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Sabato, 06 giugno 2015

 

La guerra mondiale del mar cinese meridionale

di Pepe Escobar

 

Mentre la guerra fredda 2.0 tra USA e Russia è ben lontana dall’essere sventata, l’ultima cosa di cui il mondo ha bisogno è di una reincarnazione del falco Bushista Donald “a conoscenza del non sapere” Rumsfeld.

Al suo posto il – prevedibile – “a conoscenza del non sapere” che abbiamo in cambio è il boss del Pentagono Ash Carter.

Il neocon Ash ha messo in scena un bello spettacolo alla Convention Shangri-La lo scorso weekend a Singapore.

 

Pechino è impegnata in lavori di bonifica in nove isole artificiali nel Mar Cinese del Sud, sette negli atolli delle isole Spratly e due nell’arcipelago delle Paracel. Ash ha virtualmente ordinato a Pechino di “fermare immediatamente” la sua espansione, accusandolo di aver agito “sopra le righe” rispetto alle norme internazionali e ha messo il cappello alla pantomima volando sopra lo Stretto di Malacca al largo di Singapore su un elicottero Osprey V-22.

Washington non smette mai di ricordare al mondo che la “libertà di navigazione” nello Stretto di Malacca – attraverso il quale la Cina importa tantissima energia – è garantita dalla marina USA.

Dopo lo Shangri-La, il presidente USA Barack Obama stesso sentiva il bisogno di intervenire, dicendo che la Cina dovrebbe rispettare la legge e smettere di “sgomitare”, anche se ha ammesso che “alcune delle loro rivendicazioni potrebbero essere legittime”. Quindi? Quando sei una “potenza pacifica”, hai il diritto di mettere il becco su... praticamente tutto.

Guardando la situazione nel suo complesso, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong per lo meno ha tentato di fare la faccia coraggiosa, insistendo che l’oceano Pacifico è “abbastanza grande” per ospitare sia Washington sia Pechino.

Per cui di nuovo ci troviamo di fronte a due km quadrati di scogli, micro-isole ed atolli, attorniati da 150.000 km quadrati di acque torbide e un migliaio di km al largo del confine marittimo orientale cinese.

Pechino rivendica “assoluta” sovranità su almeno l’80% del Mare Cinese del Sud. Non si tratta solo di circa 5 trilioni di dollari di giacimenti inesplorati di gas e greggio, si parla di uno snodo navale intasatissimo in cui le economie di Europa, Medio Oriente, Cina, Giappone, Corea del Sud e di molte nazione dell’ASEAN scambiano merci ed energia.

La risposta del ministro degli esteri cinese ad Ash Carter è stata piuttosto dettagliata. Il punto focale: il codice di condotta nel Mare Cinese del Sud dovrebbe essere – e in effetti sarà – negoziato tra Cina e l’ASEAN. Lo sanno tutti nel Sudest Asiatico.

Ecco il punto: dal punto di vista di Pechino, nulla di ciò ha assolutamente a che fare con gli USA.

Ditelo ai neocon del varietà di Ash. La loro paura non celata è che l’ “aggressione cinese” stia trasformando quelle acque nel Mare Nostrum della Repubblica Popolare Cinese. Fin dalla fine della seconda guerra mondiale e la capitolazione giapponese, il “potere pacifico” si è autoinvestito del mantello di Signore del Pacifico – dall’Asia alla California. È facile vedere che questa storia non andrà a finire bene – visto il nuovo comportamento deciso della Cina che pare diretto verso l’affermazione della fine dell’egemone.

Cosa farà Ash? Se le sue parole con cui ha sostenuto che gli USA vogliono rimanere la “principale potenza militare nell’Asia orientale per le prossime decadi” dovrà inviare una flotta che blocchi una considerevole striscia dei confini marittimi orientali cinesi. Diamo il benvenuto alla bomba ad orologeria geopolitica del Mar Cinese del Sud.

 

Fare reclamo

Se nel Mare Cinese del Sud abbiamo opposti alla Cina Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan, nel Mar Cinese Orientale alla Cina si oppongono Giappone, Taiwan e Corea del Sud; la Cina è stata inamovibile sul fatto che non verrà istituita una Air Defence Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese del Sud per ora – dato che le condizioni non sono “appropriate”. Ci ricordiamo tutti quando l’ADIZ fu dichiarata nel Mar Cinese Orientale nel 2013. Il Pentagono aveva sguinzagliato una coppia di B-52 a farsi un giretto. La tensione era, ed è tutt’ora – abbastanza – morbida. Per ora.

