The New York Times

18/12/2016

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20 dic 2016

 

Turchia e Iran pericolosamente in rotta di collisione

di Ali Vaez

analista iraniano del Gruppo di Crisi Internazionale

Traduzione e sintesi di Claudia Negrini.

 

I contrasti tra Turchia e Iran sembrano riemergere dal loro passato di imperi contrapposti, ma la loro cooperazione potrebbe avere un reale impatto sulla guerra in Iraq e in Siria

 

La competizione del giorno d’oggi tra Turchia e Iran è la ripetizione di un vecchio gioco di potere: una lotta che hanno iniziato i loro progenitori, l’impero bizantino e persiano, per il controllo della Mesopotamia – la Siria e l’Iraq moderni. Nonostante questa rivalità sia sopravvissuta alla loro trasformazione da imperi a Stati-nazione, la pace tra i due è durata circa 200 anni.

Adesso, però, la Turchia e l’Iran sono in rotta di collisione, in gran parte per il loro coinvolgimento come maggiori potenze sunnita e sciita della regione nei conflitti settari in Iraq e in Siria. L’incapacità di favorire i reciproci interessi, può potenzialmente minare o cancellare i forti legami che erano stati creati, soprattutto a livello economico.

La maniera in cui i due Paesi decideranno di spiegare le loro forze e la possibilità che superino le loro differenze sono di vitale importanza per determinare il futuro del Medio Oriente. Se non contenute, infatti, le dinamiche di oggi punteranno verso un ulteriore spargimento di sangue, un’instabilità crescente e un rischio maggiore di scontri militari.

Il coinvolgimento della Turchia in Siria è in parte la risposta alla sua percezione che l’Iran stia man mano ripristinando la sua sfera di influenza storica, in particolare attorno ad Aleppo e a Mosul, oltre ad essere un modo per prevenire che il Partito Unione Democratica (PYD), affiliato con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), l’acerrimo nemico della Turchia, guadagni terreno.

Dal canto suo, Teheran interpreta la politica turca in Siria come il prodotto primario di un’ambizione neo-ottomana per riguadagnare il prestigio e per dare potere ai sunniti favorevoli alla Turchia in territori gestiti dall’ex impero. Inoltre, l’Iran incolpa Ankara di non aver arginato il flusso di militanti diretti in Siria attraverso il territorio turco e di averli supportati logisticamente e finanziariamente. Alla stessa stregua, gli ufficiali di Ankara affermano che l’Iran stia cercando di resuscitare la versione sciita dell’antico impero persiano. Nel marzo 2015, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha accusato l’Iran di combattere Daesh (ISIS) in Iraq solo per poterlo rimpiazzare.

In realtà, entrambe hanno contribuito a creare la tensione odierna. Per re-invertire la rotta pericolosa, la Turchia e l’Iran hanno bisogno di superare la mancanza di fiducia e andare al di là delle differenze meramente di gestione, riconoscendo, una volta per tutte, i loro veri interessi e preoccupazioni sulla sicurezza.

Dovrebbero creare un canale continuo di negoziazioni di alto livello per l’Iraq e la Siria e i governi dovrebbero anche trovare un modo per aumentare la cooperazione e la fiducia, per esempio condividendo informazioni di intelligence per combattere meglio i nemici comuni ed evitare scontri accidentali. Come primo passo, in Iraq del nord, l’Iran potrebbe proporre di tenere a freno le milizie sciite impiegate nella provincia di Ninive, se la Turchia accettasse di ritirare i suoi convogli e gli altri armamenti pesanti nella zona. Gli Stati Uniti e la Russia, che hanno forti legami rispettivamente con la Turchia e l’Iran, dovrebbero supportare un tale passo, nonostante le loro differenze.

Tra i Paesi coinvolti nella guerra per procura in Iraq e in Siria, nessuno è più adatto della Turchia e dell’Iran a cercare un accordo reciproco. Solo trovando un terreno comune possono contribuire a rendere la regione più stabile e sicura. L’alternativa è maggior disordine e sofferenza.

 

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