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7 maggio 2015

Libertà d’ingegno e ispirazione condivisa on-line: il processo creativo diventa “social”
Edoardo Gentile Intervista Gian Lorenzo Lagna

“Credo che la creatività sia appannaggio degli esseri viventi. E che gli esseri umani tutti siano in grado di servire come individui la collettività intera, eccellendo in specifici ambiti di applicazione attraverso l’espressione compiuta del loro caratteristico potenziale o talento: l’essenziale è che l’habitat consenta ad ognuno di comprenderlo e di esprimerlo, capendo che è la massima convenienza a cui possiamo giungere.” La pensa così Gian Lorenzo Lagna, ideatore e fondatore di “Jai Guru Deva _ Il Network dei Creativi ” www.jaigurudeva.it, primo portale italiano interamente dedicato alla Creatività, dove gli utenti si incontrano per condividere il proprio ingegno e per collaborare alla realizzazione delle proprie idee. Il portale accoglie progetti proposti da individui, professionisti, enti ed aziende, nei più svariati ambiti di applicazione ed a qualsiasi stadio di avanzamento, permettendogli poi di tentare la strada della promozione e della distribuzione.
Da anni lei si occupa di creatività e valorizzazione del talento. Dal suo osservatorio, come valuta lo stato della creatività oggi in Italia?In fibrillante effervescenza: se con il termine creatività intendiamo la tendenza a riconoscere problemi più o meno significativi e ad ideare e realizzare rimedi inediti ed efficaci per la loro risoluzione, allora risulta con grande evidenza il desiderio sempre crescente e la capacità sempre maggiore di affrontare con tempestività ciò che riconosciamo come problema e di risolverlo proponendo soluzioni nuove rispetto al passato. Soprattutto, ma non solo, nelle nuove generazioni. Questo perché nella nostra storia recente abbiamo spesso osservato fenomeni di sottovaluzione, di rimozione o di bypassaggio dei problemi senza una reale intenzione e, in certi casi, senza una concreta possibilità di riconoscerli, di affrontarli e di risolverli in maniera efficace e duratura. E, presto o tardi, si sono ripresentati per chiederci un conto ancora più salato. In questo periodo di incredibile trasformazione culturale, sociale ed economica, invece, in cui la tecnologia ci sta offrendo strumenti di comunicazione e di elaborazione dati sempre più potenti, considerare l’affronto dei problemi non solo come una necessità urgente ma anche come un’opportunità di sviluppo virtuoso e conveniente sta diventando pratica comune e si sta traducendo in sempre maggiori proposte ed interventi di risoluzione, favorendo l’espressione di creatività individuale e collettiva.
L’avvento di Internet ha favorito la creatività o in qualche modo, con il suo mare magnum di stimoli e informazioni, sta indebolendo l’ispirazione ed il genio umano? Per un internauta, il rischio oggi di essere preda di distrazioni e di lasciarsi confondere dalla strabordante quantità di dati a disposizione è certamente reale. Ma, parlando di genio umano, gli esempi della storia passata ed anche della cronaca recente ed attuale ci mostrano quanto questo non possa mai ritenersi completamente sazio di stimoli e di informazioni, perché tutto ciò che percepiamo ci risulta in perpetua mutazione e transizione e, così, anche la nostra capacità di indagine e di rielaborazione delle sue componenti è in costante ricerca di dati sempre nuovi da comprendere, interpretare e manipolare. In questo senso, Internet è un archivio interattivo senza precedenti, in grado di soddisfare come mai prima d’ora questo apparentemente insaziabile appetito. Spesso, giocando con l’immaginazione, penso a Mozart con un iPad (spero di non farle accapponare la pelle..!): e mi ritrovo a domandarmi non tanto quanto tempo avrebbe “perso” rincorrendo o pubblicando notizie più o meno sensazionali o più o meno veritiere su questo o quel portale, bensì a quante opere in più avrebbe composto avvantaggiandosi di programmi di composizione e di editing audio maggiormente in grado di tradurre il suo pensiero in azione – rispetto all’inchiostro ed alla pergamena – magari stimolato da informazioni inedite a cui non avrebbe potuto attingere se non tramite il web. Per questo credo che le insidie derivino non tanto dall’incredibile molteplicità e plurità di stimoli e di informazioni a disposizione, quanto dall’eventuale incapacità dell’internauta ad effettuare opportune valutazioni di convenienza del loro utilizzo.
