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25 maggio 2017

 

La crisi è finita, ora arrivano i tempi bui…

di Claudio Conti

 

In pochi giorni Mario Draghi ha seminato prima speranze e poi terrore, in proporzioni decisamente sbilanciate a favore del secondo.

 

Gli addetti ai lavori non hanno nemmeno fatto in tempo a metabolizzare la prima notizia (“la crisi è finita”) che subito gli è caduto addosso l’allarme sulla sostenibilità dei debiti pubblici europei.

Le due cose sono collegate, anzi inscindibili nella visione – ristretta dal ruolo e dallo statuto – della Banca Centrale Europea. Finché la crisi “c’era”, infatti, la Bce doveva e poteva abbassare i tassi di interesse, scesi fino a zero, dando così fiato agli Stati – tutti – che devono pagare annualmente cedole ai sottoscrittori dei propri titoli di debito. Addirittura, risìconoscendo la realtà della crisi, la stessa Bce era arrivata a promuovere un quantitative easing, comprando sul mercato secondario titoli di Stato per 60 miliardi di euro ogni mese (prima era arrivata a 80). In questo modo gli Stati – tutti – avevano praticamente ridotto a ben poca cosa il “servizio sul debito”, ritrovandosi per le mani risorse da destinare ad altri scopi.

Peccato che le regole europee vietino di investire quelle risorse se prima non si provvede alla riduzione del debito… In questo modo – tagliando il problema con l’accetta – gli Stati in difficoltà si sono visti obbligati a tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse, strangolare la dinamica economica proprio nel momento in cui, al contrario, sarebbero state necessarie politiche “anticicliche”, ossia compensative.

Un paradosso per nulla divertente è che in questo modo la produzione di ricchezza è scesa più di quanto non sarebbe avvenuto senza quelle politiche “austere”, con il risultato di ridurre anche le entrate fiscali. Risultato: il debito pubblico di tutti i paesi europei – meno uno – è aumentato invece di scendere.

Cosa succederà ora, secondo l’allarme lanciato da Draghi? La Bce, il prossimo anno, riprenderà ad aumentare gradualmente i tassi di interesse. Dunque ogni ano gli Stati dovranno accantonare una quota maggiore di entrate per ripagare gli interessi sul debito. Un piccolo calcolo: con un debito pubblico pari a 2.200 miliardi, che differenza c’è – solo per fare un esempio – tra un interesse al 2 e uno al 2,5%? Undici miliardi…

Figuriamoci cosa potrà accadere se l’aumento dei tassi dovesse essere maggiore…

I problemi non si limitano però a questo. L’aumento dei tassi di interesse base – quelli decisi dalla Bce – trascinano ovviamente al rialzo anche quelli praticati dalle singole banche, dunque il costo del denaro da prestito per imprese e famiglie. Piombo nelle ali per qualsiasi attività economica abbia bisogno di liquidità, non proprio un “aiuto alla crescita”.

In queste condizioni – ormai prossime – l’unica via per mantenere “compeitività” è la deflazione salariale. Ossia abbassare salari (chiedete agli “scontrinisti” della Biblioteca Nazionale di Roma, per avere un’idea), ovviamente le pensioni, la spesa sanitaria, ecc. Sembra la Grecia? Lo è. Solo che “dovranno” farla anche qui, e in Spagna, Portogallo, Irlanda, e persino in Francia (Macron è stato inviato all’Eliseo per questo; e non ci sarebbe mai arrivato se l’avversario al ballottaggio fossse stato diverso da una Le Pen…).

Certo, in un sistema di paesi legati da trattati intelligenti, l’alternativa ci sarebbe. Una politica fiscale comune, con una seria redistribuzione tra chi finora ha guadagnato un surplus favoloso – in contrasto con i trattati sottoscritti! – e chi deve essere risollevato dall’abisso. Ma andateci voi, da Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel, a chiedere una cosa del genere…

Come spiega Marco Onado su IlSole24Ore, l’avvertimento di Draghi è “una sana doccia gelata a chi si illudeva (più nel mondo della politica che dell’economia) che la ripresa economica che si va consolidando fosse da sola capace di portarci fuori dal guado. È vero il contrario“. E per quanto riguarda gli squilibri all’interno dell’Unione Europea, “Come meravigliarsi se l’intera area dell’euro ha ormai un debito pari al 91,3 per cento del pil, cioè oltre il 50 per cento in più del livello scritto nel Trattato? È un problema non solo di singoli paesi, ma anche di coordinamento europeo: mentre gli altri arrancano, la Germania procede in direzione ostinata e contraria (è scesa dall’81 per cento del 2010 al 67,6 del 2016 ed è prevista arrivare al 62 nel 2018). A parte che ciò è stato possibile anche grazie ai bassi tassi di interesse e all’azione della Bce tanto vituperata a Berlino, questo dato è la dimostrazione principale delle contraddizioni della politica fiscale europea, stretta fra paesi ancora deboli che devono stringere i cordoni della borsa e quello più grande che rinuncia alla possibilità di trascinare la crescita attraverso una manovra fiscale meno restrittiva”.

E dire che uno come Pier Carlo Padoan sa benissimo quanto siano deformanti i meccanismi decisi anni fa, tanto da dichiarare al Financial Times “L’incubo dell’elettore medio tedesco è perdere i soldi dandoli ai terribili europei del sud. Siamo seri: la storia ci dice che l’integrazione monetaria richiede qualche forma di redistribuzione. Altrimenti l’aggiustamento che verrà presto o tardi sarà molto più dannoso per tutti i Paesi”.

Non avverrà, lo sappiamo. Il programma di “riforma” dei trattati europei, annunciato proprio da Schaeuble, prevede l’esatto opposto: una centralizzazione maggiore delle politiche di bilancio e vincoli ancora più stretti. 

Tradotto: massacro sociale. 

E quindi il governo Gentiloni si è portato avanti col lavoro approvando il “decreto Minniti”. Se non ci saranno soldi per la mediazione sociale, non resterà che spendere qualche cosa di più – un miliardo, per la “riorganizzazione delle carriere” (ossia aumenti salariali) – per le forze di polizia. Qualcuno dubita ancora che siamo governati dallo sceriffo di Nottigham?

 

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