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Lunedì, 04 Maggio 2015

 

La guerra civile siriana arriva nei campi dei rifugiati palestinesi in Libano

di Mauro Pompili

 

Dal 1948 tre generazioni di palestinesi vivono nei campi libanesi. Senza la possibilità di un futuro diverso da quello di una vita da profugo tra i giovani crescono la rabbia e l’estremismo.

Sidone (Libano). Il campo di Ain al-Hilweh, nel sud del Libano, da quasi settanta anni è un ricovero povero e malsano per circa 70.000 rifugiati palestinesi. Il campo è una vera e propria città alla periferia di Sidone, nelle sue case improbabili sono nate e cresciute tre generazioni di palestinesi.

Arrivati in Libano nel 1948, cacciati dalle loro case, dovevano restare pochi mesi e poi tornare in patria, come stabiliva la stessa risoluzione dell’ONU che in quell’anno sanciva la nascita dello stato di Israele. Invece, da allora vivono dentro i campi, privati dei diritti civili, con il divieto di esercitare molte professioni, senza la possibilità di acquistare case e terreni.

La guerra civile siriana, e i suoi effetti collaterali nel Paese dei Cedri, hanno reso ancora più complessa la convivenza. Da un lato i palestinesi che vivono un crescente senso d’insicurezza, vittime di quella che molti chiamano una campagna d’odio contro i campi. Dall’altra i libanesi temono che in quei vicoli impenetrabili si nascondano cellule terroristiche salafite e quaediste.

La paura dei libanesi è, purtroppo, fondata. Ad Ain al-Hilweh alcuni quartieri sono diventati un rifugio sicuro per i jihadisti che combattono con ISIS o con il Fronte al-Nusra. In quelle aree del campo neppure le forze di sicurezza palestinesi entrano, per evitare di creare pericolose tensioni e, in base ad un accordo vecchio di decenni, le forze di sicurezza libanesi non possono entrare.

A Tawarê, un quartiere del campo, sventola la bandiera nera di ISIS e sui muri le foto dei leader palestinesi sono state sostituite da quelle dell’autoproclamato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi è del defunto leader di al-Qaeda, Osama bin Laden. Grazie alla collaborazione di un giornalista libanese abbiamo parlato con Abu Ahmed, un palestinese di Ain al-Hilweh che combatte con il Fronte al-Nusra, affiliato di al-Qaeda.

“Usiamo il campo come una base di retrovia. La prima volta ho trascorso tre mesi in Siria, poi sono tornato al campo dopo essere stato ferito”, ha raccontato al telefono dalla Siria. “Ogni volta che devo riposare o ho bisogno di qualcosa torno al campo.”

Nonostante sia ricercato dalle forze di sicurezza libanesi, riesce ad attraversare il confine e superare i controlli militari agli ingressi del campo. “Uso un documento falso e semplici travestimenti, come accorciare o meno la barba.”

Secondo le forze di sicurezza libanesi almeno 46 uomini hanno lasciato Ain al-Hilweh per combattere nella guerra in Siria, ma molti sono quelli che “vanno e vengono.”

Il generale Mounir al-Maqdah, capo delle forze di sicurezza palestinesi in Libano, ha detto che molti dei combattenti non hanno più di 17 anni. “Sono una nuova generazione, molto incosciente e molto pericolosa.”

Le tensioni tra le diverse fazioni palestinesi ad Ain al-Hilweh sono in crescita costante, e i giovani sono le prime vittime di ideologie che continuano a radicalizzarsi. Così, nel novembre 2014 nel quartiere di Taamir, all’interno del campo, dopo più di dieci anni è stato di nuovo aperto un “Cubs”. Si tratta di una scuola di addestramento militare per adolescenti, voluta nel 1970 da Yasser Arafat, per formare i giovani combattenti contro Israele. La componente militare dell’OLP, che segue le attività dei “Cubs”, è schierata in Siria contro gli estremisti sunniti.