Cos’è it? Quando e perché ha deciso di dedicarsi a questo progetto? “Jai Guru Deva_Il Network dei Creativi” è un portale dedicato alla valorizzazione e alla cura della Creatività degli internauti: in qualsiasi ambito ed a qualsiasi stadio di avanzamento essa si manifesti, qualunque idea è l’ospite d’onore ed il protagonista assoluto! Funziona così: l’utente propone l’idea ed indica le competenze che gli servono per svilupparla. Per una storia di fumetto, ad esempio, la competenza necessaria allo sviluppo può essere in ambito di illustrazione 2D, oppure di graphic design e di animazione; o ancora, per un brano Pop abbozzato con chitarra e voce, la competenza che può cercare l’ideatore/compositore può essere in ambito di arrangiamento. Dunque il proponente, nella primissima fase di conformazione e pubblicazione dell’idea, esplicita chiaramente cosa serve per lo sviluppo dell’idea. A questo punto, qualsiasi membro del Network può proporsi per soddisfare le necessità e, non appena l’ideatore avrà accolto positivamente la prima proposta, Jai Guru Deva crea immediatamente un team di sviluppo interattivo: i cosiddetti “Creative Labs”. All’interno dei laboratori gli utenti possono interagire archiviando materiale multimediale, comunicando tramite chat e messaggi di gruppo oppure personali, organizzare incontri video registrabili per revisioni future, modificare insieme il materiale di sviluppo, invitare all’occorrenza altri collaboratori all’adesione, e così via. Poi, una volta trasformata l’idea in prodotto digitale oppure fisico, il team può proporla al mercato di riferimento tramite il JGD Store di Jai Guru Deva, suddividendo i proventi in base al grado di partecipazione di ognuno; oppure decidere di utilizzarla altrimenti, senza necessariamente tentare la strada della commercializzazione. L’idea di Jai Guru Deva, ovvero di un “habitat” o “ambiente” in grado di accogliere la proposizione di qualsiasi idea creativa e di porre in essere le condizioni affinché questa possa svilupparsi, realizzarsi ed eventualmente essere proposta nel proprio mercato di riferimento, è una sorta di traguardo o desiderio a cui aspiro da sempre: lo cercavo a casa, poi a scuola e poi a lavoro. Ho sempre pensato che trascurare o, peggio, ignorare e sprecare l’ingegno siano tra i peggiori rischi di stallo e di involuzione per la nostra società. Così circa 4 anni fa ho cominciato a valutare come l’informatica potesse venire in soccorso per la creazione di un ambiente con queste caratteristiche e ho cominciato a muovere i primi passi.
Il web sentiva davvero l’esigenza di un altro Social Network?Effettivamente Jai Guru Deva può sembrare un Social Network, ma in realtà è un Creative Network: la differenza sostanziale è che mentre il primo è un ambiente strutturato per favorire dinamiche di socializzazione generica tra gli utenti, il secondo è pensato per permettere dinamiche di creatività condivisa, favorendo attività di collaborazione. Ed il web, in origine, nelle intenzioni del suo ideatore Tim Berners-Lee e dei suoi collaboratori, è stato pensato e realizzato proprio per favorire questa dinamica creativa di interazione collaborativa. Per questo credo che il social sia uno stadio di sviluppo dell’ICT propedeutico e necessariamente destinato ad evolvere verso il creative.
La sua piattaforma si fonda sulla totale condivisione del processo creativo. Non pensa che l’eccessiva eterogeneità delle ispirazioni e la collegialità nel processo decisorio potrebbero portare ad una frammentazione della creatività o, nella peggiore delle ipotesi, ad uno stallo del progetto? Devo dirle che stiamo osservando una capacità naturale di Jai Guru Deva di attrarre collaborazioni creative estremamente specifiche ed anche altamente specializzate, con ottimi risultati di interazione e di complementarietà tra i collaboratori che si ritrovano nei team di sviluppo all’interno del Network. I rapporti di interazione che si instaurano all’interno dei laboratori creativi digitali di Jai Guru Deva non differiscono molto da quelli che verrebbero instaurati in laboratori “fisici” tradizionali: la differenza è che, essendo veicolati tramite la tecnologia informatica e comunicativa, vengono resi più semplici e, in molti casi, più efficaci. Il modulo informatico di Jai Guru Deva valuta alcuni parametri di avanzamento del lavoro e suggerisce ai gruppi di lavoro risoluzioni di specifici problemi, ma spetta comunque ai team e a loro soltanto di comprendere quanto il proprio livello di eterogeneità e la propria tendenza più o meno spiccata alla collegialità porti a risultati utili oppure dispersivi.
