Fonte: Il Dubbio

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17/10/2016

 

I parrucconi e Bob Dylan

di Luciano Lanna

 

Davvero nessuno poteva immaginare la levata di scudi contro il Premio Nobel assegnato a Bob Dylan espressa, almeno da noi in Italia, da qualche nostalgico custode di una superata concezione della letteratura. Una levata di scudi incomprensibile ma rivelatrice di un ritardo ingiustificato nella concezione diffusa e radicata di ciò che è autenticamente “letterario”. Siccome il dibattito è esploso sulla rete, direttamente da Facebook riprendiamo – tra i tanti – questo efficace commento in controtendenza di Giampaolo Canetti, un giovane docente di lettere: “Siamo abituati – scrive – a un’idea e a una soluzione banale della musica che, spesso, mortifica lo spessore del testo, ma basterebbe pensare alle origini della nostra tradizione letteraria europea, quando le opere dei trovatori occitani erano caratterizzate da un legame indissolubile tra musica e parole, poi spezzato dall’invenzione del sonetto in area siciliana, per comprendere la normalità della scelta di Dylan…”. Oltretutto, aggiungiamo noi, come si fa, dopo il ’900, a concepire la produzione letteraria tout court solo per la sua declinazione in senso accademico, tipografico e libresco ? Ma non “fanno” più letteratura tanti versi cantati e imparati a memoria in tutto il mondo che quelli nascosti in un libretto pubblicato a proprie spese e letto da pochissime persone? Questione di punti di vista e di metabolizzazione (in molti casi forse assente) di ciò che è stato il portato novecentesco.

D’altronde, anche rimanendo alla logica rigorosamente bibliografica, basterebbe andare su wikipedia per leggere la seguente, precisa, definizione di Bob Dylan (all’anagrafe Robert Allen Zimmerman, nato a Duluth, nel Minnesota, il 24 maggio 1941): “Cantautore e compositore statunitense, distintosi anche come scrittore, poeta, pittore, scultore e conduttore radiofonico che si è imposto come una delle più importanti figure in campo musicale, in quello della cultura di massa e della letteratura a livello mondiale”. E, sempre in quella sede, si può leggere – per limitarci alle traduzioni italiane – un elenco di ben sedici libri, tutti a firma Bob Dylan, tra cui il romanzo Tarantula, pubblicato da Mondadori nel 1973, e l’autobiografia Chronicles, mandata in libreria da Feltrinelli nel 2005. Per non parlare delle raccolte di versi come, tra le altre, Folk, canzoni e poesie (Newton Compton 1978), un’edizione che in Italia, ha circolato, e molto, tra gli studenti e non solo.

Ma, per andare più a fondo, andiamo direttamente alla voce della critica. È stata la compianta Nanda Pivano, la scrittrice e traduttrice amica di Cesare Pavese, la donna che ha fatto conoscere da noi quasi tutta la letteratura americana del ’900, a scrivere che Dylan più che un cantautore o un chitarrista è sempre stato “soprattutto un poeta”. Nel suo libro I miei amici cantautori (Mondadori, 2005), la Pivano ha esplicitamente sottolineato il ruolo di innovazione linguistica espresso da Dylan, il quale nei testi delle sue ballate aveva usato un linguaggio del tutto nuovo: “Era il nuovo gergo degli hipster di quegli anni e con quel gergo aveva aiutato Allen Ginsberg a togliere la poesia dalle accademie, e come una specie di Omero del XX secolo l’aveva restituita alle masse, con l’aiuto del jukebox che altri poeti non avevano avuto a disposizione”.

Del resto, dopo aver inciso il suo primo disco nel ’62, quello con Blowin’ in the Wind e Masters of War, poi nel ’63 quello con The Time They Are A-Changin’, nel ’64 quello con Mr. Tambourine Man, Dylan era stato da subito percepito da tutti come un poeta. Già nell’ottobre ’65, quando la rivista Esquire pubblica i risultati di un’inchiesta svolta tra gli universitari che chiedeva quale fosse la personalità, politica o letteraria, più notevole del momento, quello di Bob Dylan è il secondo nome prescelto dopo John Kennedy e prima di Fidel Castro. E quando, nel dicembre dello stesso anno un’inchiesta svolta da Partisan Review aveva dedicato una pagina ai giovani scrittori d’America, il titolo fu profetico, pensando che il nome del folksinger era stato messo tra quello di due Premi Nobel: “Bob Dylan è l’erede di Faulkner e di Hemingway?”.

