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13 febbraio 2015

Mini: “Minsk passo avanti, ma la crisi non è affatto finita”

All'indomani della tregua annunciata al termine del vertice di Minsk, La Voce della Russia ha sentito il generale Fabio Mini, ex capo di Stato maggiore del comando NATO per il sud Europa ed esperto di geopolitica e strategia militare. Il generale Mini, alla luce della sua esperienza in scenari complessi come quello dei Balcani, dove è stato per due anni al comando delle operazioni di peacekeeping NATO, ha parlato della tregua raggiunta ieri dai “quattro della Normandia” e dei possibili scenari a breve e medio termine.
Generale Mini, i media di tutto il mondo hanno definito questo accordo di Minsk sulla tregua “fragile”. In cosa consiste questa fragilità a suo avviso?
Qualunque tregua è per sua stessa natura fragile: è un passaggio non definitivo di un conflitto, semplicemente una interruzione delle operazioni attive. Cessazione del fuoco non vuole dire che le armi verranno seppellite, quindi non direi che questa è una tregua fragile, ma più propriamente un passaggio interlocutorio. In questo caso specifico, personalmente, considero le decisioni prese un passo avanti ed un'ottima notizia, soprattutto per la composizione del tavolo di discussione. La “vecchia Europa” per così dire, quella preesistente all'Unione Europea allargata dopo la caduta del muro di Berlino, ha preso il comando delle operazioni, spegnendo le velleità dei paesi della cintura baltica, quella che gli americani chiamano “nuova Europa”. La sensazione è che la Francia e la Germania stiano cercando di riaffermare la propria centralità, soprattutto alla luce della evanescenza della diplomazia dell'UE.
Istituzioni europee ai margini dello scenario internazionale, con alcuni Stati membri a fare da interpreti esclusivi degli interessi e delle volontà dell'intera regione. Non crede che questa “supplenza” da parte di Parigi e Berlino alla lunga possa non bastare?
E' stato molto importante che siano Germania e Francia a rappresentare l'Europa in questo scenario, perchè è un segnale che viene mandato ai paesi baltici e alle repubbliche ex sovietiche. L'accoglienza “offerta” da Europa e NATO in questi anni a questi paesi è stata per certi versi anche giusta e doverosa, ma se consideriamo le radici socio-culturali di alcuni tra questi, ci rendiamo conto che forse in molti casi si è trattato di operazioni avventate. Il desiderio da parte di questi paesi, tutto ideologico, di entrare in Europa è stato cavalcato da chi aveva interesse ad un allargamento ad est della Patto Atlantico. Gli americani hanno fatto questo gioco, imponendo di fatto alla NATO un espansione molto spesso lenta ed in qualche caso mascherata. Queste pulsioni anti-russe che sono state fomentate negli anni però sono molto deleterie, basta guardare la mappa geografica per rendersene conto: L'Europa senza la Russia non è Europa, è solo la penisola di un continente. Questa Europa geografica, per come si sta componendo, sta procurando il fallimento di quella politica.
Crede che sia anche il caso dell'Ucraina?
Il conflitto ideologico in cui siamo come intrappolati è certamente alla base della crisi attuale ucraina. Continuare ad interpretare gli scenari in continuo mutamento attraverso la lente deformata dell'ideologia novecentesca sta bloccando il processo di trasformazione dell'Europa, non dico nella direzione di una difficile unità politica, ma quantomeno nella dimensione di una necessaria autonomia che oggi non vediamo. Tutte le rivoluzioni colorate, pagate e alimentate dall'esterno, dagli Stati Uniti ma non solo, che molti hanno ingenuamente scambiato per aneliti di democrazia, semplicemente non lo erano. Ho potuto constatarlo personalmente sul campo, è un metodo inventato nei Balcani, con le marce silenziose del 2000. Il modello Kosovo è stato poi assunto come vero e proprio paradigma. Paradossalmente la prima prova ufficiale è stata proprio la rivoluzione arancione ucraina del 2005, come anche in queste ri-edizione che ha portato al potere Petro Poroschenko, non credo che si possa parlare di fenomeni democratici spontanei. D'altra parte, gli stessi impulsi autonomisti della regione del Donbass di oggi, così come la vicenda della Crimea, non sono altro a mio avviso che la replica di uno schema che noi occidentali per primi abbiamo proposto in situazioni del genere. In tal senso ribadisco che la presenza forte di Francia, ma soprattutto Germania rappresenta un passo avanti: è come se si fosse cercato di dire ai paesi dell'est Europa, ed in qualche misura anche agli USA, che l'opzione di una guerra regionale in Europa è impossibile. Sarebbe un ossimoro: guerra regionale in Europa significa guerra globale.
Quali sono a questo punto gli scenari nel breve e medio termine? Il secondo vertice di Minsk sarà in grado di produrre esiti meno incerti del primo?
Nonostante molti analisti parlino dello scenario peggiore ossia di un allargamento del conflitto ad altri paesi, come di un'ipotesi vicina o comunque possibile, personalmente credo che questo non succederà. Aldilà delle questioni di carattere tattico, e parlo di piccole rappresaglie o ritorsioni, una guerra tra potenze in Europa significa una sola cosa: guerra nucleare, che questa sia arma di deterrenza o addirittura di impiego. Ancora di più da quando, nel 2010, la NATO ha autorizzato anche per i suoi membri europei, nel silenzio dei media occidentali, l'opzione nucleare tra i suoi concetti strategici. E questa è un opzione a mio avviso impossibile. La sensazione è che chi oggi parla di guerra lo faccia per una ragioni diverse e senza rendersi conto della portata di un simile messaggio sulle popolazioni. Da una parte, banalmente, si evoca la guerra per allontanarla, quasi secondo un principio scaramantico. Più seriamente invece devo dire che il motivo alla base della teoria della “guerra alle porte” tanto sbandierata sia tattico: si pensa cioè che aumentare il livello di pressione con dichiarazioni di questo tipo possa pesare sulle decisioni della diplomazia e invitare alla cautela gli attori in gioco. La sensazione è che in Ucraina si è destinati a ripetere l'esperienza dei Balcani: tra Russia e Ucraina verrà creata una zona di interposizione con funzione di ammortizzatore. Una fascia di sicurezza sia terrestre che aerea, che potrebbe essere addirittura demilitarizzata, aspetto niente affatto trascurabile. Questo però è solo il primo passo, che deve essere necessariamente seguito da quello politico e diplomatico, finalmente improntato alla ragionevolezza dei leader coinvolti e che sancisca lo status di autonomie regionali delle zone ad est dell'Ucraina. E questo nonostante le irresponsabili dichiarazioni di chi continua, a parole, ad escludere la soluzione federalista per l'Ucraina.