in Phayul.com to counter the “slave mind-set” of Dharamshala on this issue. It is must reading.

I will just offer an excerpt from a (four part) essay on the modernization of Tibetan language that I wrote eight years ago, which I think might provide a psycho-political analysis (of sorts) for Phuntsok Wangyal’s treason, and the risible pseudo-intellectual and pseudo-revolutionary apologia offered by his present day admirers.

“The recently published biography of Phuntsok Wangyal, Tibetan Revolutionary, written (principally) by Melvyn Goldstein is essentially a leftist hagiographical tract, albeit of a low-key kind. No serious attempt is made at dissecting Phuntsok Wangyal’s character or analysing his motives for betraying his country and people. In fact there is a chummy feel throughout the book with Goldstein constantly referring to Phuntsok Wangyal as “Phunwang”, the pet name used by his family and friends. The reader is presented with a great revolutionary, nationalist, poet, scientist, friend of the Dalai Lama (who deems him a “sincere and dedicated Marxist”) and ultimately a martyr figure who, through the machinations of false Marxists, suffers eighteen years of terrible imprisonment — essentially for the redemption of the Tibetan people. This is not a book of great subtlety. At the conclusion of a fairly generous review in the New York Review of Books, Jonathan Mirsky points out that Goldstein and his co-writers, … “fail to see the irony in Phunwang’s faithful Leninist support for Chinese authority over Tibet, just when Marxism and Leninism have become increasingly obsolescent in China…” and “… what neither Phunwang nor the authors are willing to say in so many words is that Chinese chauvinism backed by violence, dominates Tibet.”

“An examination of Phuntsok Wangyal’s life and mindset is rewarding in understanding how in the name of “progress” and “reform” someone could bring himself to so casually inflict such tremendous damage, not just on a language but on an entire culture and society as well. Wangyal is the kind of model cadre, who having studied and embraced Communist ideology feels absolutely confident to pronounce (and act) on matters he has little knowledge about.

“A bizarre but revealing example of this characteristic is provided by Phuntsok Wangyal’s magnum opus, New Investigations into Celestial Bodies — Liquid Water Does Exist on the Moon. (Foreign Language Press Beijing, 2002, available in the USA, free of charge, at the International Campaign for Tibet). Wangyal wrote it after his release from prison, and it is fairly substantial at about 500 pages of closely-spaced small print. He claims it is a scientific treatise on cosmology, and though there are references to Copernicus, NASA, and some contemporary Western scientists, the intellectual “big guns” brought into play to “prove” that the moon holds deposits of liquid water are Hegel, Marx and Engels — or more properly their “dialectical methods”. The emphasis on “liquid” in the title is interestingly emblematic. It might be easier to prove that there are deposits of frozen water on the moon, but such reservations or compromises are unnecessary. Dialectics of this kind has the power to prove anything you want it to.

“In conversations and interviews Phuntsok Wangyal consistently maintains that Marxist dialectics is the “mother of all sciences” and “the ultimate science of all sciences”. No matter how bizarre such thinking may seem to us now, it is in the grand tradition of Marxist scientific absolutism employed by Trofim Denisovich Lysenko, a semi-literate peasant from Azerbaijan and Stalin’s master agricultural expert. Lysenko was the author of “The Great Stalin Plain for the Transformation of Nature”, which in effect produced Russia’s “Great Famine”. In China, Mao’s “Red specialists” and “barefoot scientists” led by China’s own chief Lysenkoist, Luo Tianyu, ordered peasants to plough deep (sometimes down to ten feet), and to plants seed closely like “the scales of a dragon”, besides many other lunacies, causing history’s greatest famine and the death of 30 to 60 million people.

“Phuntsok Wangyal’s cosmological treatise is filled with strange, undecipherable charts and tables, like illustrations in a mediaeval alchemical tract, which seems to be more revealing of certain psychological truths about the author than scientific information about his theories. And one could perhaps make the case that there is need for some sort of psychiatric analysis and exposure of this man. Even after the official persecution and suicide of his wife, his own torture and imprisonment for eighteen years, Phuntsok Wangyal’s devotion to Marx, Mao and Chou Enlai remains unshaken. This is how he affirms his faith. “No matter what happened, I had clung stubbornly to the belief that someday that details of my case would reach people at the highest levels. I knew Mao Zedong and Zhou Enlai personally, and I believed that Wang Feng and others had lied to them about what I had done and what was happening to me. I hoped against hope that one day Mao and Zhou would realize that I was innocent and order my release.”

I must admit that I was only able to come to some sort of understanding of Wangyal’s extraordinary dedication to Mao and Maoism, by recalling an earlier reading of a comparable account in political fiction. Arthur Koestler’s masterpiece, Darkness at Noon, is based almost directly on Stalin’s show trials of the 1930s, and describes the imprisonment, trial and execution of the old Bolshevik, V.S. Rubashov. The striking thing about the two reminiscences, despite the fact that one is fictional the other real life, is how Rubashov and Wangyal’s loyalty to the party and leadership remain unshaken in spite of the fact that both are old party-men who have been cruelly betrayed by their leader, party and faith. In Rubashov’s case he even ultimately confesses to crimes which he is well aware he has not committed. Wangyal does not confess but performs a more convenient sort of self-deception by blaming his incarceration on petty functionaries and not the Great Helmsman himself, whom “he idolized”, as the Dalai Lama mentions, approvingly, in Freedom in Exile. George Orwell, reviewing Koestler’s novel, writes that he was convinced that Rubashov and those like him “had been rotted by the revolution which they served” and had become morally and mentally bankrupt by the “habit of loyalty to the party”.

“Koestler also implies in his novel that Rubashov in power would be no better than those persecuting him now — and I think one could safely extend the observation to Wangyal. Milan Kundera, writing of his childhood, observed “When I was a boy I used to idealize the people who returned from political imprisonment. Then I discovered that most of the victims were former oppressors. The dialectics of the executioners and his victim are very complicated.” Wangyal’s fanatical self-righteousness remains intact after eighteen years of torture and solitary confinement. It is untouched by any regret, or clouded by the least of doubts that by guiding a hostile foreign invasion force into his own country he bears considerable responsibility for the genocidal devastation of Tibet and its culture, and the ongoing oppression and exploitation of his people.

“Getting back to the issue of language “reforms”, it might be noted that from the conservative Lhasa-centric point of view, Phuntsok Wangyal, Jampel Gyatso, Sherap Gyatso, and others were essentially provincial intellectuals, with big chips (social, economic, linguistic) on their shoulders against the ruling Lhasa elite. And in spite of the lofty claims of “reform and progress” by these Tibetan Communists, there clearly was a substantial element of payback in their agendas. The only incongruity being that since Batang and especially Amdo had for long been under Chinese administration, whatever injustice or suffering our revolutionaries and their kith and kin might have experienced earlier in their lives were almost certainly inflicted on them by Chinese regimes and definitely not by the Lhasa government.
“One might also sense in Wangyal’s academic posturing, a faint echo of the lifelong resentment that Mao, the country scholar, had of established Chinese writers and intellectuals in Beijing and Shanghai. It is a passing reflection, but the mantle of the provincial academic, the sophomore poet or the failed intellectual, is one that Maoists, especially Maoist leaders, seem to assume uncomfortably well, from Pol Pot in Cambodia and Abemal Guzman in Peru, to Comrade Prachandra in Nepal.”

top