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Fonte: Eugenio Benetazzo

11/04/2017

 

Le élite dominanti

di Eugenio Benetazzo

 

Sono ormai più di cinque anni che in seno all’Unione Europea emergono costantemente quasi semestralmente eventi di portata politica sovranazionale e nazionale tali da destabilizzare potenzialmente tutta questa macroarea geografica. Sembrano trascorsi decenni, tuttavia ricordo molto bene come negli anni passati abbiamo vissuto la minaccia fantasma di turno: siamo partiti con la Grecia, poi l’Italia, dopo Cipro, dopo la Spagna, poi ancora l’Italia e nuovamente la Grecia, il Regno Unito ed adesso è il turno della Francia. In ogni occasione è andata in scena una exit strategy appositamente dedicata: pensiamo solo a Cipro che è stato un terreno di prova per il bail-in adottato successivamente da tutti gli altri stati o alla Grecia che paventava l’abbandono dell’area euro che ha dovuto per prima accettare il MOU e le sue conseguenze.

Provando ad analizzare il tutto con un approccio critico ed ortodosso, soprattutto dimenticandosi di essere per un momento europei, appare evidente di come più passi il tempo più aumenti la necessità di inventarsi qualcosa artificiosamente per stare assieme a tutti i costi. Costi quel che costi. Sono stati messi in stato d’accusa gli stati, i governi, le loro politiche fiscali e le grandi banche sistemiche. Quello che viene chiamato erroneamente populismo dalla stampa nazionale ed internazionale neocomunista rappresenta in vero uno stato di malessere condiviso e trasversale su più fronti, che si percepisce dalla Finlandia al Portogallo e dal Regno Unito fino alla massacrata Grecia. In questa epoca così buia e tetra almeno sul fronte socioeconomico, i tre principali stati fondatori della gloriosa CECA nel 1951, successivamente evolutasi nella CEE nel 1957 si dovranno esprimere in sequenza nel giro di pochi mesi uno dall’altro.

Si dice spesso che i francesi fanno l’esatto opposto degli inglesi, pertanto ci si dovrebbe aspettare da parte loro con il ballottaggio del 7 Maggio una conferma delle forze e movimenti pro-establishment. In sintesi all’Eliseo dovrebbe andare l’astro nascente della politica francese, Emmanuele Macron. Questo è quello che auspica l’establishment ossia le lobby ed elite finanziarie che hanno ancora oggi una visione d’insieme sull’Unione Europea e la moneta unica. Si ritiene che Marine Le Pen non possa vincere al doppio turno in quanto i francesi farebbero come le passate elezioni, voterebbero per il candidato che si propone in contrasto con la politica economica del Fronte National pur di non vedere un candidato di estrema destra alla Presidenza.

Questa disamina che viene spesso richiamata dalla stampa pro-establishment come a voler scongiurare il peggio tuttavia non pone il peso significativo a due fenomeni di natura socieconomica che hanno impattato particolarmente la Francia in questi due ultimi anni: il terrorismo e l’immigrazione selvaggia. Sostanzialmente il clima politico che portò all’Eliseo Hollande (per pochi voti di differenza) al posto di Sarkozy era completamente diverso da quello attuale. I francesi presi nella loro generalità sono ancora molto scossi per quanto accaduto alla loro nazione e sono esausti della folle politica europea in stile accogli i clandestini a gò gò. Per non parlare del delirio socialista andato in scena in Franciacon la Presidenza Hollande che ha prodotto la frammentazione dello stesso Partito Socialista, proprio come sta facendo Renzi in Italia con il PD.

La gestione dell’immigrazione ha rappresentato il driver principale che ha condotto Trump alla Casa Bianca ed il Regno Unito a chiudersi su stesso abbandonando il ridicolo perbenismo europeo. La retorica di Trump o Farage non è tanto diversa da quella di Marine Le Pen. Anche in Italia, a livello professionale, ho visto come è cambiato il mood dell’elettore medio: persone un tempo moderate adesso sarebbero disposte a votare anche un discendente di Hitler se questo servisse a ristabilire l’ordine e soprattutto almeno la percezione che un futuro migliore sia possibile se ci leviamo le redini di Bruxelles. Purtroppo ciò che danneggia l’Europa non è tanto la politica sovranazionale che se ben spiegata può essere metabolizzata anche da un elettore di cultura media ed in qualche modo accettata, quanto piuttosto la ridondante pantomima dei mass media che per la stragrande maggioranza sono asserviti al disegno sovranazionale delle elite dominanti. Pensate per un momento alla linea editoriale delle principali trasmissioni televisive italiane o dei quotidiani nazionali: sembrano concepite da un’unica regia in stile Dio dall’alto dei cieli. Tornate indietro con la mente a Novembre 2016 e cercate di rammentare i commenti faziosi di apertura ai telegiornali dopo la vittoria di Trump. Da questa ridondanza mediatica si deve iniziare a prendere le distanze: non è sempre vero che a forza di ripetere una menzogna o una falsità questa si trasformare in una verità acquisita ed accettata. Può accadere invece che la silent majority si stanchi e decida di farsi sentire spazzando via l’ordine mondiale precostituito.

Proprio su questo fronte hanno errato le proiezioni ed i sondaggi sulle intenzioni di voto: la maggior parte dei giornalisti nazionali, tranne quelli che fanno giornalismo di inchiesta, vive in un mondo che esiste solo dentro la loro testa completamente dissociato dalla realtà circostante. Soffermatevi sul parterre degli ospiti di quasi tutti i talk show nazionali: sono sempre gli stessi che continuano a girare di palinsesto in palinsesto. Una vittoria di Marine Le Pen cambierebbe il destino per l’intera Unione Europea e non è detto che comprometta definitivamente la vita dell’euro. In Giugno infatti si svolgeranno le elezioni politiche in Francia: per poter effettivamente minare l’esistenza della moneta unica, il Fronte Nationale dovrebbe avere una maggioranza qualificata in seno al Parlamento, necessaria per approvare riforme strutturali di portata storica come un cambio di politica monetaria. Una parte dell’establishment più ortodosso confida tuttavia proprio in questo ossia Marine Le Pen all’Eliseo. Sembrerebbe un contro senso, tuttavia vedendo quanto è accaduto ad altri movimenti e partiti anti-sistema in Europa, il tutto sarebbe ritenuto come un passaggio obbligato ed auspicabile per rafforzare nel medio e lungo termine invece i partiti e le coalizioni pro-establishment. Per comprendere questo passaggio pensate a Podemos in Spagna e Syriza in Grecia: una volta al potere entrambi hanno dovuto prima ridimensionare le proprie istanze ed aspettative e in secondo luogo assistere a faide interne che li hanno destabilizzati o indeboliti sino a produrre perdite di consenso e credibilità proprio con il loro elettorato. Per l’Italia stimano di fare lo stesso: ossia accettare un’ascesa dei partiti anti-sistema per lasciare che si dissolvano e si sminuiscano da soli con il loro stesso operato.

 

 

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