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Mercoledì 31 agosto 2016

Il marchio razzista della società americana
di Gad Lerner

Il libro del giornalista afroamericano Ta-Nehisi Coates, Tra me e il mondo, è un duro j’accuse alla società americana: una lettera al figlio in cui racconta come l’ingiustizia originata dalla riduzione in schiavitù si perpetui tutt’oggi. Un best seller di stretta attualità.

Una lettura preziosa e sconvolgente, imprescindibile per chi voglia addentrarsi nella persistente attualità del conflitto razziale che scuote nel profondo la società degli Stati Uniti d’America. Una testimonianza cruda e acuminata, resa con una scrittura talmente nitida da renderla magistrale anche sul piano letterario. Questo vorrei trasmettervi, dopo aver chiuso l’ultima pagina di Tra me e il mondo, il libro di Ta-Nehisi Coates che negli Usa è stato pluri-premiato e che in Italia arriva tradotto da Codice Edizioni: procuratevi lo stesso senso di rivelazione che Coates ha donato a me. L’autore racconta al figlio adolescente la vicenda del proprio corpo scuro. E del torto storico che il Grande Sogno americano ha fondato e tuttora fonda su di esso.
Coates è sfuggito alle dinamiche feroci della strada, da ragazzo a Baltimora. L’eredità dei suoi genitori, che hanno vissuto il movimento per i diritti civili e la tensione rivoluzionaria di Malcolm X, lo ha favorito nello scansare le trappole e perseguire l’eccellenza culturale, la ricerca storica, l’empatia con le vittime di discriminazione. Ma la sua diagnosi sul sistema in cui vive non ammette deroghe consolatorie: l’ingiustizia originata dalla riduzione in schiavitù e dalla deportazione, «il saccheggio», «la depredazione del corpo», l’essere «figli di uno stupro transatlantico», è una condizione che si perpetua inesorabilmente oggi. All’inizio vi darà fastidio la nettezza con cui Coates afferma la vulnerabilità del suo corpo nero nella democratica America del 2016. Ma poi vi costringerà a dargliene atto, tale è la raffica di storie di vita da lui narrate e che ritroviamo drammaticamente nelle cronache attualissime del razzismo americano. «Il dio della storia è ateo – sostiene Coates – e nulla del suo mondo è perché così deve essere». Ma l’amore e la riconoscenza con cui descrive l’umanità delle «facce al fondo del pozzo», l’impegno di antagonismo radicale ma universalistico che trasmette al figlio, ne fanno un maestro. Scomodo ma saggio, quando ci ricorda che «l’America considera sé stessa un prodotto di Dio, tuttavia il corpo dei neri è la prova più evidente di come l’America sia opera degli uomini».

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