L’idea che la Cina sia un dragone cattivo in procinto di fagocitare tutti i piccoli di quelle acque è una bufala. Molto prima che il comandante della Flotta Pacifica, l’ammiraglio Harry Harris, ringhiasse che “una Grande Muraglia di sabbia” stava venendo costruita nel Mar Cinese del Sud, gli altri protagonisti nella regione non se ne stavano di certo inermi a guardare.

Infatti, per lungo tempo la Cina – a fianco del Brunei – non aveva piste di atterraggio nel Mar Cinese del Sud. Le Filippine ne hanno, nelle Isole Thitu. Il Vietnam ne ha, in aggiunta ad un eliporto, a Truong Sa. La Malesia ne ha , a Swallow Reef – e ci stanno un bel po’ di aerei. Taiwan ha un aeroporto militare a Taiping.

Pechino potrebbe sicuramente utilizzare le isole artificiali per schierare infrastrutture aeronavali. Ma non solo la Cina sta facendo opere di bonifica. Anche il Vietnam lo sta facendo in due atolli nelle isole Spratlys.

Washington da parte sua ha avuto accesso ad otto basi filippine – tra cui la base navale Carlito Cunanan, nel cuore dell’azione nel Mar Cinese del Sud. Manila, come anello debole nella regione, punta ad una strategia su due fronti: Supporto Illimitato da Washington e piena internazionalizzazione del Mare Cinese del Sud.

Taiwan è stato impegnato ad investire in una caravella autoprodotta dotata di missili ed invisibile ai radar; a basso costo di manutenzione, ultramobile e pesantemente armata.

Nel frattempo il comandante della Settima Flotta statunitense, il Vice Ammiraglio Robert Thomas, è piuttosto entusiasta circa i Giapponesi che esercitano il proverbiale “ruolo più attivo” non solo nel Mar Cinese Orientale ma anche negli oceani Pacifico ed Indiano.

Non è strano che Washington permetta la rimilitarizzazione del Giappone. È ora di stare ad osservare i mari cinesi. Ovvero controllarli per un qualsiasi casus belli tra l’egemone in declino e la potenza riemergente che non mantiene più un “basso profilo”.

 

Qualcuno ha voglia di guerra fredda in salsa di soia? [1]

Il palcoscenico è pronto per una partita con un piatto pesantissimo. Per Pechino, l’espansione tra le Spratlys e le Paracel significa fare breccia attraverso i limiti geografici del Sudest Asiatico come anticipazione dell’intenzione di proiettare il proprio potere oltre l’oceano Indiano per tutto il Sudest Asiatico.

Per Washington, tutto ruota attorno al disturbare le vie marittime della seta – che è la rotta per la quale Pechino importa, attraverso lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese del Sud – non meno dell’82% del petrolio e del 30% del gas naturale.

Aspettiamoci innumerevoli luoghi comuni sul dovere di Washington di proteggere la “libertà di navigazione” e condanne senza fine dell’ “aggressione cinese” – contornata dall’espansione delle nuove vie della seta, dalla Nuova Banca per lo Sviluppo creata dai BRICS e la Asian Infrastructure Investment Bank guidata dalla Cina che vanta gli altri membri dei BRIC, oltre alla Germania ed altre nazioni Europee, nel Consiglio di Amministrazione: tutti vettori di una strategia multipla che sta minando l’egemonia del dollaro USA.

Gli albori dell’amministrazione Obama, quando Kissinger e il dottor Zbig. “Grande scacchiera” Brzezinsky suggerivano una sorta di “relazione speciale” tra USA e Cina – una sorta di G-2 trasversale de facto controllato dall’egemone eccezionale – se ne sono andati. Non c’è da stupirsi che Pechino fosse sospettosa. Ora l’amministrazione Obama non può che tornare in modalità default – ovvero quella del contenimento. Ash Carter ha solo fatto un passo in avanti in quella direzione.

Mentre la guerra fredda 2.0 è tutt’altro che scongiurata, ora abbiamo anche il fattore della guerra fredda alla salsa di soia – o la guerra fredda wonton. Sarà meglio che i neocon statunitensi stiano attenti a non fare indigestione di gamberi tigre.

 

Note

[1] nella versione originale Cold Won Ton War, anyone? I wonton sono tipici ravioli cinesi, essendo un’espressione difficilmente traducibile ho preferito virare sulla salsa di soia, che rimanda più direttamente ad un concetto di estremo oriente o Cina, NdT

 


Pepe Escobar è autore di Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War (Nimble Books, 2007), Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge (Nimble Books, 2007), e Obama does Globalistan (Nimble Books, 2009). Può essere contattato a pepeasia@yahoo.com.

 


Link: http://www.informationclearinghouse.info/article42041.htm

03.06.2015

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l'autore della traduzione FA RANCO

 

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