Insomma, tutti hanno sempre considerato Dylan un poeta e un letterato. E non è un caso che già dalla metà degli anni ’70 alcuni suoi testi sono stati inseriti nelle antologie scolastiche, non solo in Italia. È stata poi Joan Baez, la cantante folk che nello stesso periodo condivise la stessa idolatria da parte dei giovani, a spiegarlo a chiare lettere: “Bobby esprime ciò che io e molti altri sentiamo, ciò che vogliamo dire. Ma le canzoni di Bobby sono poesia…”. Il regista Murray Lerner commentò a suo tempo: “Con l’elettricità e la radio Dylan fece quello che Yeats, Lorca, Eliot e Ezra Pound non erano riusciti a fare: aveva raggiunto il grande pubblico con la poesia”. E se non è meritevole di Nobel della letteratura questo, cosa lo sarebbe?

A riprova, andiamo a leggerci ciò che lo stesso Dylan ha riportato nella sua autobiografia (letteraria, anch’essa). Giovanissimo, come lui stesso racconta, si immergeva nei libri, leggeva soprattutto letteratura di tutto il mondo: Ovidio, Villon, Robert Graves, Balzac, Rousseau, Faulkner, Tucidide, Coleridge. “Più che altro – aggiunge – leggevo libri di poesia, Byron e Shelley e Lonfellow e Poe. Imparai a memoria Le campane di Poe… I libri danno alla stanza una vibrazione potente e che insieme dà la nausea. Le parole della Vita solitaria di Giacomo Leopardi sembravano uscire dal tronco di un albero come sentimenti disperati, indistruttibili”. E proprio sull’onda di queste sensazioni gli venne l’idea di scrivere poesie e canzoni: “Picasso – ricorre a questa analogia – aveva disintegrato il mondo dell’arte e adesso i pezzi giacevano sotto gli occhi di tutti. Era un rivoluzionario. Era così che volevo essere io…”. E a un certo punto c’è il suo incontro con Archibald MacLeish uno dei poeti laureati d’America. Carl Sandburg e Robert Frost erano gli altri due, all’epoca. Ebbene, MacLeish convoca Dylan per fargli scrivere dei versi per un testo teatrale al quale lui stava lavorando. Quando si vedono il famoso poeta esordisce leggendo i versi di Bob da Desolation Row in cui si si citavano Ezra Pound e Thomas Eliot. A proposito di Pound, ricordiamo che MacLeish era stato uno dei protagonisti della battaglia giudiziaria per far uscire dal manicomio criminale dove per lunghi tredici anni era stato rinchiuso l’autore dei Cantos.“Io li conoscevo tutti e due” dice Archie al giovane Bob: “Uomini difficili, con loro bisogna fare i conti, ma la capisco quando dice che stanno lottando nella torretta del capitano…”. Poi MacLeish, improvvisamente, spiega a Bob di apprezzare molto i versi di una sua canzone, John Brown, dedicata a un ragazzo che va in guerra: “Ha più della tragedia greca. Una faccenda di madri di differenti tipi di madri. Tutte le madri riassunte in una…”. Tanto che Dylan, stupito, commenta: “Mi considera un poeta serio e, così mi dice, il mio lavoro sarà una pietra miliare per le generazioni a venire…”.

Inutile aggiungere altro. E tornando allo sterminato dibattito sulla rete, vale la pena concludere con queste parole di Francesco Pullia: “Piaccia o no a qualche invidioso straccivendolo del panorama culturale italiano, il meritatissimo premio a Bob Dylan dev’essere inteso anche come un tardivo riconoscimento alla Beat generation (Ginsberg, Kerouac, Corso, Burroughs, Ferlinghetti, Snyder, Orlovsky, ecc.) e a ciò che ha rappresentato e continua a rappresentare per diverse generazioni. In fondo, premiando Robert Zimmermann vengono premiati anche lo scomparso Allen Ginsberg e una concezione visionaria e profetica della letteratura che, è innegabile, ha anche profonde radici nell’universo yiddish degli ebrei americani di cui molti tra i maggiori poeti contemporanei (tra i quali Leonard Cohen) sono espressione. Ditelo agli scrittorelli che pensano che il mondo giri o debba girare esclusivamente attorno alle scuole di scrittura”.

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