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24 luglio 2016

 

Kabul, il massacro degli odiati hazara

di Enrico Campofreda

 

E’ stato un lampo, non la luce agognata, a portarsi via decine di afghani d’etnìa hazara. Venivano in gran parte dalla provincia di Bamyan e protestavano contro il governo che aveva cambiato il tragitto della linea d’alta tensione progettata dall’impresa Tutap che coinvolge ben cinque nazioni (Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan, Afghanistan e Pakistan). Una mega impresa, fra le poche che forniscono servizi alle comunità, finanziata da una grande banca asiatica (Asian Development Bank). Gli hazara di fede sciita, da sempre poco amati dalla maggioranza pashtun totalmente sunniti, si vedevano penalizzati perché il progetto li tagliava fuori dal percorso, mutando un’iniziale direttrice. Così avevano marciato in migliaia, sfidando l’aria che da oltre due anni tira nel Paese diventato ovunque, capitale compresa, territorio off limits per tutti. Nessun militare del Resolute support, dell’esercito di Ghani, e neppure certi signori della guerra suoi alleati, riesce a controllare quasi nulla del territorio. Ci vivono ma possono essere colpiti. Per le presenze occulte, mirare ai manifestanti è stato fin troppo facile. Hanno usato kamikaze nascosti sotto dei burqa che si mescolavano ai partecipanti, come le donne celate sotto il velo integrale che passavano per via.

Nessuno ha voluto controllarle nonostante il punto d’arrivo della marcia si trovasse in una zona centrale di Kabul, Deh Mazang circle. Il castigo è stato tremendo: all’ospedale di Emergency di Kabul sono giunti oltre duecento feriti, molti in condizioni disperate, mentre nella piazza si contavano ottanta corpi maciullati. L’attentato risulta sanguinosissimo come non se ne vedevano da tempo e sarebbe potuto essere ancor più devastante perché la cintura d’un terzo kamikaze non è esplosa, circostanza che fa pensare a una preparazione non professionale degli ordigni. La determinazione stragista era, però, elevatissima e indica il desiderio d’imporsi nella strategia del terrore riapparsa pesantemente in ogni provincia afghana. Dietro le bombe, secondo quanto ha divulgato la Bbc, ci sarebbe un gruppo legato all’Isis che vuol introdurre anche nel disastrato territorio afghano quei massacri diffusi e inaspettati di civili come sta facendo in Pakistan. I talebani locali hanno preso le distanze e condannato l’azione. Ma il Daesh da circa due anni cerca adepti e alleanze in tutta l’area e l’ha trovata in alcuni dissidenti dalla linea unitaria dei Talib. Rinata non tanto con l’elezione di Mansour (avvenuta un anno fa e durata pochi mesi poiché a primavera il neo leader è caduto vittima d’un drone), ma dal suo rimpiazzo con Haibatullah.

Questi è un mullah vicino alla Shura di Quetta, benvisto anche da un fondamentalista doc come l’integerrimo Sirajuddin Haqqani. Eppure le emanazioni di Al Baghdadi continuano a farsi sotto, hanno iniziato ad agire nel territorio cuscinetto delle Fata, le aree tribali fra Afghanistan e Pakistan dove ogni clan talebano ha una presenza stanziale o passeggera. Hanno puntato sulla dissidenza dei Tehreek-e Taliban da due anni attivi e cattivissimi nel vendicare colpo su colpo la guerra che gli conducono i due Sharif di Islamabad, bombardando i villaggi del Waziristan, zona di provenienza di questo gruppo talebano. Insomma hanno cercato d’infilarsi nelle crepe che si erano create dopo la morte del mullah Omar (2013) tenuta a lungo nascosta, ma deleteria per le direttive da dare al movimento. Secondo le indicazioni di Al Baghdadi puntano anche al grande Medio Oriente e hanno cercato d’inserirsi nei distretti centro occidentali di Farah ed Helmand uccidendo decine di talebani. Verso i civili usavano il doppio gioco del terrore con esecuzioni clamorose, come quelle effettuate con esplosivo attaccato alle teste dei malcapitati che non volevano farsi reclutare e le lusinghe di salari mensili di almeno 500 dollari (quanto guadagna un soldato dell’esercito di Ghani) per chi li avesse seguiti.

In quelle province non gli è andata bene, i turbanti locali li hanno respinti, ma nel distretto di Nangarhar, non lontano da Kabul, hanno stabilito una solida testa di ponte, tanto che i vertici talebani preoccupati del fenomeno oltre un anno fa hanno organizzato un reparto speciale d’un migliaio di esperti e fidatissimi miliziani pronti a colpirli nelle enclavi frequentate. Alcuni scontri ci sono stati con perdite reciproche, ciò che prosegue è una lotta a distanza, dove gli stessi attentati, come quello di ieri e altri realizzati in Pakistan, hanno una tragica funzione di propaganda. La partita è violentissima e non esclude alcun colpo, come del resto le reciproche accuse. L’Isis afghano afferma fra l’altro che i talib proteggano gli infedeli, come il wahabbismo considera i credenti sciiti oppure che siano solidali coi talebani dei territori pakistani che sarebbero infiltrati e diretti dall’Intelligence locale. Insomma una campagna senza quartiere che, unisce alla visione islamica differente anche obiettivi di medio e lungo termine diversi. Come Qaeda l’Isis mostra una visione panislamica e agisce su un ampio orizzonte internazionale combattendo gli infedeli ovunque per creare un grande Califfato; i talebani mostrano una visione locale: vogliono liberare la terra natìa dall’occupazione occidentale Nato e abbattere il governo servile di Kabul. Nei loro piani strategici rivolti contro l’imperialismo occidentale e il nemico e concorrente sunnita versione Al Baghdadi hanno avviato informali ma sostanziali incontri diplomatici coi rappresentati di Iran, Russia e Cina. L’opera d’un governo ombra che conta più di quello fantoccio sostenuto da Washington.

 

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