Qual è la sua posizione rispetto al diritto d’autore? Può il sistema del copyright, così com’é regolato, limitare la libertà di espressione? Il diritto d’autore è nato al fine di garantire tutela morale ed economica alle opere dell’ingegno creativo e dal mio punto di vista è un diritto fondamentale e inalienabile, perché garantisce al padre e alla madre dell’opera d’ingegno il riconoscimento dovuto sia in termini di attribuzione autoriale sia in termini di eventuali compensi derivanti dal suo utilizzo. In molti casi, però, soprattutto in ambito di tutela economica, credo che abbia portato a notevoli limitazioni di divulgazione del sapere, creando intricati monopoli burocratici e speculativi. In particolar modo, quando tra gli autori e gli usufruitori delle loro opere si sono interposti sistemi sempre più complessi di organi demandati alla tutela. Per questo motivo guardo molto positivamente e con enorme interesse l’impianto di licenze Creative Commons proposte nei primi anni 2000 dal professore di diritto Lawrence Lessig, dell’Università di Harvard, nate allo scopo di permettere all’autore di un’opera di decidere quali diritti riservarsi e quali concedere liberamente. Anche in questo ambito credo che il web possa offrire un contributo significativo alle garanzie di tutela, permettendo la semplificazione dei processi di verifica, di confronto, di monitoraggio e di archiviazione delle opere: grazie al web, infatti, è possibile dimostrare con precisione e tempestività chi si è reso “genitore” di un’idea, in quale luogo, in quale momento, in che modo e per quale scopo, e ciò può rivelarsi una soluzione efficacissima sia in ambito di riconoscimento morale sia patrimoniale. Ed anche in termini di stimolo alla collaborazione e di graduale diminuzione dell’abitudine a competere sul “ring” dell’inventiva: ad esempio, se parliamo non di plagio bensì di sincronia creativa (ovvero, della possibilità che due o più individui giungano in contemporanea ad ideare la stessa soluzione per lo stesso problema), è certamente più vantaggioso impiegare i propri sforzi ad unire le forze per raggiungere insieme l’obiettivo di realizzazione dell’idea comune invece di impiegare il proprio tempo a suon di eventuali denunce, querele ed intimidazioni. Ambienti come Jai Guru Deva rendono tutto ciò possibile, dimostrandone l’enorme convenienza.
Secondo lei c’è spazio per la creatività nel mondo dell’informazione? Senza dubbio: come tutti i “mondi” (siano essi professionali o di altra natura) e, per molti aspetti, potremmo dire più ancora di molti altri, quello dell’informazione rincorre la novità, l’inedito, le notizie, ed impone dunque a chi ne testimonia di confrontarsi continuamente con nuove situazioni problematiche da risolvere in maniera inedita, soprattutto in ambito di inchiesta e di cronaca contemporanea. Il giornalista, per affrontare tutti gli aspetti di incertezza propri del suo mestiere, non può che essere particolarmente creativo!
Pensa che un’eccessiva creatività in ambito giornalistico possa portare ad uno scollamento dalla realtà? Quali sono secondo lei i limiti? Il giornalista creativo solitamente è un fuoriclasse, non un fuorilegge: certo si affida alla propria immaginazione per creare soluzioni inedite a nuovi problemi, ma con la coscienza di dover rimanere entro il perimetro della realtà e non dell’illusione, affinchè il rimedio sia efficace e non rischi, invece, di trasformarsi in creazione di problemi collaterali, magari anche ben più gravi di quelli di partenza. I limiti, potremmo dire, “etici” della creatività dipendono dal riconoscimento e dalla definizione del problema, i quali sono sempre inevitabilmente dettati dal sistema di valori a cui l’individuo, consciamente oppure inconsciamente, decide di aderire: se, nel caso del giornalista, questi riconoscerà come problema la necessità di offrire una testimonianza veritiera, sincera, comprovabile, in grado di riportare i dati dello svolgimento di un evento con precisione e chiarezza ed all’unico scopo di divulgare informazioni per aumentare il grado di conoscenza di chi ne usufruisce, allora opererà entro il perimetro della realtà. Se il giornalista riconoscerà come problema, invece, l’emergere della propria popolarità – ad esempio – o della popolarità altrui per motivi di circostanza e di convenienza specifici, utilizzerà il giornalismo come mezzo improprio per giungere a fini che strabordano ben oltre quel perimetro e, anche nel caso in cui dovesse raggiungere il fine preposto, non sarà stato un fuoriclasse di creatività, ma semplicemente un impostore.
Esistono ancora giornalisti che riescono ad emozionare ed ispirare con il loro racconto della realtà? Personalmente mi capita sovente di sentirmi ispirato da un articolo e talvolta anche emozionato dallo stile di chi lo scrive. Ma non credo che un giornalista dovrebbe puntare ad emozionare o a ispirare il lettore, quanto più a tenere gli occhi bene aperti, le orecchie sempre tese e la bocca (o la penna) sempre pronta a far domande puntuali e a testimoniare con chiarezza le risposte.
