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29 maggio 2015

 

Un reddito di esistenza

di Paolo Cacciari

 

Accanto al tentativo di unire le tre proposte di legge sul reddito di cittadinanza, c'è anche chi rifiuta l’orizzonte asfittico del vivere per lavorare e consumare con un progetto autogestito di mutualità. Con sorprendenti ricadute sociali

 

Reddito di base, di cittadinanza, minimo garantito, di inserimento, di dignità, di esistenza… che dir si voglia. L’importante che sia per tutti. Tre proposte di legge (M5S, Sel, Pd area riformista), una petizione (Libera (www.campagnareddito.eu), un movimento di pressione (Basic Income Grant Erth Network; www.bin-italia.org) che da anni si batte anche in Italia affinché vengano introdotte misure di welfare capaci di fare i conti con la disoccupazione, il precariato, i lavori poveri (leggi anche Al senato reddito minimo e di cittadinanza, di Roberto Ciccarelli). Ma molto diversi sono i presupposti teorici e le implicazioni pratiche delle diverse proposte. Se la ricchezza che viene prodotta, al fondo, è sempre frutto della cooperazione sociale – anche di quelle persone messe ai margini del mercato del lavoro retribuito, a partire dal lavoro di cura svolto dalle donne -, allora è giusto che venga ridistribuita tra tutti.

Se il lavoro non basta o se i redditi da lavoro non sono sufficienti alla sussistenza, allora è giusto che tempi, carichi e remunerazione del lavoro vengano equamente distribuiti. Ma se il mercato non è in grado di garantire che ciò avvenga “spontaneamente”, è allora necessario disgiungere il reddito (minimo) dal lavoro. Esattamente come già avviene per la salute oppure l’istruzione, a cui tutti (ricchi e poveri) hanno diritto ad accedere. Un salto culturale difficile da comprendere in una società intrisa di pregiudizi antropologici e di retorica lavorista (“Maledetta la Repubblica fondata sul lavoro”, di Alessandro Pertosa e Lucilio Santoni, è un libro coraggioso, edito da Gwynplaine, di critica al lavoro, è possibile leggere la prefazione scritta da Marco Calabria e Gianluca Carmosino, Quella sveglia puntata alle sei del mattino ndr), dal tempo di Paolo di Tarso: “Chi mai vuole lavorare nemmeno mangi”.

Ma è proprio vero che la possibilità di usufruire di un reddito garantito conduce gli individui all’oziosità? Se lo sono chiesti alla Mag6 (Mutua auto gestione, la storica cooperativa di finanza critica) di Reggio Emilia dove cento soci hanno dato vita ad un progetto di mutualità che ha consentito ad una persona scelta casualmente tra loro di usufruire di 720 euro al mese per un anno senza chiedere nulla in cambio, se non un rapporto d’esperienza (www.mag6.it). I benefici in termini di sicurezza e libertà di scelta ottenuti nella vita di Nadia, la giovane beneficiaria, ricercatrice precaria, sono facili da immaginare. Più sorprendenti quelli osservati tra i contribuenti volontari e i soci Mag che hanno risposto alle interviste e ai questionari: “Riuscite a garantire la esistenza di una persona libera dal bisogno rende più ricco anche me”, ha detto un socio.

Di certo, partecipare ad un processo collettivo di mutualità cambia la percezione delle cose e gli stessi comportamenti individuali, di chi riceve, ma anche di chi dona.

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Paolo Cacciari è autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni. Questo articolo è stato pubblicato anche su Left. Il nuovo libro di Paolo Cacciari, Vie di fuga (Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è leggibile qui nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro).

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