Anni Ghibrik, di una ONG di donne palestinesi attiva nel campo, dice “Sono i più giovani a cadere preda delle ideologie integraliste, da una parte e dall’altra.”

La drammatica situazione in cui vivono i palestinesi nei campi libanesi è un vero e proprio terreno di coltura per aspiranti jihadisti. Nei vicoli degradati dove i cavi elettrici penzolano pericolosamente sopra le teste le condizioni di vita sono al limite della sopravvivenza. “Soprattutto manca il lavoro.” Dice Ahmer Hazen, responsabile per l’OLP del campo.

Anni ci fa incontrare Sum Ahmad, che ha un figlio di 18 anni che è partito per unirsi a ISIS in Siria. “Omar è sparito all’improvviso per la prima volta quasi un anno fa. Dopo quattro mesi è tornato dimagrito e nervoso. Urlava contro la sorella se usciva da casa senza il velo e non voleva che suo padre fumasse. Parlava solo della forza dei combattenti di ISIS. È andato e tornato dalla Siria diverse volte, ora da tre mesi non ho più sue notizie.” Sum Ahmad racconta che “con i suoi amici, quando torna, parla solo della guerra all’occidente per uscire dalla schiavitù in cui i palestinesi e i musulmani vivono da decenni.”

Le autorità libanesi temono che i campi palestinesi diventino come Arsal, la città nel nord del Libano che sin dall’inizio della guerra si è trasformata in una terra di nessuno dove gli estremisti dalla Siria vanno per curarsi, riposarsi e armarsi.

Ai 70.000 rifugiati palestinesi che vivono ad Ain al-Hilweh si sono aggiunti 6.000 rifugiati palestinesi fuggiti dal conflitto siriano, soprattutto dal campo di Yarmouk. Profughi due volte il loro arrivo ha reso più pesante la vita nel campo e, come ha ribadito Ahmer Hazen, “Non è facile capire se tra quelle famiglie in fuga si nascondono anche terroristi.”

A sud di Damasco Yarmouk era il più grande campo palestinese in Siria. Dall’inizio della guerra la zona si è trasformata in un punto strategico fondamentale e in uno dei teatri più sanguinosi del conflitto. Gli scontri più violenti in questi anni si sono registrati tra le diverse fazioni ribelli, mentre il governo di Assad teneva letteralmente sotto assedio l’intera area. Fino a una settimana fa secondo le Nazioni Unite c’erano ancora 18.000 persone che vivevano nel campo. Dopo l’ultimo attacco sferrato da ISIS a Yarmouk, e costato la vita a circa 150 civili, secondo UNHCR altri 2.000 palestinesi hanno lasciato Yarmouk dirigendosi verso il vicino Libano.

Nel campo la situazione è drammatica per chi non è riuscito a fuggire: mancano acqua, elettricità e i viveri scarseggiano.

La presenza di jihadisti ad Ain al-Hilweh preoccupa le autorità del campo, che stanno intensificando la cooperazione con l’esercito libanese.

Si cerca di evitare il ripetersi degli scontri del 2007 tra l’esercito libanese e gli islamisti nel campo profughi di Nahr al-Bared, che provocarono decine di morti e la distruzione del campo.

Il generale palestinese Sobhi Abu Arab recentemente ha minimizzato le preoccupazioni “Solo una minoranza dei residenti sono coinvolti nel conflitto in Siria. Molti di loro sono tornati perché non erano convinti di quello che stavano facendo.”

Un altro elemento preoccupa le autorità libanesi. Nell’ultimo anno gli scontri a fuoco all’interno di molti dei dodici campi palestinesi del Paese si sono moltiplicati. “Ain al-Hilweh è il più grande ed è solo la punta dell’iceberg – dice Farouk Gandour, giornalista – nel nostro Paese sono dodici i campi per i rifugiati palestinesie come avere dodici bombe innescate sparse per tutto il Libano.”

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