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13 February 2018

 

L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi

di Andrea Inglese

 

Contributo per una riflessione antifascista

 

C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.

 

Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, giustificato dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. (Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)

 

Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.

 

Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è per lo più quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.

 

La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia competitiva. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia per il lavoro nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.

 

Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.

 

Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. Winner e looser: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.

 

Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.

 

 

Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.

 

Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente uno dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della flessibilità sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.

 

Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì prima che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.

 

Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le nostre di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l’accusa reazionaria di “buonismo” ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.

 

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