Fonte: Vita

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28/11/2016

 

Le cooperative di comunità diventino comunità di destino

di Giovanni Lindo Ferretti

 

Giovanni Lindo Ferretti interviene alla Scuola delle Cooperative di Comunità, il 19 novembre 2016, che oggi e domani proseguirà con le lezioni e le testimonianze a Cerreto Alpi (RE): «Non abbiamo bisogno di leggi, ma di una grande espansione di realtà. Una cooperativa di comunità può essere una prospettiva grandiosa, soprattutto se si lavora in un luogo così piccolo che è impossibile non scontrarsi con la realtà e affrontarla»

 

Quando uno scopre un territorio, quando uno scopre una terra, quando uno scopre una casa scopre anche un tempo. Oggi è una bella giornata, perché è fissata in un tempo particolare. Siamo tra le festa dei morti e dei santi - che legano gli uomini, con i morti, alla loro storia e con i santi a un anelito che va oltre la terra - e il solstizio d'inverno. Il solstizio d'inverno è uno dei punti apicali dell'anno. Un periodo molto importante, perché lega ciò che si raccoglie ciò che si è seminato durante l'anno e si semina ciò che poi nascerà l'anno prossimo.

 

Quando arriva questo periodo c'è bisogno di fermarsi, di raccontarsi quello che si è fatto e quello che si sta facendo. Poi arriva l'inverno, quello che deve morire muore. Quello che è destinato a rinascere, rinascerà. È il suo destino.

 

Cooperative 4

Ci sono tre parole che ho segnato, dalle testimonianze ascoltate alla Scuola delle cooperative di comunità che si è tenuta a Succiso. La prima è una parola che non sentivo usare da qualche decennio: popolo. Mi ha emozionato sentirla pronunciare nella storia di Tiriolo, perché penso a tutto l'immaginario che trascina con sé. Una persona che usa la parola «popolo» per descrivere il proprio progetto io ne capisco la difficoltà, ma ne colgo anche la ricchezza. Quella parola mi racconta tutto. È una parola così forte e così desueta che racconta una storia in cui vale perdersi. Una seconda parola - usata dagli amici della cooperativa di comunità Brigì di Mendatica è la parola pro loco. Dietro questa parola, c'è tutta un'altra fatica. Non quella di chi costruisce sul vuoto, ma quella di chi deve avere uno sguardo nuovo su ciò che c'è già. Pro loco è una cosa che la mia generazione ha disprezzato, ma in un momento di trapasso e di boom economico è stato ciò che ha salvato una storia. Poi se ne possono vedere tutti i limiti, ma se c'è il lavoro di qualche generazione uno sguardo nuovo - trovandosi su un investimento che è già in atto - è facilitato. La terza parola che mi ha fatto immaginare è stata usata dalla cooperativa di comunità Rais di Dossena. La parola è volontariato.

 

Tre storie sono definite da tre parole. Ma quando in una storia sei capace di far emergere tre parole, allora quella storia è già importante.

 

 Si parla spesso della necessità di normative e anche nel caso delle cooperative di comunità c'è chi invoca una normativa specifica. Io mi fermerei qui. La cooperativa non deve mangiarsi la comunità. Piuttosto, è la comunità che deve espandere la potenzialità del cooperare. Ecco perché non abbiamo bisogno di altre leggi, per riconoscere e riconoscerci per quello che siamo. C'è bisogno di altro, c'è bisogno di una grande espansione di realtà. Le normative arrivano quando oramai è un dato di fatto. Ma c'è un tempo in cui meno norme ci sono e più si arricchisce il pacchetto delle possibilità .

Oggi, essere cooperativa di comunità è un grosso problema. Essere cooperativa è già un problema, ma essere comunità è un grandissimo problema. Bisogna barcamenarsi tra due soggetti che sono entrambi troppo forti. Una cooperativa è già un gran progetto. Una cooperativa di comunità va a puntare l'occhio su un verminaio, diciamoci una verità. Le comunità non sono una cosa ovvia, sono ambiti di contrasti. Ma al tempo stesso una cooperativa di comunità può essere una prospettiva grandiosa, soprattutto se si lavora in un luogo così piccolo che è impossibile non scontrarsi con la realtà e affrontarla.

 

Quando a Cerreto Alpi è nata la Cooperativa dei Briganti, il paese stava morendo. Non nasceva un bimbo da chissà quanto tempo, c'erano solo funerali. Una situazione di paese più che disgregata, in via di estinzione. Era successo qualcosa che, per la prima volta, negli ultimi secoli, tutto il paese si era trovato d'accordo su un punto: bisogna ricominciare. Era sparito il prete, aveva chiuso il bar, il ristorante non c'era più e stava chiudendo il negozio di alimentari. Che fare? Per la prima volta, il paese ha deciso che bisognava fare uno sforzo di libertà e si è costituito un circolo. Un circolo di paese per tenere aperto il negozio di alimentari e il bar. Poi si è costituita la cooperativa, poi è successo qualcosa di strepitoso: sono nati dei bambini.

 

Paesemontagna

E, per la prima volta, grazie alla cooperativa e al lavoro che ha portato i giovani che si sposavano non si sono trasferiti a media valle, ma sono rimasti. In questo piccolo paese che è Cerreto Alpi siamo oggi 70 abitanti, abbiamo una cooperativa che fa lavorare stabilmente 10 persone, abbiamo un circolo sportivo che gestisce il bar, gli alimentari, l'ambulatorio medico, abbiamo una fondazione culturale. Siamo riusciti a mantenere in vita uno spazio di lavoro per 10 persone - che, nell'alta valle del Secchia, equivale alla Fiat dei tempi d'oro - e un circolo sportivo che ha 430 tesserati. Si aprono spazi infiniti, piccoli ma infiniti.

 

 Nel nostro tempo è stato distrutto non solo il legame con il territorio, ma anche il legame col tempo. Si vive in un unicum. Ma la vita non è un unicum, non è una connessione, la vita è relazione, legame. La connessione distrugge lo spazio e il tempo. Solo gli angeli o i demoni che non hanno spazialità fisica e non vivono il tempo degli uomini possono pensare che vivere in connessione è il migliore dei mondi possibili. Per gli uomini, la connessione ha quasi cancellato la relazione, ma questa "connessione" è una servitù. Una schiavitù inverosimile.

Quelli come me, che sono gente d'Appennino, oggi hanno davanti una grande sfida e un grande rischio. Questa nostra terra è fragile. Il terremoto ce l'ha ricordato. Fragili le nostre case, fragile il nostro tempo, fragile il nostro territorio. Che cosa dovremmo fare? Andarcene? Scappare? Abbandonare tutto? Seguire calcoli economici e le seduzioni dell'altrove? Oppure... Oppure restare qui, fare legame, rigenerarlo. Popolo, volontà, comunità. Destino. E destino significa questo: noi non siamo la seconda o terza scelta di un'opzione vitale. Non siamo gli scarti di un Paese che vivrebbe solo in grandi centri di alienazione permamente urbana. No. Noi siamo comunità, il legame è il nostro destino. Se siamo consci di essere il nostro centro del mondo, il mondo è già salvo. Dipende dallo sguardo con cui guardiamo la nostra comunità e noi stessi. E dal fatto che se accettiamo di vivere pienamente il nostre tempo, quel tempo che non è esattamente sovrapponibile al tempo degli altri. Non viviamo in sincrono, connessi. Proprio per questo la comunità è un soggetto fragile, ma splendido. Non un oggetto buono per tutte le stagioni. Ha i suoi tempi. E il suo tempo, qui.

 

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