Dal blog Con altre parole di Beatrice Tauro

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22 novembre 2016

 

“Le rose e il chador”

di Barbara Nepitelli e Cesarina Trillini

 

Continua il nostro viaggio alla scoperta dell’Iran e questa settimana lo facciamo in compagnia di due donne italiane, Barbara Nepitelli e Cesarina Trillini e con il loro “Le rose e il chador”, edizioni Fasidiluna.

 

Il libro è un vero e proprio diario di viaggio che accompagna il lettore alla scoperta delle principali località di interesse storico, artistico e culturale del Paese degli ayatollah.

Le due giornaliste hanno viaggiato per settemila chilometri attraverso l’intero Paese, utilizzando per lo più mezzi pubblici, che gli hanno permesso un contatto ravvicinato e vero con la popolazione locale, conoscendone gli usi, i costumi, le tradizioni.

Attraverso questo racconto di viaggio però le due donne sono riuscite anche a disegnare i caratteri salienti di un Paese complesso, in cui la società presenta numerose sfaccettature non sempre comprensibili agli occhi degli occidentali che vi si imbattono.

A cominciare, per le donne, dall’obbligo del velo nei luoghi pubblici e all’aperto. E quindi fin dal momento in cui le nostre viaggiatrici dovevano scendere dall’aereo hanno iniziato la loro personale battaglia con il copricapo, incerte di averlo indossato correttamente e ammirate nel guardare le donne iraniane destreggiarsi con disinvoltura e maestria con foulard più o meno ampi e coprenti.

Il viaggio non poteva che iniziare dalla capitale Teheran, città complessa, nella quale convivono le tradizioni conservatrici e le spinte innovative della modernizzazione, dove i giovani frequentano le università e dove anche le ragazze possono concedersi questo lusso. Ma è altresì la città del potere costituito, il luogo dove più si respira l’autorità, quella che viola i diritti civili, che imbavaglia la libertà di espressione. Insomma la città delle contraddizioni in cui poi si declina l’intero Paese.

Il viaggio continua a Kashan, Esfahan, Yazd, Shiraz fino a Minab e Mashad. Ogni luogo viene descritto per le sue caratteristiche peculiari sotto il profilo urbanistico, architettonico, ma soprattutto per le esperienze di contatto che le due giornaliste vivono con la popolazione locale. E di aneddoto in aneddoto riescono a comporre il mosaico della società iraniana, della vita nei contesti urbani e in quelli più rurali, sempre però caratterizzati dalla gentilezza e dalla disponibilità dimostrata da tutti.

Particolare curiosità suscita l’incontro con le “donne mascherate”, ovvero le donne che vivono nella regione di Minab. Le nostre protagoniste si sono spinte nel profondo sud del Paese, sul Golfo Persico, per ammirare il “panjshambe” bazar, mercato del giovedì, considerato uno dei più colorati di tutto il Paese. Ma è proprio in quel luogo multicolore, affollato, pieno di odori, di suoni, voci e rumori che fanno il loro incontro con le donne con la tipica maschera sul viso. Si chiama “shamat”, ed è un tipico capo d’abbigliamento che ha le funzioni di un chador e che viene completato con una maschera sul viso, di forma rettangolare, rigida, con delle fessure per gli occhi e con una sporgenza, sempre rigida, per il naso che le fa assomigliare ad un uccello con tanto di becco. In alcuni villaggi della regione le maschere anziché di stoffa sono di metallo o di cuoio. Secondo gli antropologi i burqa bandari comprensivi di maschere non hanno alcuna relazione con la religione ma sarebbero un retaggio della dominazione portoghese del 1500. In ogni caso un capo d’abbigliamento che costringe ed annulla ancora di più il corpo delle donne.

Ma l’Iran non è solo chador. E il racconto che Barbara e Cesarina ci regalano nel loro libro ne è la testimonianza. Un grande Paese dove ci sono ancora molti lati oscuri, ma con un popolo pacifico, con una grande anima che cerca in tutti i modi di dimostrarlo a dispetto del volto oscuro e a volte disumano del potere che lo governa.

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