Ha senso oggi investire in creatività? Perché un “business angel” dovrebbe puntare su un progetto in questo ambito? Per puntare sul sicuro: la domanda di creatività in tutti i settori che compongono il nostro tessuto sociale è oggi particolarmente alta e soprattutto in continuo aumento. E’ inevitabile che il world-wide-web, la “vasta rete mondiale” permetta sempre maggiore interazione e che l’interazione creativa porterà a sempre maggiori benifici, in termini sociali, culturali ed economici. E le offerte – ora in fase di esplosione – stanno già mostrando l’enorme convenienza di una rete iperattiva e condivisa di collaborazioni creative che, nel solco della Shared Economy e veicolate tramite l’Information/Communication Technology, trovano le migliori condizioni di sviluppo.
Crede che il suo progetto negli Stati Uniti o in Nord Europa avrebbe avuto vita più facile? Cosa manca all’Italia per poter essere al passo con queste realtà? Sì, soprattutto negli Stati Uniti: forse anch’io sono vittima della sindrome de “L’erba del vicino”, ma provo a spiegarmi. Se consideriamo l’intraprendenza imprenditoriale nel nostro Paese, notiamo che questa si sta manifestando in maniera sempre più diffusa, trasversalmente in termini di estrazione/derivazione sociale, ed anche che il processo di accoglienza, di ascolto e di cura sia da parte di strutture private sia da parte dell’amministrazione pubblica sta muovendo passi da gigante, il che è estremamente positivo e promettente. All’Italia servono idee chiare per rendere questo processo sempre più virtuoso ed accessibile, soprattutto per gli aspiranti imprenditori di prima generazione, e serve anche tempo per ottimizzare l’intero impianto. Altre realtà territoriali – come ad esempio gli Stati Uniti – mostrano già da tempo pratiche ed attenzioni volte a far prosperare gli istinti imprenditoriali delle proprie popolazioni, a partire dall’organizzazione scolastica fin dalla tenera età, e dunque godono di una “macchina operativa” certamente più collaudata, all’interno della quale lo sviluppo di progetti innovativi tende ad essere più celere ed efficace, proprio perché il sistema e le sue parti godono di maggiore esperienza di impostazione dei problemi e di attuazione delle soluzioni. Il che può rivelarsi un gran vantaggio per chi, come l’Italia, ha intrapreso questo percorso più di recente: posto che permanga la volontà di architettare un impianto di eccellenza, manutentandolo ed aggiornandolo opportunamente e continuamente, possiamo far tesoro delle esperienze pregresse altrui e valutare con maggior coscienza i rischi e i vantaggi delle scelte strategiche più significative sia per l’avvio sia per il consolidamento dell’intera struttura.
La creatività è appannaggio degli artisti o c’è un talento in ognuno di noi che andrebbe solo scoperto e sviluppato? Credo che la creatività sia appannaggio degli esseri viventi. E che gli esseri umani tutti siano in grado di servire come individui la collettività intera, eccellendo in specifici ambiti di applicazione attraverso l’espressione compiuta del loro caratteristico potenziale o talento: l’essenziale è che l’habitat consenta ad ognuno di comprenderlo e di esprimerlo, capendo che è la massima convenienza a cui possiamo giungere.
Infine, pensa che un giorno alla creatività verrà data la dignità di materia da imparare sui banchi si scuola? Certo: questo già succede. Ad esempio, nella prestigiosa Università di Stanford in California ci sono corsi di Creatività accanto a corsi di Ingegneria (come i corsi tenuti dalla dottoressa Tina Seelig presso il dipartimento di Management Science & Engineering), ed importantissimi educatori in tutto il mondo – come Sir Ken Robinson ed il dottor Keith Sawyer dell’Università del North Carolina – hanno da tempo compreso che i lavori che non hanno bisogno di creatività verranno presto (o sono già in gran parte stati) automatizzati e che, dunque, l’intervento dell’uomo sarà essenziale quasi esclusivamente in termini di creatività applicata. Per questo motivo hanno dedicato la loro vita accademica e professionale per ripensare la natura dell’attività pedagogica garantendo percorsi di Creatività che continuano a mostrare sempre maggiori benefici per gli studenti. Ed ancora, la Vittra School in Svezia, la Green School di Bali, la Summerhill School nel Suffolk in Inghilterra, e moltissime altre. Anche noi in Italia siamo stati pionieri in questo: basti pensare all’esperienza accademica proposta da Maria Montessori all’inizio del secolo scorso, che aveva ben compreso l’importanza dello stimolo e della cura del potenziale creativo degli studenti. D’altronde, acquisire competenze e informazioni non è più sufficiente: la sfida ora è essere in grado di rielabolarle al meglio e di metterle a servizio dell’intero pianeta.

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