Palestine Chronicle. 

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7/12/2016

 

Il vero legame tra gli incendi boschivi di Israele e il “Muezzin Bill”: il colonialismo

Traduzione di Martina Di Febo

 

La legislazione israeliana che, a quanto pare, voleva mettere fine all’inquinamento acustico proveniente dai luoghi di culto musulmani ha, paradossalmente, provocato una cacofonia di indignazione in gran parte del Medio Oriente.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato questo mese il suo supporto per il cosiddetto “Muezzin Bill” (la legge con i muezzim, ndr), affermando che esso sia assolutamente necessaria per fermare il richiamo alla preghiera mattutina proveniente dalle moschee che sveglia gli israeliani dal loro sonno. Una votazione in parlamento si terrà in settimana. “L’uso degli altoparlanti da parte dei muezzin è del tutto inopportuno, in un’epoca in cui si hanno a disposizione le sveglie sul cellulare nonché le applicazioni per gli smartphones”, ha dichiarato Netanyahu.

Un palestinese su cinque, di quelli che costituiscono la popolazione di Israele, la maggior parte dei quali musulmani, e altri 300.000 che vivono sotto occupazione a Gerusalemme Est, dicono che la legislazione è gravemente discriminatoria. La logica ambientalista della proposta di legge è irrazionale, affermano.

Moti Yogev, un colono che ha scritto la proposta, aveva chiesto il divieto di utilizzare altoparlanti per frenare la diffusione dei sermoni presumibilmente carichi di astio nei confronti di Israele.

La scorsa settimana, dopo che l’ala ebraica ultra-ortodossa aveva iniziato a temere che la proposta di legge potesse applicarsi anche alle sirene che danno inizio allo Shabbat, il governo ha urgentemente introdotto un’eccezione, sollevando le sinagoghe dal rispetto di questa legge.

Il “Muezzin Bill” non giunge in un contesto politico neutrale. L’ala estremista del movimento dei coloni che l’ha proposto, compie atti di vandalismo e incendia moschee in Israele e nei territori occupati da anni. La nuova legge prosegue sulla scia di una legge sponsorizzata dal governo che permette ai legislatori ebrei di espellere dal parlamento i rappresentanti della minoranza palestinese, se portavoce di opinioni impopolari.

I leader palestinesi di Israele sono raramente invitati nelle trasmissioni televisive, se non per difendere se stessi dalle accuse di avere comportamenti sovversivi.  Questo mese la sede di Haifa di un’importante catena di ristoranti, ha imposto al suo staff il divieto di parlare arabo, al fine di evitare che i clienti ebrei sospettassero di essere derisi.

Gradualmente, la minoranza palestinese di Israele si è ritrovata schiacciata fuori dalla sfera pubblica. Il “Muezzin Bill” è solo la fase più recente di un processo che mira a rendere i palestinesi impercettibili e invisibili.

In particolare anche Basel Ghattas, un legislatore palestinese cristiano della Galilea, ha denunciato la proposta di legge. Le chiese di Nazareth, Gerusalemme e Haifa, ha giurato, avrebbero trasmesso i richiami del muezzin se fosse stato imposto il bavaglio alle moschee. Per Ghattas e altri, la proposta costituisce un’aggressione all’identità palestinese nonché musulmana della comunità. Netanyahu, dall’altra parte, ha respinto le critiche paragonando le restrizioni imposte alle misure adottate da Stati quali Francia e Svizzera. “Ciò che è buono per l’Europa, è buono per Israele”, ha detto. Con l’eccezione, però, che Israele non è l’Europa, e i palestinesi che ci vivono sono la sua popolazione natia, non immigrata.

Haneen Zoabi, un altro avvocato, ha osservato che la legislazione non ha a che fare con “il rumore nelle loro orecchie, bensì nelle loro teste”. I loro timori colonialisti, ha detto, sono suscitati dalla presenza costante palestinese in Israele, una presenza che si pensava fosse stata estinta con la Nakba del 1948, la creazione di uno Stato ebraico e la rovina della madrepatria palestinese. L’ennesima prova è stata fornita nel fine settimana da dozzine di incendi che hanno distrutto foreste di pini e case adiacenti nel territorio di Israele, alimentati dai venti e da mesi di siccità.

Alcuni post sui social media hanno sostenuto che gli incendi siano da interpretare come la punizione divina per il “Muezzin Bill”. Senza pressoché alcuna prova, Netanyahu ha accusato i palestinesi di aver dato avvio agli incendi “terroristi” per radere al suolo Israele. Il primo ministro israeliano ha bisogno di distogliere l’attenzione dalla sua incapacità di tenere conto delle segnalazioni di sei anni fa, quando accadde qualcosa di simile, che le foreste di Israele possono costituire un pericolo d’incendio. Se verrà fuori che qualche incendio è stato provocato intenzionalmente, Netanyahu non avrà alcun interesse a spiegare il perché.

Molte delle foreste sono state piantate decenni da Israele per occultare la distruzione di centinaia di villaggi palestinesi, dopo che l’80% della popolazione palestinese – circa 750.000 persone – fu espulsa, nel 1948. Oggi quelle persone vivono in campi profughi, presenti anche in Cisgiordania e a Gaza.

Secondo gli studiosi israeliani, i fondatori europei della nazione israeliana hanno trasformato l’albero di pino in un’arma da guerra, utilizzandolo per ripulire ogni traccia dei palestinesi. Lo storico israeliano Ilan Pappe chiama questa politica “memoricidio”.

Gli alberi di ulivo così come altre specie natie di quell’area come carruba, melograno e limone furono anch’esse sradicate e soppiantate da pini. L’importazione del panorama europeo sarebbe stato un modo per assicurare che gli immigrati ebrei non sentissero la mancanza di casa.

Oggi, per molti ebrei israeliani solo il muezzin costituisce una minaccia a questo idillio artificiale. Il suo richiamo alla preghiera proviene dalle decine di comunità palestinesi che sopravvissero alle espulsioni di massa del 1948 e che, pertanto, non furono sostituite da pini.

Come un fantasma indesiderato, adesso il suono perseguita città ebraiche vicine. Il “Muezzin Bill” mira a sradicare i residui uditivi della Palestina nel modo più completo così come le foreste di Israele hanno oscurato le sue parti visibili, rassicurando gli israeliani di vivere in Europa piuttosto che in Medio Oriente.

 

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