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Lunedì 19 giugno 2017

 

Lo sviluppo che non giova all’Africa

di Marta Gatti

 

Il continente è al centro delle iniziative imprenditoriali dei G20. Lo scopo dichiarato è la creazione di lavoro e sviluppo locale e tra i principali settori d'investimento c’è l'agroalimentare. Ma, denuncia un recente rapporto di tre ong francesi, le esperienze maturate in questo senso fino ad oggi hanno invece contribuito ad aggravare l’insicurezza alimentare della popolazione, impoverendo i piccoli produttori e le colture locali. 

 

“Investire in un futuro comune”. Questo il titolo della Conferenza internazionale “Africa Partnership” che si è svolta a Berlino il 12 e 13 giugno, nell’ambito delle iniziative del G20. La presidenza tedesca di Angela Merkel lo aveva promesso e lo ha realizzato: l’Africa sarà al cuore delle nostre preoccupazioni. Intorno al tavolo si sono riuniti rappresentanti di numerosi paesi africani, della società civile, del business e della Banca africana per lo Sviluppo, per esplorare nuove opportunità di investimento nel continente in crescita demografica e per incentivare l’ingresso dei privati nel tessuto produttivo. Si è discusso di nuove condizioni commerciali che favoriscano l’arrivo di capitali nei settori strategici: infrastrutture, energia, agricoltura. L’agricoltura è uno dei campi in cui, nelle intenzioni della Conferenza, si dovrebbero favorire gli investimenti e le forme di imprenditorialità privata, in grado di migliorare infrastrutture e produttività.

Di opinione molto diversa le ong che, proprio in occasione del “G20 Africa Partnership”, hanno pubblicato il rapporto dal titolo “Agricoltura africana: il vicolo cieco dei poli di crescita agricola” che analizza gli investimenti agricoli nel continente. Secondo il documento, redatto da Action contre la Faim, Ccfd-Terre Solidaire e Oxfam, i programmi di partenariato tra pubblico e privato, sperimentati in Africa nell’ultima decina d’anni, hanno aggravato l’insicurezza alimentare della popolazione.

Al centro delle critiche ci sono i poli agroindustriali realizzati spesso in zone ad alto potenziale, dotati di infrastrutture per migliorare la produzione e garantire la trasformazione e la commercializzazione del prodotto. Si tratta di iniziative che godono di semplificazioni normative e riduzioni fiscali per incentivare l’ingresso di investimenti e di attori privati. Tra le prime sperimentazioni che vengono citate nel rapporto, ci sono i poli di crescita integrata nati in Madagascar nel 2005 e le zone agroindustriali realizzate tra il 2008 e il 2012 in Tanzania, Burkina Faso, Mozambico, Gabon e Nigeria. In anni più recenti, i poli agricoli e i parchi agroindustriali si sono diffusi in tutta l’Africa sub-sahariana, sostenuti dalla Banca mondiale, dalla Banca africana per lo Sviluppo e dai programmi internazionali come Grow Africa e la Nuova alleanza per la sicurezza alimentare e la nutrizione (Nasan).

Impianti poco produttivi, difficoltà di implementazione delle infrastrutture promesse e poca trasparenza sui risultati degli investimenti. Sono alcune delle evidenze raccolte sul campo dalle ong che, nel loro report, hanno elencato anche i rischi e le conseguenze negative di questi impianti sulla sicurezza alimentare della popolazione. Secondo le informazioni raccolte dalle organizzazioni della società civile, la popolazione non sarebbe stata coinvolta nelle decisioni relative alla realizzazione e alla localizzazione dei poli e le installazioni avrebbero limitato l’accesso all’acqua e alla terra. La scelta di favorire gli investimenti privati avrebbe rafforzato le piantagioni con finalità commerciali, marginalizzando, invece, i piccoli produttori. In molti casi la sicurezza alimentare della popolazione locale sarebbe stata messa a rischio dalla diffusione di monocolture, caratterizzate da un ampio uso di concimi chimici e pesticidi.

Tra i benefici annunciati dai programmi di sviluppo agricolo industriale, che il rapporto mette in discussione, ci sono: la creazione di posti di lavoro e il miglioramento quantitativo e qualitativo della produzione alimentare. In Burkina Faso il polo agroindustriale di Bagré avrebbe dovuto assumere circa 30.000 persone ma, secondo le ong francesi, è ancora costante il flusso di giovani che abbandona l’area per cercare fortuna nelle città. In Tanzania alcuni dei contadini assunti dal polo agricolo di Kilombero, hanno dichiarato di ricevere un salario inferiore a quello minimo previsto nel paese.

Il report mette in dubbio anche il miglioramento della sicurezza alimentare della popolazione locale. Secondo l’analisi realizzata dalla Confederazione contadina, in Burkina Faso il 56% delle famiglie che abitano nei poli agroindustriali avrebbe problemi di autosufficienza alimentare. Le testimonianze citate nel documento, parlano di una riduzione della disponibilità di alimenti tradizionali nei mercati locali. Il polo avrebbe puntato sulla produzione di riso, diminuendo la terra destinata a cereali tradizionali come miglio e sorgo. Alcuni campi coltivati, inoltre, sono stati trasformati in aree abitative, per ospitare le famiglie sfrattate dal progetto agroindustriale.

 

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